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Una rischiosa caccia al
tesoro
Fascinoso ma assai infido luogo di sabbie mobili, il terreno profetico. Eppure,
cercheremo ora di inoltrarci ancor di pi�, pur nella consapevolezza dei rischi
sempre in agguato. Ci aggrapperemo dunque pi� che mai al dato storico,
all'analisi per quanto possibile incontestabile. Il quesito che ci poniamo in
questo capitolo � infatti tra quelli che esigono maggior prudenza.
� possibile, cio�, dare qualche credito a chi afferma che la profezia biblica si
� spinta sino a individuare la data in cui l'�ra messianica sarebbe iniziata? Fu
dunque predetto davvero il tempo in cui apparve Colui che i cristiani
riconobbero come il Cristo annunciato dai profeti?
Ribadiamo di non avere alcuna indulgenza per interpretazioni esoteriche, cui
guardiamo con motivata ironia.
Cercheremo dunque di evitare, ad esempio, l'infortunio del pur per tanti versi
ammirevole Federico Engels. Questo grande profeta del socialismo �scientifico�
(ne esamineremo con ampiezza le tesi pi� avanti, al cap. 6�) pensava di datare
con certezza agli anni 68-69 l'ultimo libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse.
E a ci� diceva di essere giunto attribuendo un numero della cabala ebraica al
nome dell'imperatore Nerone: "N = 50, R = 200, O = 6... La prova � perfetta
quanto si pu� desiderare, il libro misterioso � adesso perfettamente chiaro...".
Cos�, testualmente, Engels in quel suo studio sull'Apocalisse apparso in �The
Progress� di Londra nel 1883.
Ambrogio Donini, autore della recente �Storia del cristianesimo� che
l'introduzione definisce "opera rigorosamente ed esemplarmente marxista", a
proposito di quella interpretazione engeliana parla (certo con qualche
imbarazzo) di �gioco che ha attirato la fantasia di molti interpreti".
"Ai numeri - osserva ancora Donini - si pu� far dire tutto quello che si vuole".
Per l'appunto, concordiamo in pieno; convinti come siamo che la Bibbia non � un
calendario cifrato, riservato ad alcuni iniziati in chiss� quali scienze occulte
al limite della paranoia.
Crediamo per� alla possibilit� della ragione di avventurarsi con cautela, almeno
sino a un certo punto, nella caccia al tesoro cui sembra invitarci il Dio che si
cela.
Inoltriamoci dunque, alla ricerca di indizi se possibile ancor pi� precisi di
quelli che abbiamo creduto di scoprire sinora.
Flavio Giuseppe e la sua �ambigua profezia�
Flavio Giuseppe � il nobile ebreo di casta sacerdotale che pass� al nemico dopo
avere avuto una parte di comando nell'insurrezione contro i romani iniziata nel
66 d.C. e finita quattro anni dopo con la distruzione di Gerusalemme, del tempio
e di tutto Israele. In greco e ad onore dei vincitori, Giuseppe scrisse la sua
celebre �Guerra giudaica� dove descrive le vicende di cui era stato testimone e
protagonista. Abbiamo qui il pi� importante dei documenti su Israele nel primo
secolo.
Quello storico ebreo descrive l'impressionante fioritura di falsi Messia,
eccitati a candidarsi dalla convinzione che i tempi fossero giunti. Al proposito
ci ha lasciato una sconcertante constatazione al sesto libro della sua storia,
cap. 5: "Ma quello che incit� maggiormente (gli ebrei) alla guerra (quella,
appunto, del 66-70 d.C.) fu un'ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle
sacre Scritture, secondo cui in quel tempo �uno� proveniente dal loro paese
sarebbe diventato il dominatore del mondo".
Con la piaggeria del rinnegato (cos� lo giudicarono unanimi i compatrioti che
aveva abbandonato), Flavio Giuseppe si affretta, per� a fornire la sua
interpretazione di quella che chiama una �ambigua profezia�. � del resto la
stessa interpretazione che gli aveva salvato la vita quando, passato ai romani,
era stato condotto davanti al comandante supremo, Vespasiano, in onore del quale
avrebbe aggiunto al suo nome ebraico quello di Flavio.
Continua infatti lo storico: "Questa (la �profezia ambigua�, cio�) gli ebrei la
intesero come se alludesse a un loro connazionale, e molti si sbagliarono nella
sua interpretazione, mentre la profezia in realt� si riferiva al dominio di
Vespasiano, acclamato imperatore in Giudea".
Dunque, al di l� delle interpretazioni (�adventus Messiae�, arrivo del Messia
per gli ebrei restati fedeli, �adventus Caesaris�, arrivo di Vespasiano per
l'ebreo passato al nemico) nell'Israele del primo secolo si dava per scontato
che proprio "in quel tempo" sarebbe sorto dalla Giudea "il dominatore del
mondo". E ci� in base a una "profezia" che Giuseppe dichiara "ambigua" per
poterla cos� applicare al nuovo padrone.
Per la massa dei giudei la profezia doveva essere invece univoca se (come
testimonia lo stesso storico) era stata il massimo incitamento a sfidare la pi�
grande potenza militare del mondo. Non doveva giungere proprio in quegli anni il
dominatore dei popoli? Guidati da lui gli ebrei avrebbero non solo vinto, ma
addirittura sottomesso il grande impero di Roma il cui solo nome incuteva
terrore a tutte le genti. � in quella speranza che i difensori di Gerusalemme
preferirono farsi sterminare, piuttosto che accettare le ripetute offerte di
pace degli assedianti.
"Tutti i tempi sono ormai scaduti"
Quell'attesa del �dominatore del mondo� forte pi� del timore della morte ed
estesa a tutto un popolo sorprende noi che sappiamo come andarono le cose.
Ma perch� Israele attendeva il suo Messia proprio nel periodo in cui apparve
quel Ges� che tutto l'impero romano doveva riconoscere come il Cristo? Perch�
nel primo secolo e non in un altro del passato o del futuro della gi� allora
millenaria storia religiosa dell'ebraismo?
Forse sono soprattutto due i passi della Scrittura in base ai quali i giudei
dovevano essere giunti a individuare la data, seppure approssimativa,
dell'arrivo dell'Unto. La loro interpretazione di quei passi si accorda,
evidentemente, con quella dei cristiani, per cui il Messia � giunto davvero
quando tutto Israele lo attendeva. Vedremo quei testi nei paragrafi che seguono.
Quel secolo pass� portando una certezza per i discepoli della nuova fede nata da
Ges�; una delusione per quegli ebrei (non tutti, come osservammo) che non
riconobbero in nessuno dei tanti candidati di quel periodo l'Atteso. Da allora,
come dice Pascal, da "grandi amici delle cose predette sono divenuti grandi
avversari del compimento di esse".
� testimoniato con certezza che � sotto la spinta della delusione che pian piano
i dotti d'Israele cambiano le interpretazioni con cui i loro antenati erano
giunti a polarizzare l'aspettativa sul primo secolo. Poich�, come osserva lo
stesso Talm�d (Sanhedr�n, 97) "tutti i tempi sono ormai scaduti" si cerca una
giustificazione all'attesa delusa.
Ecco, nelle parole di uno studioso ebreo recente, come si � trasformata infatti
l'idea messianica: "Il messianesimo ebreo, raffigurato dapprima nella persona di
un uomo, nel quale la giustizia si afferma e concreta, diventa ed � un'idea:
l'idea dell'avvenire, l'idea dell'anelito umano, individuale e collettivo, verso
l'effettuarsi della giustizia e della religione nella storia. La coscienza
collettiva ebraica si raccoglie e si appunta in questa fede: che il travaglio
umano deve confluire verso quell'alba di redenzione in cui il male non regner�
pi� sulla terra. Non � pi� la persona o le persone, ma il tempo e il fatto che
contano. L'umanit� si muove verso quella realt� con la sua fatica. Il Messia sta
venendo continuamente".
� Dante Lattes che cos� sintetizza (nella sua �Apologia dell'ebraismo�) i
contenuti dell'attesa messianica nell'Israele di oggi. Continua Lattes: "Il
Messia-Uomo dei tempi eroici, l'uomo ideale del futuro, il Figlio di David
(quello, cio�, atteso nel primo secolo, n.d.r.) diventa il popolo-Messia.
Israele � il �servo di Dio� che soffre per la salute del mondo, per la
conversione del mondo�.
Ma allora, il �dominatore del mondo� atteso ai tempi di Flavio Giuseppe?
Risponde Lattes: "Fu una magnifica fantasia, un poetico sogno tessuto
dall'immaginazione vivace degli scrittori ebrei (...). L'evangelo si ispira a
queste fantasie popolari che avvolgevano l'idea messianica sulla persona del
Messia".
Se questo � oggi il punto di vista di parte almeno dell'ebraismo, ancora nel
XIII secolo uno dei tredici articoli della fede ebraica diceva (come abbiamo
visto) "Dio invier� il Messia, annunciato dai Profeti". La speranza che l'Unto
fosse una persona non era ancora abbandonata. N� era abbandonata meno di due
secoli fa, alla fine del 1700, quando Jacob Frank, pseudo-Messia di Varsavia
mise a rumore tutto il giudaismo europeo. N� quella speranza � terminata
(malgrado "tutti i tempi siano scaduti") per molte correnti dell'ebraismo dei
nostri giorni, per le quali � ancora valida la confessione di fede di Maimonide
che ricalca la millenaria attesa.
Al di l� delle interpretazioni fideistiche e delle discussioni religiose �
realt� storica oggettiva e indiscutibile che proprio nel secolo di Ges� si
verifica la situazione che Paolo, banditore del cristianesimo, sintetizzer�
cos�: "Quello che Israele cercava non l'ha ottenuto. L'ha ottenuto invece il
residuo eletto". Cio� quei pagani che, come osserva ancora l'apostolo, "non
cercavano la giustizia hanno invece ottenuto la giustizia mediante la fede,
mentre Israele che cercava la legge della giustizia non ha conseguito la legge"
(Rom., 9).
In questo non c'� giudizio di valore, sia chiaro. A noi interessa constatare i
fatti: sul piano storico, la tensione millenaria di Israele verso il Messia si
fa massima e poi decresce, o quanto meno cambia i contenuti dell'attesa, proprio
mentre il mondo pagano accoglie un Messia per lui inaspettato. E mentre la nuova
fede comincia la sua espansione, l'ebraismo (come vedremo meglio pi� avanti) si
ripiega su se stesso alla ricerca di spiegazioni per il mancato arrivo di quel
Cristo atteso. La soluzione sar� trovata in un'autocritica dei teologi ebrei:
"Ci siamo sbagliati, il Messia non deve venire ma viene continuamente. Non � una
persona, come abbiamo creduto per tanti secoli, il Cristo annunciato dai
profeti. Quel Cristo siamo noi, popolo d'Israele".
Secondo quell'autocritica � dunque al popolo d'Israele che, ad esempio, si
dovrebbero applicare oggi le impressionanti predizioni sul �servo di Jahv� del
libro di Isaia: passi indubbiamente messianici, nessun dotto ebreo lo contester�
mai. Dir� piuttosto che sono riferibili non a un individuo ma bens� alla
collettivit� giudaica che "costringer� tutti gli uomini a riconoscere il Signore
con l'esempio delle sue sofferenze sopportate con costante fedelt� all'Eterno"
(Bibbia Concordata).
La nuova interpretazione non smentisce per� soltanto la costante tradizione
precedente. Mal si accorda anche con il testo di Isaia l� dove sembra suggerire
una interpretazione non collettiva (�il popolo�) ma individuale (�la persona del
Messia�) alle profezie sul �Servo di Jahv�.
Questi, infatti, � spesso distinto dal popolo d'Israele e ad esso �
contrapposto. Cos� nei cap. 49 (6) e 53 (4-6), dove il misterioso personaggio �
visto ristabilire e guidare la sua gente o pagare, lui solo, per le iniquit� del
suo popolo. Anche in 53 (8) � detto che sar� "abbattuto per i delitti del suo
popolo". Inoltre si afferma che sar� "ucciso e sepolto": concetti difficilmente
applicabili al popolo di cui parla la teoria �collettiva� cui esegeti d'Israele
sono giunti nel travaglio di una delusione ormai due volte millenaria.
"Non abbiamo altro re che Cesare"
Sono soprattutto due, come dicemmo, i brani scritturali in base ai quali gli
ebrei sembrano aver compiuto quei calcoli sul cui risultato sfidarono Roma e
attirarono l'uragano sulla loro terra.
Al primo brano gi� brevemente accennammo. � quello del libro del Genesi, al cap.
49, dove Giacobbe benedice i figli e dice: "Adunatevi, ch� voglio annunciarvi
ci� che vi accadr� negli ultimi giorni". Con l'espressione �ultimi giorni�, la
Bibbia indica costantemente l'�ra che inizier� con l'apparizione del Messia.
Prosegue Giacobbe: "Lo scettro non sar� tolto da Giuda, n� il bastone del
comando di tra i suoi piedi, finch� non venga colui al quale appartiene e a lui
andr� l'obbedienza dei popoli".
Notammo che � la stessa Bibbia Concordata a osservare che "il passo � sempre
stato inteso dagli esegeti ebrei in senso messianico".
Ora, la storia indica che "lo scettro fu tolto da Giuda e il bastone del comando
di tra i suoi piedi" proprio ai tempi in cui apparve Ges�. Erode il Grande
(quello della cosiddetta �strage degli innocenti�) � l'ultimo re degli ebrei.
Alla sua morte, il territorio d'Israele � smembrato, l'autorit� effettiva passa
ai governatori romani, cessa anche la parvenza d'autonomia. Sino al 14 maggio
del 1948, alla fine cio� del mandato britannico sulla Palestina, gli ebrei non
saranno pi� padroni nella terra dei loro padri.
A Ponzio Pilato che chiede a quei giudei che vogliono la condanna di Ges�: "Devo
crocifiggere il vostro re?", il vangelo di Giovanni fa rispondere: "Noi non
abbiamo altro re che Cesare". Non occorre qui discutere se la frase sia stata o
no effettivamente pronunciata. Essa rispecchia una precisa, oggettiva situazione
storica. E suscita emozione nel cristiano che in quel grido ("Non habemus regem
nisi Caesarem") vede la conferma delle condizioni �politiche� profetizzate per i
tempi messianici e fissate per scritto oltre un millennio prima.
Pascal, nei suoi appunti per l'Apologia del cristianesimo, annoter� due volte
quella parola dei sacerdoti di Israele, commentando: "Dunque Ges� era il Messia,
poich� essi non avevano pi� che uno straniero come re e non ne volevano altri".
Se questo � il commento cristiano, � certo tuttavia che il dominio romano e la
fine dell'indipendenza (cui presto sarebbe seguita persino la fine della stessa
esistenza d'Israele) erano stati messi dagli ebrei del tempo in relazione con la
profezia attribuita a Giacobbe. E ci� aveva accresciuto l'eccitazione
messianica. � dunque molto probabile che una delle "ambigue profezie ritrovate
nelle sacre scritture" di cui parla Flavio Giuseppe sia questa contenuta nel
Genesi.
Il libro di Daniele
Ma l'attenzione dei dotti e del popolo, al tempo di Ges�, si accentrava
soprattutto sul libro detto di Daniele. Recentemente, come vedremo in questo
stesso capitolo, l'archeologia ce ne ha dato una riprova.
Daniele � l'ultimo libro dell'Antico Testamento, come il Genesi (dove si trova
il vaticinio di Giacobbe) � il primo. Ultimo libro anche in senso profetico,
tale � la ricchezza e la novit� di preannunci sul futuro. Lo stesso Renan
scrisse che "il libro di Daniele d� in qualche modo alle speranze messianiche la
loro ultima e definitiva espressione".
C'�, in quel testo, una progressione continua e davvero impressionante che
sfocia nella celebre �Magna Prophetia�, la Grande Profezia del capitolo nono.
Qui, seppure tra le oscurit� dell'oracolo e nella logica costante del Dio �che
si cela�, si dice venga suggerita la data in cui sarebbe apparso il Messia. � la
prima e unica volta, nella Scrittura, che si stabilisce un vero e proprio
�calendario� per l'arrivo dell'Atteso.
� chiaro che ai nostri fini non importa sapere se, come vorrebbero gli esegeti
tradizionali, il libro di Daniele � stato scritto durante l'esilio babilonese,
nel sesto secolo avanti Cristo. O se, come sembra dimostrare la critica recente
con buoni argomenti, si tratta invece di un libro compilato all'epoca dei
Maccabei (circa il 160 a.C.), utilizzando tradizioni anteriori.
Ci� che � certissimo e provato anche dai ritrovamenti recenti di papiri � che,
all'epoca di Ges�, il libro detto di Daniele era composto e letto nella forma
attuale da ormai due secoli. E, ai nostri fini, questo soltanto importa.
Un piccolo sasso diventa un gran monte
Incontriamo la prima allegoria messianica di Daniele nel secondo capitolo: un
piccolo sasso distrugge, rotolando, la statua quadriforme che simboleggia (com'�
detto espressamente dal testo) i quattro imperi che avrebbero preceduto il regno
del Cristo. Secondo un'interpretazione, quegli imperi sono il Neobabilonese, il
Medo, il Persiano e il Greco, raffigurati dall'autore con metalli che si
succedono con valore descrescente: oro, argento, bronzo, ferro e argilla
mescolati. Un'altra interpretazione raggruppa i regni Medo e Persiano in uno
solo, identificando il quarto regno con quello Romano.
Non c'interessa comunque chi abbia ragione qui, ma piuttosto la continuazione
del testo: "La pietra, che aveva colpito la statua, divenne un gran monte che
riemp� tutta la terra". Con questo, aggiunge a spiegazione il profeta stesso, si
indica che "il Dio del cielo susciter� un regno che non sar� distrutto in eterno
e la cui sovranit� non passer� ad altro popolo. Stritoler� e annienter� tutti
quei regni, ma esso sussister� in perpetuo".
Conclude il profeta: "Il grande Re ha fatto conoscere al re quel che accadr� in
futuro. Il sogno � veritiero e sicura la sua spiegazione".
Si veda come il regno messianico, quello che "non sar� distrutto in eterno e che
sussister� in perpetuo", � descritto come un sassolino, all'inizio, che per� non
solo ha la forza di distruggere ogni impero terrestre ma cresce sino a diventare
"un gran monte che riempie tutta la terra".
Notano i credenti che tale � stata storicamente la caratteristica del regno
messianico iniziato da Ges�. Non un'esplosione improvvisa di forza, uno
sfolgorio di potenza sin dall'inizio. Ma un �piccolo sasso� ("il Regno di Dio �
simile a un granello di senape" scrivono gli evangelisti) che � cresciuto sino a
diventare "un gran monte", lentamente, nello spazio di alcuni secoli.
"� predetto che Ges� Cristo sarebbe piccolo al principio e crescerebbe dopo. La
piccola pietra di Daniele" (Pascal).
Il figlio dell'uomo
Al capitolo 7 dello stesso libro, la profezia va precisandosi. Dopo avere
annunciato che i quattro imperi che sorgeranno sulla terra saranno distrutti da
quel sassolino, si giunge alla celebre visione: "Ecco, con le nubi del cielo,
uno come figlio d'uomo stava venendo. Egli avanz� sino all'antico di giorni e fu
fatto avvicinare in sua presenza. Gli furono dati dominio, onore e regno, tutti
i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Il suo dominio � un dominio eterno che
non passer� mai e il suo regno � tale che non sar� distrutto".
Nei vangeli, Ges� stesso fa continuo riferimento a questo passo di Daniele
definendosi �il figlio dell'uomo� e agganciando cos� la sua venuta a questa
profezia. � da notare che proprio il vangelo di Matteo, quello che rispecchia la
predicazione cristiana agli ebrei, usa quasi 30 volte una espressione come
questa (Figlio dell'uomo) del tutto in consueta nel giudaismo. � infatti
impiegata una sola volta nell'Antico Testamento con riferimento al Messia
proprio nel passo appena riportato. Usare questo termine significava dunque fare
un preciso richiamo alla profezia di Daniele. Che l'attesa messianica popolare
si nutrisse in moda particolarissimo del passo che abbiamo riportato �
dimostrato dall'impiego eccezionalmente largo che ne fa Matteo. Il proposito di
quel vangelo � infatti �dimostrare� che Ges� � il Messia in base alle profezie
giudaiche. Ora, richiamarsi cos� spesso proprio al �figlio dell'uomo� di Daniele
significa che gli �avversari� da convincere, gli ebrei, erano d'accordo sul
senso chiaramente messianico da attribuire al brano sul Figlio dell'uomo.
Dopo i versetti citati, l'autore del libro continua scrivendo che i cittadini di
quel Regno "che non passer� mai" saranno detti "Santi dell'Altissimo" e godranno
dei beni addotti "per una eternit� di eternit�".
Renan nota, lo vedemmo, che con questa �visione� di Daniele, le speranze
messianiche di Israele raggiungono "la loro ultima espressione". Da allora, dice
lo studioso francese, "il Messia non fu pi� un re alla maniera di Davide e di
Salomone, un Ciro teocrate e moseizzante: fu un Figlio dell'uomo che apparir� su
una nube, un essere soprannaturale rivestito di apparenza umana, incaricato di
giudicare il mondo e di presiedere l'et� dell'oro".
Proprio perch� qui l'attesa di quel Messia che aveva attraversato tutta la
lunghissima vicenda d'Israele diventa precisa come mai lo era stata, proprio per
questo sembra, come tante altre volte, pi� che mai benefica alla fede l'opera
della critica. Se davvero, come questa critica insegna, il libro di Daniele �
tra i pi� tardi della Bibbia e risale soltanto al 160 avanti Cristo, allora
trova conferma quanto la meditazione dei credenti ha sempre affermato. Che cio�
nella �storia della salvezza� c'� un'ascesa che prosegue per una lunga serie di
secoli: da promessa vaga e indistinta, l'attesa messianica diventa sempre pi�
precisa. Sino a questa "ultima espressione" di Daniele, appunto uno dei libri
pi� tardi.
Anche nell'Antico Testamento pare dunque agire la dinamica del sassolino che
pian piano diventa montagna. Dal primo libro, il Genesi, con le prime promesse
decise ma indistinte, all'ultimo, Daniele, con una precisione inedita.
Sembra logico, pertanto, che a questo punto il profetismo giunga ad indicare
persino la data del compimento di quanto annuncia. Ecco, infatti, il vaticinio
delle �settanta settimane�.
Settanta settimane
� il famoso testo del capitolo 9, sempre di Daniele, che cos� comincia:
"Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e la citt� santa per far
cessare l'iniquit�, per sigillare il peccato, per espiare l'iniquit�, per
addurre giustizia eterna, per suggellare visione e profeta e per ungere il Santo
dei Santi.
Il nuovo mondo (l'iniquit� che cessa ed � espiata, il peccato che � �sigillato�,
la giustizia eterna che regna), quel nuovo mondo giunger� dunque per il profeta
quando sar� unto il Cristo. E allora termineranno anche le visioni dei profeti
("per suggellare visione e profeta").
Tutto ci� avverr� dopo "settanta settimane". Questa indicazione temporale
(l'unica, ripetiamo, nell'Antico Testamento) non ha mai suscitato eccessive
polemiche tra gli interpreti. � chiaro infatti che non di settimane si tratta,
ma di settenari, periodi cio� di sette anni. La parola ebraica usata dal testo �
infatti �shabhu�m�, settenario, appunto. Dunque, le "settanta settimane"
sarebbero 70 anni per 7, 490 anni in totale.
Ma, da quando cominciare a fare decorrere il computo? Il testo biblico che segue
quello che abbiamo riportato d� una indicazione: bisogna cio� fare partire il
conto da "una parola di tornare e di ricostruire Gerusalemme". Di quale decreto
(�parola�) si tratta?
Dicevano alcuni che era quello (di cui parla un altro libro della Bibbia)
emanato da Artaserse nel suo settimo anno di regno, cio� nel 458-457 a.C.
Partendo da questa data la fine dei 490 anni sarebbe caduta nel 32-33 d.C.
Affermavano altri che il decreto, invece, era quello di Ciro, emanato nel 538,
dopo la liberazione di Israele dall'esilio babilonese. Sottraendo da 538 i 490
anni, si arriva al 48 a.C. Anche se � certo che Ges� � nato alcuni anni prima
della data tradizionale, qui c'era uno �sbaglio� di una quarantina d'anni. Per
la prima interpretazione, invece, la coincidenza pareva impressionante, dal
momento che la profezia sembra alludere all'uccisione del Messia: e il 32-33
d.C. � una data estremamente verosimile per questo evento.
Sembrava comunque straordinario che il profetismo ebraico, nella sua storia
millenaria, avesse azzardato una sola volta una data; e che quella data si fosse
rivelata davvero quella dell'inizio dell'era messianica (almeno per i
cristiani), anche se soggetta a una oscillazione di una settantina d'anni. In
tanti secoli di attesa, quello �sbaglio� sembrava gi� un buon centro.
C'� da notare poi, seppure per inciso, che questo vaticinio del cap. 9 di
Daniele lega al computo degli anni una successione di eventi che hanno una
strana risonanza. Si parla infatti qui di "un Unto (cio�, di un Messia, di un
Cristo) che sar� soppresso". Si accenna poi al "popolo di un principe che verr�
e distrugger� la citt� e il santuario": Gerusalemme e il suo tempio furono
distrutti dal �principe� Tito, imperatore dei romani, proprio nell'anno 70 d.C.
Un'altra coincidenza curiosa, questa data, messa a raffronto con una profezia
tutta basata sul numero 70. Del resto, anche il vangelo di Matteo, annunciando
la distruzione di Gerusalemme, mette in bocca a Ges� il riferimento a Daniele:
"Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione predetta dal profeta
Daniele, posta nel luogo santo, chi legge intenda, allora coloro che saranno
nella Giudea fuggano alle montagne...".
Occorre tuttavia notare che � possibile leggere quegli sconcertanti particolari
in un modo diverso, altrettanto attendibile dal punto di vista storico, e vedere
annunciati da Daniele non Ges� e Tito ma Onia e Antioco. Un ennesimo aspetto
della logica del �Dio nascosto�? Qui, ribadendo la nostra estrema prudenza in
questi computi, continuiamo ad elencare fatti. E quelli soltanto. Resta infatti
la sorpresa di vedere, dopo il vaticinio sulla data del tempo messianico,
annunciati episodi che, anche se suscettibili di altre interpretazioni, sembrano
alludere direttamente al periodo storico che segu� Ges�.
E, d'altro canto, � stato osservato che "la distruzione di Gerusalemme nel 70,
anche presso gli esegeti giudaici, come Rashi, Ibn Esdra, Ps. Saadia, Abrabanel,
fu sempre ritenuta come l'estremo limite delle settimane di Daniele" (A. Vitti).
Di recente si � comunque aggiunto un fatto nuovo che ha portato una conferma
(forse decisiva) a una delle due interpretazioni proposte per il termine dei 490
anni.
Luce da Qumr�n degli esseni
La nuova luce su Daniele � venuta dalla scoperta dei manoscritti di Qumr�n: �,
questa, la desolata localit� sul Mar Morto dove la setta ebraica degli esseni
aveva ai tempi di Ges� il suo centro principale. Com'� noto, nel 1947 un pastore
beduino, cercando una pecora che si era smarrita, gett� un sasso in una caverna
che si apriva su uno strapiombo. Dall'interno venne un rumore di vasi rotti.
Pensando a un tesoro, il beduino si arrampic� sino alla grotta. Un tesoro c'era
davvero; ma di tutt'altro genere di quello sperato dal pastore. Nell'antro dove
da quasi duemila anni nessuno era mai entrato, si trovarono infatti delle giare
e nelle giare dei manoscritti. Fu la prima delle sensazionali scoperte che ci
restituirono l'intera biblioteca dei sino ad allora misteriosi esseni. Era stata
nascosta in quei luoghi inaccessibili quando i monaci fuggirono davanti ai
romani, probabilmente tra il 66 e il 70 d.C.
Quelle pergamene diedero i testi di quasi tutti i libri della Bibbia, ricopiati
certamente da due a un secolo prima di Ges� e perfettamente coincidenti con
quelli usati da ebrei e cristiani di oggi. Inoltre, rivelarono per intero la
dottrina degli esseni e permisero di confrontarla con quella di Ges�. Di questo
aspetto ci occuperemo pi� avanti.
Qui, esaminiamo in breve le novit� portate dai manoscritti del Mar Morto alle
interpretazioni profetiche.
Grazie a quei papiri, si � scoperto che quell'�lite dell'ebraismo, la pi�
rigorosa tra tutte e la pi� attenta nello studiare i �segni dei tempi� che
dovevano precedere l'avvento del Messia, si appoggiava proprio alle �settanta
settimane� di Daniele.
Dunque, non a torto anche la tradizione cristiana si � subito impadronita di
quella profezia, nella linea (peraltro gi� ampiamente documentata prima del
1947) di tutto il giudaismo antico.
Ma la scoperta non si � limitata a questa conferma: i manoscritti esseni hanno
anche dato appoggio a una delle interpretazioni che abbiamo, riportato
sull'inizio del tempo messianico. Si tratta del secondo �calcolo�, quello che si
basa, per fare partire i 490 anni, sulla fine dell'esilio babilonese e sul
decreto di Ciro, nel 538 a.C.
Con questo in pi�, per�: che gli esseni partivano s� dall'esilio babilonese ma
dal principio di questo, non dalla fine. La loro data di avvio era cio� il 586,
inizio della deportazione di Israele in Babilonia. E giungevano a determinare
con ancora maggiore precisione l'inizio di quella che, nella loro fede, doveva
essere l'era messianica. Lo �sbaglio� di Daniele si riduce cos� a una ventina
d'anni, invece che a una quarantina.
Ecco come sintetizza il metodo di Qumr�n Hugh Schonfield, uno dei pi� noti
studiosi biblici contemporanei e specialista dei manoscritti del Mar Morto: "Se
si sottraggono dalla data del 586, inizio della prigionia di Israele in
Babilonia, i 70 anni della durata totale dell'esilio (secondo la durata indicata
dalla Bibbia) e si sottraggono poi i 490 anni, si constata che il Tempo della
Fine doveva cominciare verso l'anno 26 a.C.".
L'attesa degli esseni, dunque, � cominciata circa 20 anni prima dell'inizio
dell'era cristiana. Poich� l'autorit� nell'interpretazione della Scrittura dei
monaci del Mar Morto era grandissima nel mondo ebraico; e poich� tutto fa
pensare che anche altre correnti giudaiche compissero il calcolo nello stesso
modo, cominciamo a capire perch� l'attesa del Messia fosse cos� viva proprio ai
tempi di Ges�.
Continua Schonfield: "Non sappiamo bene come gli esseni siano giunti a questo
calcolo. � certo, comunque, che � in base a quello che fondarono la loro attesa
messianica".
Ne abbiamo anche riprove archeologiche: "Gli scavi intrapresi a Qumr�n hanno
rivelato che delle nuove costruzioni furono erette poco tempo dopo quella data
(il 26 a.C.). Inoltre, le monete scoperte negli stessi scavi confermano che la
comunit� ebbe un'attivit� regolare e intensa a partire da una ventina d'anni
prima di Cristo sino a circa il 70 d.C.". Cos� lo stesso autore.
Le costruzioni del Mar Morto furono cio� ampliate per accogliere coloro che,
sempre pi� numerosi, all'approssimarsi del Messia si ritiravano ad attenderlo
nel deserto. Dice infatti il Manuale di disciplina degli esseni, scoperto
anch'esso nelle grotte: "In quei momenti, gli uomini dovranno cessare di abitare
tra i corrotti per ritirarsi nel deserto, dove saranno istruiti coloro che
devono essere pronti in quei giorni". I giorni, cio�, in cui dopo un'attesa pi�
che millenaria, sarebbe apparso finalmente il �dominatore del mondo�.
Conclude Schonfield: "Noi vediamo oggi sino a che punto -quasi alla lettera
potremmo dire- Ges� potesse proclamare all'inizio della sua missione: I tempi
sono compiuti, il Regno dei Cieli � prossimo".
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