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Pienezza del tempo

di Vittorio MESSORI


tratto da: Vittorio MESSORI, Ipotesi su Gesù, Sei, Torino 1979, p. 95-110.


Una rischiosa caccia al tesoro

Fascinoso ma assai infido luogo di sabbie mobili, il terreno profetico. Eppure, cercheremo ora di inoltrarci ancor di più, pur nella consapevolezza dei rischi sempre in agguato. Ci aggrapperemo dunque più che mai al dato storico, all'analisi per quanto possibile incontestabile. Il quesito che ci poniamo in questo capitolo è infatti tra quelli che esigono maggior prudenza.

È possibile, cioè, dare qualche credito a chi afferma che la profezia biblica si è spinta sino a individuare la data in cui l'èra messianica sarebbe iniziata? Fu dunque predetto davvero il tempo in cui apparve Colui che i cristiani riconobbero come il Cristo annunciato dai profeti?

Ribadiamo di non avere alcuna indulgenza per interpretazioni esoteriche, cui guardiamo con motivata ironia.
Cercheremo dunque di evitare, ad esempio, l'infortunio del pur per tanti versi ammirevole Federico Engels. Questo grande profeta del socialismo «scientifico» (ne esamineremo con ampiezza le tesi più avanti, al cap. 6°) pensava di datare con certezza agli anni 68-69 l'ultimo libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse. E a ciò diceva di essere giunto attribuendo un numero della cabala ebraica al nome dell'imperatore Nerone: "N = 50, R = 200, O = 6... La prova è perfetta quanto si può desiderare, il libro misterioso è adesso perfettamente chiaro...".

Così, testualmente, Engels in quel suo studio sull'Apocalisse apparso in «The Progress» di Londra nel 1883.
Ambrogio Donini, autore della recente «Storia del cristianesimo» che l'introduzione definisce "opera rigorosamente ed esemplarmente marxista", a proposito di quella interpretazione engeliana parla (certo con qualche imbarazzo) di «gioco che ha attirato la fantasia di molti interpreti".

"Ai numeri - osserva ancora Donini - si può far dire tutto quello che si vuole". Per l'appunto, concordiamo in pieno; convinti come siamo che la Bibbia non è un calendario cifrato, riservato ad alcuni iniziati in chissà quali scienze occulte al limite della paranoia.

Crediamo però alla possibilità della ragione di avventurarsi con cautela, almeno sino a un certo punto, nella caccia al tesoro cui sembra invitarci il Dio che si cela.

Inoltriamoci dunque, alla ricerca di indizi se possibile ancor più precisi di quelli che abbiamo creduto di scoprire sinora.


Flavio Giuseppe e la sua «ambigua profezia»

Flavio Giuseppe è il nobile ebreo di casta sacerdotale che passò al nemico dopo avere avuto una parte di comando nell'insurrezione contro i romani iniziata nel 66 d.C. e finita quattro anni dopo con la distruzione di Gerusalemme, del tempio e di tutto Israele. In greco e ad onore dei vincitori, Giuseppe scrisse la sua celebre «Guerra giudaica» dove descrive le vicende di cui era stato testimone e protagonista. Abbiamo qui il più importante dei documenti su Israele nel primo secolo.

Quello storico ebreo descrive l'impressionante fioritura di falsi Messia, eccitati a candidarsi dalla convinzione che i tempi fossero giunti. Al proposito ci ha lasciato una sconcertante constatazione al sesto libro della sua storia, cap. 5: "Ma quello che incitò maggiormente (gli ebrei) alla guerra (quella, appunto, del 66-70 d.C.) fu un'ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle sacre Scritture, secondo cui in quel tempo «uno» proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo".

Con la piaggeria del rinnegato (così lo giudicarono unanimi i compatrioti che aveva abbandonato), Flavio Giuseppe si affretta, però a fornire la sua interpretazione di quella che chiama una «ambigua profezia». È del resto la stessa interpretazione che gli aveva salvato la vita quando, passato ai romani, era stato condotto davanti al comandante supremo, Vespasiano, in onore del quale avrebbe aggiunto al suo nome ebraico quello di Flavio.

Continua infatti lo storico: "Questa (la «profezia ambigua», cioè) gli ebrei la intesero come se alludesse a un loro connazionale, e molti si sbagliarono nella sua interpretazione, mentre la profezia in realtà si riferiva al dominio di Vespasiano, acclamato imperatore in Giudea".

Dunque, al di là delle interpretazioni («adventus Messiae», arrivo del Messia per gli ebrei restati fedeli, «adventus Caesaris», arrivo di Vespasiano per l'ebreo passato al nemico) nell'Israele del primo secolo si dava per scontato che proprio "in quel tempo" sarebbe sorto dalla Giudea "il dominatore del mondo". E ciò in base a una "profezia" che Giuseppe dichiara "ambigua" per poterla così applicare al nuovo padrone.

Per la massa dei giudei la profezia doveva essere invece univoca se (come testimonia lo stesso storico) era stata il massimo incitamento a sfidare la più grande potenza militare del mondo. Non doveva giungere proprio in quegli anni il dominatore dei popoli? Guidati da lui gli ebrei avrebbero non solo vinto, ma addirittura sottomesso il grande impero di Roma il cui solo nome incuteva terrore a tutte le genti. È in quella speranza che i difensori di Gerusalemme preferirono farsi sterminare, piuttosto che accettare le ripetute offerte di pace degli assedianti.


"Tutti i tempi sono ormai scaduti"

Quell'attesa del «dominatore del mondo» forte più del timore della morte ed estesa a tutto un popolo sorprende noi che sappiamo come andarono le cose.

Ma perché Israele attendeva il suo Messia proprio nel periodo in cui apparve quel Gesù che tutto l'impero romano doveva riconoscere come il Cristo? Perché nel primo secolo e non in un altro del passato o del futuro della già allora millenaria storia religiosa dell'ebraismo?

Forse sono soprattutto due i passi della Scrittura in base ai quali i giudei dovevano essere giunti a individuare la data, seppure approssimativa, dell'arrivo dell'Unto. La loro interpretazione di quei passi si accorda, evidentemente, con quella dei cristiani, per cui il Messia è giunto davvero quando tutto Israele lo attendeva. Vedremo quei testi nei paragrafi che seguono.

Quel secolo passò portando una certezza per i discepoli della nuova fede nata da Gesù; una delusione per quegli ebrei (non tutti, come osservammo) che non riconobbero in nessuno dei tanti candidati di quel periodo l'Atteso. Da allora, come dice Pascal, da "grandi amici delle cose predette sono divenuti grandi avversari del compimento di esse".

È testimoniato con certezza che è sotto la spinta della delusione che pian piano i dotti d'Israele cambiano le interpretazioni con cui i loro antenati erano giunti a polarizzare l'aspettativa sul primo secolo. Poiché, come osserva lo stesso Talmùd (Sanhedrìn, 97) "tutti i tempi sono ormai scaduti" si cerca una giustificazione all'attesa delusa.

Ecco, nelle parole di uno studioso ebreo recente, come si è trasformata infatti l'idea messianica: "Il messianesimo ebreo, raffigurato dapprima nella persona di un uomo, nel quale la giustizia si afferma e concreta, diventa ed è un'idea: l'idea dell'avvenire, l'idea dell'anelito umano, individuale e collettivo, verso l'effettuarsi della giustizia e della religione nella storia. La coscienza collettiva ebraica si raccoglie e si appunta in questa fede: che il travaglio umano deve confluire verso quell'alba di redenzione in cui il male non regnerà più sulla terra. Non è più la persona o le persone, ma il tempo e il fatto che contano. L'umanità si muove verso quella realtà con la sua fatica. Il Messia sta venendo continuamente".
È Dante Lattes che così sintetizza (nella sua «Apologia dell'ebraismo») i contenuti dell'attesa messianica nell'Israele di oggi. Continua Lattes: "Il Messia-Uomo dei tempi eroici, l'uomo ideale del futuro, il Figlio di David (quello, cioè, atteso nel primo secolo, n.d.r.) diventa il popolo-Messia. Israele è il «servo di Dio» che soffre per la salute del mondo, per la conversione del mondo».

Ma allora, il «dominatore del mondo» atteso ai tempi di Flavio Giuseppe? Risponde Lattes: "Fu una magnifica fantasia, un poetico sogno tessuto dall'immaginazione vivace degli scrittori ebrei (...). L'evangelo si ispira a queste fantasie popolari che avvolgevano l'idea messianica sulla persona del Messia".

Se questo è oggi il punto di vista di parte almeno dell'ebraismo, ancora nel XIII secolo uno dei tredici articoli della fede ebraica diceva (come abbiamo visto) "Dio invierà il Messia, annunciato dai Profeti". La speranza che l'Unto fosse una persona non era ancora abbandonata. Né era abbandonata meno di due secoli fa, alla fine del 1700, quando Jacob Frank, pseudo-Messia di Varsavia mise a rumore tutto il giudaismo europeo. Né quella speranza è terminata (malgrado "tutti i tempi siano scaduti") per molte correnti dell'ebraismo dei nostri giorni, per le quali è ancora valida la confessione di fede di Maimonide che ricalca la millenaria attesa.

Al di là delle interpretazioni fideistiche e delle discussioni religiose è realtà storica oggettiva e indiscutibile che proprio nel secolo di Gesù si verifica la situazione che Paolo, banditore del cristianesimo, sintetizzerà così: "Quello che Israele cercava non l'ha ottenuto. L'ha ottenuto invece il residuo eletto". Cioè quei pagani che, come osserva ancora l'apostolo, "non cercavano la giustizia hanno invece ottenuto la giustizia mediante la fede, mentre Israele che cercava la legge della giustizia non ha conseguito la legge" (Rom., 9).

In questo non c'è giudizio di valore, sia chiaro. A noi interessa constatare i fatti: sul piano storico, la tensione millenaria di Israele verso il Messia si fa massima e poi decresce, o quanto meno cambia i contenuti dell'attesa, proprio mentre il mondo pagano accoglie un Messia per lui inaspettato. E mentre la nuova fede comincia la sua espansione, l'ebraismo (come vedremo meglio più avanti) si ripiega su se stesso alla ricerca di spiegazioni per il mancato arrivo di quel Cristo atteso. La soluzione sarà trovata in un'autocritica dei teologi ebrei: "Ci siamo sbagliati, il Messia non deve venire ma viene continuamente. Non è una persona, come abbiamo creduto per tanti secoli, il Cristo annunciato dai profeti. Quel Cristo siamo noi, popolo d'Israele".

Secondo quell'autocritica è dunque al popolo d'Israele che, ad esempio, si dovrebbero applicare oggi le impressionanti predizioni sul «servo di Jahvè» del libro di Isaia: passi indubbiamente messianici, nessun dotto ebreo lo contesterà mai. Dirà piuttosto che sono riferibili non a un individuo ma bensì alla collettività giudaica che "costringerà tutti gli uomini a riconoscere il Signore con l'esempio delle sue sofferenze sopportate con costante fedeltà all'Eterno" (Bibbia Concordata).

La nuova interpretazione non smentisce però soltanto la costante tradizione precedente. Mal si accorda anche con il testo di Isaia là dove sembra suggerire una interpretazione non collettiva («il popolo») ma individuale («la persona del Messia») alle profezie sul «Servo di Jahvè».

Questi, infatti, è spesso distinto dal popolo d'Israele e ad esso è contrapposto. Così nei cap. 49 (6) e 53 (4-6), dove il misterioso personaggio è visto ristabilire e guidare la sua gente o pagare, lui solo, per le iniquità del suo popolo. Anche in 53 (8) è detto che sarà "abbattuto per i delitti del suo popolo". Inoltre si afferma che sarà "ucciso e sepolto": concetti difficilmente applicabili al popolo di cui parla la teoria «collettiva» cui esegeti d'Israele sono giunti nel travaglio di una delusione ormai due volte millenaria.


"Non abbiamo altro re che Cesare"

Sono soprattutto due, come dicemmo, i brani scritturali in base ai quali gli ebrei sembrano aver compiuto quei calcoli sul cui risultato sfidarono Roma e attirarono l'uragano sulla loro terra.

Al primo brano già brevemente accennammo. È quello del libro del Genesi, al cap. 49, dove Giacobbe benedice i figli e dice: "Adunatevi, ché voglio annunciarvi ciò che vi accadrà negli ultimi giorni". Con l'espressione «ultimi giorni», la Bibbia indica costantemente l'èra che inizierà con l'apparizione del Messia. Prosegue Giacobbe: "Lo scettro non sarà tolto da Giuda, né il bastone del comando di tra i suoi piedi, finché non venga colui al quale appartiene e a lui andrà l'obbedienza dei popoli".
Notammo che è la stessa Bibbia Concordata a osservare che "il passo è sempre stato inteso dagli esegeti ebrei in senso messianico".

Ora, la storia indica che "lo scettro fu tolto da Giuda e il bastone del comando di tra i suoi piedi" proprio ai tempi in cui apparve Gesù. Erode il Grande (quello della cosiddetta «strage degli innocenti») è l'ultimo re degli ebrei. Alla sua morte, il territorio d'Israele è smembrato, l'autorità effettiva passa ai governatori romani, cessa anche la parvenza d'autonomia. Sino al 14 maggio del 1948, alla fine cioè del mandato britannico sulla Palestina, gli ebrei non saranno più padroni nella terra dei loro padri.

A Ponzio Pilato che chiede a quei giudei che vogliono la condanna di Gesù: "Devo crocifiggere il vostro re?", il vangelo di Giovanni fa rispondere: "Noi non abbiamo altro re che Cesare". Non occorre qui discutere se la frase sia stata o no effettivamente pronunciata. Essa rispecchia una precisa, oggettiva situazione storica. E suscita emozione nel cristiano che in quel grido ("Non habemus regem nisi Caesarem") vede la conferma delle condizioni «politiche» profetizzate per i tempi messianici e fissate per scritto oltre un millennio prima.
Pascal, nei suoi appunti per l'Apologia del cristianesimo, annoterà due volte quella parola dei sacerdoti di Israele, commentando: "Dunque Gesù era il Messia, poiché essi non avevano più che uno straniero come re e non ne volevano altri".

Se questo è il commento cristiano, è certo tuttavia che il dominio romano e la fine dell'indipendenza (cui presto sarebbe seguita persino la fine della stessa esistenza d'Israele) erano stati messi dagli ebrei del tempo in relazione con la profezia attribuita a Giacobbe. E ciò aveva accresciuto l'eccitazione messianica. É dunque molto probabile che una delle "ambigue profezie ritrovate nelle sacre scritture" di cui parla Flavio Giuseppe sia questa contenuta nel Genesi.


Il libro di Daniele

Ma l'attenzione dei dotti e del popolo, al tempo di Gesù, si accentrava soprattutto sul libro detto di Daniele. Recentemente, come vedremo in questo stesso capitolo, l'archeologia ce ne ha dato una riprova.
Daniele è l'ultimo libro dell'Antico Testamento, come il Genesi (dove si trova il vaticinio di Giacobbe) è il primo. Ultimo libro anche in senso profetico, tale è la ricchezza e la novità di preannunci sul futuro. Lo stesso Renan scrisse che "il libro di Daniele dà in qualche modo alle speranze messianiche la loro ultima e definitiva espressione".

C'è, in quel testo, una progressione continua e davvero impressionante che sfocia nella celebre «Magna Prophetia», la Grande Profezia del capitolo nono. Qui, seppure tra le oscurità dell'oracolo e nella logica costante del Dio «che si cela», si dice venga suggerita la data in cui sarebbe apparso il Messia. È la prima e unica volta, nella Scrittura, che si stabilisce un vero e proprio «calendario» per l'arrivo dell'Atteso.
È chiaro che ai nostri fini non importa sapere se, come vorrebbero gli esegeti tradizionali, il libro di Daniele è stato scritto durante l'esilio babilonese, nel sesto secolo avanti Cristo. O se, come sembra dimostrare la critica recente con buoni argomenti, si tratta invece di un libro compilato all'epoca dei Maccabei (circa il 160 a.C.), utilizzando tradizioni anteriori.

Ciò che è certissimo e provato anche dai ritrovamenti recenti di papiri è che, all'epoca di Gesù, il libro detto di Daniele era composto e letto nella forma attuale da ormai due secoli. E, ai nostri fini, questo soltanto importa.


Un piccolo sasso diventa un gran monte

Incontriamo la prima allegoria messianica di Daniele nel secondo capitolo: un piccolo sasso distrugge, rotolando, la statua quadriforme che simboleggia (com'è detto espressamente dal testo) i quattro imperi che avrebbero preceduto il regno del Cristo. Secondo un'interpretazione, quegli imperi sono il Neobabilonese, il Medo, il Persiano e il Greco, raffigurati dall'autore con metalli che si succedono con valore descrescente: oro, argento, bronzo, ferro e argilla mescolati. Un'altra interpretazione raggruppa i regni Medo e Persiano in uno solo, identificando il quarto regno con quello Romano.

Non c'interessa comunque chi abbia ragione qui, ma piuttosto la continuazione del testo: "La pietra, che aveva colpito la statua, divenne un gran monte che riempì tutta la terra". Con questo, aggiunge a spiegazione il profeta stesso, si indica che "il Dio del cielo susciterà un regno che non sarà distrutto in eterno e la cui sovranità non passerà ad altro popolo. Stritolerà e annienterà tutti quei regni, ma esso sussisterà in perpetuo".

Conclude il profeta: "Il grande Re ha fatto conoscere al re quel che accadrà in futuro. Il sogno è veritiero e sicura la sua spiegazione".

Si veda come il regno messianico, quello che "non sarà distrutto in eterno e che sussisterà in perpetuo", è descritto come un sassolino, all'inizio, che però non solo ha la forza di distruggere ogni impero terrestre ma cresce sino a diventare "un gran monte che riempie tutta la terra".

Notano i credenti che tale è stata storicamente la caratteristica del regno messianico iniziato da Gesù. Non un'esplosione improvvisa di forza, uno sfolgorio di potenza sin dall'inizio. Ma un «piccolo sasso» ("il Regno di Dio è simile a un granello di senape" scrivono gli evangelisti) che è cresciuto sino a diventare "un gran monte", lentamente, nello spazio di alcuni secoli.

"È predetto che Gesù Cristo sarebbe piccolo al principio e crescerebbe dopo. La piccola pietra di Daniele" (Pascal).


Il figlio dell'uomo

Al capitolo 7 dello stesso libro, la profezia va precisandosi. Dopo avere annunciato che i quattro imperi che sorgeranno sulla terra saranno distrutti da quel sassolino, si giunge alla celebre visione: "Ecco, con le nubi del cielo, uno come figlio d'uomo stava venendo. Egli avanzò sino all'antico di giorni e fu fatto avvicinare in sua presenza. Gli furono dati dominio, onore e regno, tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà mai e il suo regno è tale che non sarà distrutto".

Nei vangeli, Gesù stesso fa continuo riferimento a questo passo di Daniele definendosi «il figlio dell'uomo» e agganciando così la sua venuta a questa profezia. È da notare che proprio il vangelo di Matteo, quello che rispecchia la predicazione cristiana agli ebrei, usa quasi 30 volte una espressione come questa (Figlio dell'uomo) del tutto in consueta nel giudaismo. È infatti impiegata una sola volta nell'Antico Testamento con riferimento al Messia proprio nel passo appena riportato. Usare questo termine significava dunque fare un preciso richiamo alla profezia di Daniele. Che l'attesa messianica popolare si nutrisse in moda particolarissimo del passo che abbiamo riportato è dimostrato dall'impiego eccezionalmente largo che ne fa Matteo. Il proposito di quel vangelo è infatti «dimostrare» che Gesù è il Messia in base alle profezie giudaiche. Ora, richiamarsi così spesso proprio al «figlio dell'uomo» di Daniele significa che gli «avversari» da convincere, gli ebrei, erano d'accordo sul senso chiaramente messianico da attribuire al brano sul Figlio dell'uomo.

Dopo i versetti citati, l'autore del libro continua scrivendo che i cittadini di quel Regno "che non passerà mai" saranno detti "Santi dell'Altissimo" e godranno dei beni addotti "per una eternità di eternità".

Renan nota, lo vedemmo, che con questa «visione» di Daniele, le speranze messianiche di Israele raggiungono "la loro ultima espressione". Da allora, dice lo studioso francese, "il Messia non fu più un re alla maniera di Davide e di Salomone, un Ciro teocrate e moseizzante: fu un Figlio dell'uomo che apparirà su una nube, un essere soprannaturale rivestito di apparenza umana, incaricato di giudicare il mondo e di presiedere l'età dell'oro".

Proprio perché qui l'attesa di quel Messia che aveva attraversato tutta la lunghissima vicenda d'Israele diventa precisa come mai lo era stata, proprio per questo sembra, come tante altre volte, più che mai benefica alla fede l'opera della critica. Se davvero, come questa critica insegna, il libro di Daniele è tra i più tardi della Bibbia e risale soltanto al 160 avanti Cristo, allora trova conferma quanto la meditazione dei credenti ha sempre affermato. Che cioè nella «storia della salvezza» c'è un'ascesa che prosegue per una lunga serie di secoli: da promessa vaga e indistinta, l'attesa messianica diventa sempre più precisa. Sino a questa "ultima espressione" di Daniele, appunto uno dei libri più tardi.

Anche nell'Antico Testamento pare dunque agire la dinamica del sassolino che pian piano diventa montagna. Dal primo libro, il Genesi, con le prime promesse decise ma indistinte, all'ultimo, Daniele, con una precisione inedita.

Sembra logico, pertanto, che a questo punto il profetismo giunga ad indicare persino la data del compimento di quanto annuncia. Ecco, infatti, il vaticinio delle «settanta settimane».


Settanta settimane

È il famoso testo del capitolo 9, sempre di Daniele, che così comincia: "Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e la città santa per far cessare l'iniquità, per sigillare il peccato, per espiare l'iniquità, per addurre giustizia eterna, per suggellare visione e profeta e per ungere il Santo dei Santi.

Il nuovo mondo (l'iniquità che cessa ed è espiata, il peccato che è «sigillato», la giustizia eterna che regna), quel nuovo mondo giungerà dunque per il profeta quando sarà unto il Cristo. E allora termineranno anche le visioni dei profeti ("per suggellare visione e profeta").

Tutto ciò avverrà dopo "settanta settimane". Questa indicazione temporale (l'unica, ripetiamo, nell'Antico Testamento) non ha mai suscitato eccessive polemiche tra gli interpreti. È chiaro infatti che non di settimane si tratta, ma di settenari, periodi cioè di sette anni. La parola ebraica usata dal testo è infatti «shabhuìm», settenario, appunto. Dunque, le "settanta settimane" sarebbero 70 anni per 7, 490 anni in totale.

Ma, da quando cominciare a fare decorrere il computo? Il testo biblico che segue quello che abbiamo riportato dà una indicazione: bisogna cioè fare partire il conto da "una parola di tornare e di ricostruire Gerusalemme". Di quale decreto («parola») si tratta?

Dicevano alcuni che era quello (di cui parla un altro libro della Bibbia) emanato da Artaserse nel suo settimo anno di regno, cioè nel 458-457 a.C. Partendo da questa data la fine dei 490 anni sarebbe caduta nel 32-33 d.C.

Affermavano altri che il decreto, invece, era quello di Ciro, emanato nel 538, dopo la liberazione di Israele dall'esilio babilonese. Sottraendo da 538 i 490 anni, si arriva al 48 a.C. Anche se è certo che Gesù è nato alcuni anni prima della data tradizionale, qui c'era uno «sbaglio» di una quarantina d'anni. Per la prima interpretazione, invece, la coincidenza pareva impressionante, dal momento che la profezia sembra alludere all'uccisione del Messia: e il 32-33 d.C. è una data estremamente verosimile per questo evento.
Sembrava comunque straordinario che il profetismo ebraico, nella sua storia millenaria, avesse azzardato una sola volta una data; e che quella data si fosse rivelata davvero quella dell'inizio dell'era messianica (almeno per i cristiani), anche se soggetta a una oscillazione di una settantina d'anni. In tanti secoli di attesa, quello «sbaglio» sembrava già un buon centro.

C'è da notare poi, seppure per inciso, che questo vaticinio del cap. 9 di Daniele lega al computo degli anni una successione di eventi che hanno una strana risonanza. Si parla infatti qui di "un Unto (cioè, di un Messia, di un Cristo) che sarà soppresso". Si accenna poi al "popolo di un principe che verrà e distruggerà la città e il santuario": Gerusalemme e il suo tempio furono distrutti dal «principe» Tito, imperatore dei romani, proprio nell'anno 70 d.C. Un'altra coincidenza curiosa, questa data, messa a raffronto con una profezia tutta basata sul numero 70. Del resto, anche il vangelo di Matteo, annunciando la distruzione di Gerusalemme, mette in bocca a Gesù il riferimento a Daniele: "Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione predetta dal profeta Daniele, posta nel luogo santo, chi legge intenda, allora coloro che saranno nella Giudea fuggano alle montagne...".

Occorre tuttavia notare che è possibile leggere quegli sconcertanti particolari in un modo diverso, altrettanto attendibile dal punto di vista storico, e vedere annunciati da Daniele non Gesù e Tito ma Onia e Antioco. Un ennesimo aspetto della logica del «Dio nascosto»? Qui, ribadendo la nostra estrema prudenza in questi computi, continuiamo ad elencare fatti. E quelli soltanto. Resta infatti la sorpresa di vedere, dopo il vaticinio sulla data del tempo messianico, annunciati episodi che, anche se suscettibili di altre interpretazioni, sembrano alludere direttamente al periodo storico che seguì Gesù.

E, d'altro canto, è stato osservato che "la distruzione di Gerusalemme nel 70, anche presso gli esegeti giudaici, come Rashi, Ibn Esdra, Ps. Saadia, Abrabanel, fu sempre ritenuta come l'estremo limite delle settimane di Daniele" (A. Vitti).

Di recente si è comunque aggiunto un fatto nuovo che ha portato una conferma (forse decisiva) a una delle due interpretazioni proposte per il termine dei 490 anni.


Luce da Qumràn degli esseni

La nuova luce su Daniele è venuta dalla scoperta dei manoscritti di Qumràn: è, questa, la desolata località sul Mar Morto dove la setta ebraica degli esseni aveva ai tempi di Gesù il suo centro principale. Com'è noto, nel 1947 un pastore beduino, cercando una pecora che si era smarrita, gettò un sasso in una caverna che si apriva su uno strapiombo. Dall'interno venne un rumore di vasi rotti. Pensando a un tesoro, il beduino si arrampicò sino alla grotta. Un tesoro c'era davvero; ma di tutt'altro genere di quello sperato dal pastore. Nell'antro dove da quasi duemila anni nessuno era mai entrato, si trovarono infatti delle giare e nelle giare dei manoscritti. Fu la prima delle sensazionali scoperte che ci restituirono l'intera biblioteca dei sino ad allora misteriosi esseni. Era stata nascosta in quei luoghi inaccessibili quando i monaci fuggirono davanti ai romani, probabilmente tra il 66 e il 70 d.C.

Quelle pergamene diedero i testi di quasi tutti i libri della Bibbia, ricopiati certamente da due a un secolo prima di Gesù e perfettamente coincidenti con quelli usati da ebrei e cristiani di oggi. Inoltre, rivelarono per intero la dottrina degli esseni e permisero di confrontarla con quella di Gesù. Di questo aspetto ci occuperemo più avanti.

Qui, esaminiamo in breve le novità portate dai manoscritti del Mar Morto alle interpretazioni profetiche.
Grazie a quei papiri, si è scoperto che quell'élite dell'ebraismo, la più rigorosa tra tutte e la più attenta nello studiare i «segni dei tempi» che dovevano precedere l'avvento del Messia, si appoggiava proprio alle «settanta settimane» di Daniele.

Dunque, non a torto anche la tradizione cristiana si è subito impadronita di quella profezia, nella linea (peraltro già ampiamente documentata prima del 1947) di tutto il giudaismo antico.

Ma la scoperta non si è limitata a questa conferma: i manoscritti esseni hanno anche dato appoggio a una delle interpretazioni che abbiamo, riportato sull'inizio del tempo messianico. Si tratta del secondo «calcolo», quello che si basa, per fare partire i 490 anni, sulla fine dell'esilio babilonese e sul decreto di Ciro, nel 538 a.C.

Con questo in più, però: che gli esseni partivano sì dall'esilio babilonese ma dal principio di questo, non dalla fine. La loro data di avvio era cioè il 586, inizio della deportazione di Israele in Babilonia. E giungevano a determinare con ancora maggiore precisione l'inizio di quella che, nella loro fede, doveva essere l'era messianica. Lo «sbaglio» di Daniele si riduce così a una ventina d'anni, invece che a una quarantina.

Ecco come sintetizza il metodo di Qumràn Hugh Schonfield, uno dei più noti studiosi biblici contemporanei e specialista dei manoscritti del Mar Morto: "Se si sottraggono dalla data del 586, inizio della prigionia di Israele in Babilonia, i 70 anni della durata totale dell'esilio (secondo la durata indicata dalla Bibbia) e si sottraggono poi i 490 anni, si constata che il Tempo della Fine doveva cominciare verso l'anno 26 a.C.".
L'attesa degli esseni, dunque, è cominciata circa 20 anni prima dell'inizio dell'era cristiana. Poiché l'autorità nell'interpretazione della Scrittura dei monaci del Mar Morto era grandissima nel mondo ebraico; e poiché tutto fa pensare che anche altre correnti giudaiche compissero il calcolo nello stesso modo, cominciamo a capire perché l'attesa del Messia fosse così viva proprio ai tempi di Gesù.

Continua Schonfield: "Non sappiamo bene come gli esseni siano giunti a questo calcolo. È certo, comunque, che è in base a quello che fondarono la loro attesa messianica".

Ne abbiamo anche riprove archeologiche: "Gli scavi intrapresi a Qumràn hanno rivelato che delle nuove costruzioni furono erette poco tempo dopo quella data (il 26 a.C.). Inoltre, le monete scoperte negli stessi scavi confermano che la comunità ebbe un'attività regolare e intensa a partire da una ventina d'anni prima di Cristo sino a circa il 70 d.C.". Così lo stesso autore.

Le costruzioni del Mar Morto furono cioè ampliate per accogliere coloro che, sempre più numerosi, all'approssimarsi del Messia si ritiravano ad attenderlo nel deserto. Dice infatti il Manuale di disciplina degli esseni, scoperto anch'esso nelle grotte: "In quei momenti, gli uomini dovranno cessare di abitare tra i corrotti per ritirarsi nel deserto, dove saranno istruiti coloro che devono essere pronti in quei giorni". I giorni, cioè, in cui dopo un'attesa più che millenaria, sarebbe apparso finalmente il «dominatore del mondo».
Conclude Schonfield: "Noi vediamo oggi sino a che punto -quasi alla lettera potremmo dire- Gesù potesse proclamare all'inizio della sua missione: I tempi sono compiuti, il Regno dei Cieli è prossimo".


 

 

 

 

 

 


 

 

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