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BETLEMME

di Luigi AMICONE

tratto da: Sulle tracce di Cristo. Viaggio in Terrasanta con Giussani, Rizzoli, Milano 1994, p. 114-117.


[...] davvero che la rivelazione cristiana non ha profeti: è una persona. E' un figlio capitato a un poveruomo e a una ragazzina di provincia, venuto al mondo tra il puzzo di letame di una stalla. Chi, vedendo quel bambino, poteva immaginare che attraverso di lui si sarebbe realizzata la profezia di Isaia? I Vangeli parlano di un gruppetto di stranieri, arabi o persiani, e di qualche pastore. Nella Palestina di quei giorni, erano certamente più numerosi gli ebrei che attendevano il responso dei sommi dottori di Gerusalemme, Hillel e Shammai, i quali discutevano da tempo intorno a una formidabile questione: e cioè se fosse da considerarsi lecito o meno mangiare un uovo fatto dalla gallina durante il sacro riposo del sabato (Besah, I, 1; Eddujjoth, IV, 1). Un tema senz'altro degno di riflessione, come quello che ci proponeva ad esempio un numero della popolare rivista «Airone», che in occasione della festività religiosa del santo Natale 1991 confezionava una trentina di pagine splendidamente illustrate sulla «Terrasanta» (dove l'autore del servizio, tra i frequenti riferimenti al Vecchio Testamento, riusciva anche a citare una volta "Gesù", ma incidentalmente, e allo scopo di magnificare le doti dell'asino israeliano, con tanto di biblico pedigree).

Il medico Luca ricorda che «in quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra» (Lc 2,1). Secondo l'uso giudaico ogni componente il nucleo familiare doveva essere registrato nel luogo di origine del capofamiglia. Così Giuseppe, della tribù di Giuda e del casato di David, «salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo» (Lc 2,3-7).

Cosa rimane oggi di quella buona novella?
Gli indigeni lo chiamano Abuna-sheik Joseph, Padre-sceicco Giuseppe, ed è un vecchissimo frate francescano che risiede in Palestina dalla fine degli anni Venti. Una volta ci prese per un polso come bambini trascinandosi alla scoperta di Betlemme. Andava di fretta Abuna Joseph, nonostante l'età, sotto un cielo frastagliato di nubi e un vento sferzante. Davanti alla basilica tracciò una simbolica croce nell'aria. A sud di Betlemme sta Hebron, a nord, Gerusalemme, e poi Sichem, Damasco, fino a Carran. Quella è la strada, la strada delle carovaniere. La stessa percorsa da Abramo, duemila anni prima di Maria e Giuseppe, con la moglie Sara, il nipote Lot, i servi e il bestiame dopo essere stato chiamato da Dio a staccarsi dal suo clan di appartenenza, Terach.

Il buon fraticello ci spiegò che non è una stranezza che la basilica della Natività abbia la facciata rivolta a Occidente. Perché la strada delle carovane, subito dopo Gerusalemme, svoltava verso il mare per poi tornare di nuovo a Oriente, attraversando Betlemme. Quindi toccava Hebron, e di lì proseguiva fino in Egitto. A Betlemme l'antica via è ancora ben visibile, e lungo questa che è la principale arteria del villaggio sorgeva «l'albergo» menzionato da Luca, nel quale Giuseppe e Maria non trovarono posto per alloggiare. L'«albergo» era in realtà il caravanserraglio, l'odierno khan palestinese, cioè un ambiente a cielo aperto recinto da un muro esterno e, internamente, da un portico sotto il quale alloggiavano i viandanti. Mentre il cortile scoperto era riservato agli animali. Ci inoltrammo nelle viuzze laterali alla scoperta dei resti seminterrati d'epoca romana e bizantina che si mescolavano ai basamenti e alle volte delle case dell'attuale Betlemme.

Sulla via dell'antico caravanserraglio, cento metri prima della basilica e all'inizio di una ripida discesa dove i ragazzini giocavano all'Intifada prendendosi a sassate, nei pressi della chiesa siriaca ortodossa, c'erano (e ci sono) ancora i segni dell'antica porta orientale. Di qui uscirono Giuseppe e Maria, per raggiungere, appena fuori paese, quel rifugio alle pendici della collina.

«A proposito della nascita di Gesù... se qualcuno dopo il vaticinio di Michea, e la storia scritta nel Vangelo dai discepoli di Gesù, desidera altre prove sappia che si mostra a Betlemme la caverna nella quale è nato, e nella caverna la mangiatoia dove fu avvolto in fasce. E quello che si mostra è così conosciuto in questi luoghi, che anche gli estranei sanno come Gesù è nato in una grotta». Sono parole di Origene, che nel 248, nella Contra Celsum, ci offre una delle prime testimonianze storiche del luogo della nascita di Cristo. Ma prima di lui fu il palestinese Giustino, già attorno agli anni 155-160, in uno scritto indirizzato all'ebreo Trifone, a indicare la grotta del parto.

E Sant'Elena, madre di Costantino, spinse il figlio imperatore a edificare nel 325, sulla grotta venerata dalla tradizione, la basilica che nel 531 sarebbe stata ristrutturata dall'imperatore Giustiniano, il quale fece demolire l'edificio precedente, rialzare il pavimento e modificare l'originale pianta ottagonale. Tutti lavori che provocarono la riprovazione di San Girolamo. L'autore della Vulgata latina della Bibbia trascorse gran parte della sua vita a Betlemme (386-420); qui scrisse la sua nostalgia per quella grotta scomparsa sotto la pietra delle due basiliche: «Se potessi vedere quella mangiatoia dove giacque il Signore: ora noi occidentali, come per onore di Cristo, abbiamo tolta quella di fango e messa quella di argento. Ma per me è più preziosa quella che è stata tolta. L'oro e l'argento sono per i pagani; per la fede cristiana conviene la mangiatoia di fango!».

La facciata della basilica giustinianea aveva tre porte, due delle quali risultano oggi murate. Della terza non resta che un passaggio stretto e ribassato, una ristrutturazione voluta nel 1700 dai francescani (e concessa dal Pascià locale dietro il pagamento di una congrua tangente) per evitare che i soldati turchi continuassero a usare la basilica come latrina e stalla per i loro cavalli. Da una parte all'altra del coro due scale discendono alla grotta della natività. Sotto l'altare una stella d'argento con incisa la scritta: «Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est».

Abuna-sheik mi fece salire sul tetto della basilica si abbraccia il panorama del deserto di Giuda da Gerico a Gerusalemme e si vedeva l'ultimo sole accarezzare la collina dell'Herodion, una delle tante fortezze palestinesi di Erode il Grande e nella quale l'archeologo Emmanuele Testa ha scoperto due graffiti che testimoniano i primi conflitti tra cristiani ed ebrei. La prima iscrizione, in lingua greca, è un'invocazione: «Dio mio» a cui segue il numero «VI» (un simbolo che per i giudei cristiani indicava Cristo) e quindi una croce; la seconda è un disegno stilizzato di un mulo a cui segue il nome abbreviato di Gesù Cristo. Secondo l'interpretazione di Testa si tratterebbe di un segno blasfemo; come ci disse l'archeologo: «sappiamo che nell'ambiente ebraico Gesù era chiamato "figlio della mula"».

Poco più a sud della basilica, padre Giuseppe ci indicò la grotta del latte, in tufo bianco, dove la tradizione indica che la Madonna si sarebbe fermata ad allattare il piccolo Gesù prima di prendere la via della fuga in Egitto, inseguita dagli sgherri di Erode. «I preti dicono che queste sono solo leggende, fantasie della tradizione, sciocchezze» [...] non [...] ci [sono le prove, ma per gli archeologi] l'argomento è del tutto verosimile. Qual è la prima cosa che avrebbe fatto qualsiasi madre che si fosse trovata nelle condizioni di Maria?». Abuna Joseph ci spiegò allora che la grotta del latte si trova su un sentiero secondario che si ricollega alla strada di Hebron, una via che ancora oggi rappresenta la scorciatoia più sicura per chi abbia la necessità di lasciare Betlemme di soppiatto. [...]

I francescani raccontano che quando nel lontano 1347 presero dimora fissa nella basilica della Natività, non sembrava che laggiù fosse rimasto qualcosa che valesse la pena di essere custodito a prezzo della vita. Giovanni Zuallardo scriveva alla fine del 1300 che di Betlemme non restava quasi più nulla se non «alcune casette dove abitano certi poveri Mori, vivendo di quel poco che, lavorando e assassinando i pellegrini, s'acquistano». Ora il mondo è cambiato e si attende che Giovanni Paolo II realizzi il desiderio, più volte espresso, di mettersi sulle orme di un suo predecessore.

Era il 6 gennaio 1964. Paolo VI concludeva a Betlemme il primo pellegrinaggio di un Papa in Terra Santa. Qui Paolo VI, ripetendo il gesto di Gesù, entrò nella casa di un paralitico a cui chiese umilmente di pregare per Pietro. Il vecchio governatore giordano di Gerusalemme Est se la ricorda ancora quella storica visita. E le immagini di un vecchio film di repertorio ne sono una eloquente testimonianza. Allora, presso la mangiatoia dove nacque Cristo non c'era una stazione di polizia israeliana, né i due scugnizzi che per uno shekel ti rifilano un mazzetto di vecchie cartoline ingiallite. C'era una folla di arabi incontro al Pontefice, un popolo festante contenuto a stento dalla cavalleria dell'allora giovanissimo re Hussein di Giordania.
[...]
 

 

 

 


 

 

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