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La Shekinat o Presenza Divina:

...Alitò su di loro e disse: ecco, ricevete lo Spirito Santo    (Giovanni: 20, 22)

Tratto da: http://www.antiguatau.it/htlm/Cos’è%20la%20Shekinat.htm 

 


"Poiché nella saggezza v'è uno spirito intelligente e santo, unico nel suo genere eppure fatto di molte parti, che è sottile, libero di muoversi, lucido, senza macchia, chiaro, invulnerabile, che ama ciò che è buono, ardente, senza ostacoli, benefico, gentile con gli uomini, costante, infallibile, non toccato dalla preoccupazione, potente, che tutto sorveglia, e che permea tutti gli spiriti intelligenti, puri e delicati. Poiché la saggezza muove con più facilità dello stesso moto, essendo così pura pervade e permea tutte le cose. Come nebbia sottile essa emana dal potere di Dio, pura effluenza dalla gloria dell'Onnipotente; nulla di lordo può penetrarvi di nascosto. Essa è il fulgore che emana dalla Luce Eterna; lo specchio immacolato del potere attivo di Dio e l'immagine della sua bontà. Essa è una, eppure può fare tutto; seppur immutabile, tutto rinnova; epoca dopo epoca essa penetra nelle anime sante facendone profeti e amici di Dio, poiché nulla Dio accetta se non l'uomo che costruisce la sua casa con saggezza. Più radiosa del sole; sorpassa ogni costellazione; paragonata alla luce del sole la eccede; poiché il giorno fa posto alla notte, ma di fronte alla saggezza non v'è malvagità che prevalga. Essa inonda il mondo di potere da parte parte, e ordina benignamente tutte le cose". (Da: "La Saggezza di Salomone", testo apocrifo del Vecchio Testamento)

 

Siamo nella parte più sacra e mistica dell’intera costruzione spirituale ed esoterica dell'Occidente, e dell’intero portato culturale della nostra Teosofia! Abbiamo detto, nella pagina indice di questa rubrica: "esoterica", che le "essenze" di queste sette pagine, rappresentano le sette colonne del nostro Tempio virtuale... ma bisognerebbe aggiungere che in realtà si tratta soltanto di sei colonne... che sorreggono una Chiave di Volta gotica, puntata verso il cielo e l'ascensione mistica: la Teosofia della Shekhinah!!!

Il termine ebraico "Shekinah", "Sekinah" o "Shekinat El" deriva dall’akkadico, mentre nell’antico e magico aramaico (che deriva anch’esso dall’akkadico) suona come: "Sekinthà" e che significa, in generale: Presenza divina.

Questo termine è composto da tre fondamentali lettere ebraiche (a capo delle tre sillabe del termine), tre archetipi divini o segni viventi:

  • S = Scin = Viene;

  • K = Kaf = Penetra;

  • N = Nun = Trasforma.

  • Viene, attraverso l’invocazione e la Pratica della Presenza divina. 

  • Penetra, attraverso la nostra dedizione, l’apertura spirituale e la porta del cuore che dobbiamo prima ampliare e "disgorgare" dagli ostacoli e dai blocchi emotivi. 

  • Trasforma, attraverso l’Energia e la Luce divina che rappresenta e porta in sé, trasforma la nostra vita, il nostro cammino, la nostra evoluzione e la nostra "pesante" personalità…

In questa sua "Trinità" è conosciuta esotericamente anche come: la Via, la Verità, la Vita…

Il suo valore numerico è: 385, come anche "l’azione" e "la mano destra di Dio".

Il termine sta a significare la viva Presenza di Dio nel Creato e sulla terra, quella che aleggiava sulle acque all’inizio dei tempi e che aleggia sulla testa dei giusti, Presenza che si ‘evoca’ grazie al totale perfezionamento di un essere umano (illuminazione).

Quindi Presenza divina e parte femminile di Dio, quella parte che è immanente al cosmo, alla materia ed agli elementi che la compongono (la quintessenza).

Immanenza che testimonia la trascendenza del suo sposo celeste e creatore della creazione, emanazione, effluvio del suo soffio, assoggettabile al più tardo e "vago" Spirito Santo della tradizione cristiana.

Ella, nella sua presenza, è anche portatrice di fiaccola (di sapere esoterico), ma soprattutto di Tal, importante termine ebraico che significa: rugiada e più propriamente: rugiada di Luce (l’energia della Luce spirituale che infonde la forza vitale nella materia e che emanata dalla Corona, raggiunge il Regno… da Metatron a Sekinta e Sandalphon…), concetto questo, analogo all’orientale "prana", l’alimento dei mistici e degli spirituali e, come il volto raggiante e senza tratti di Sekinta, visibile come "nebbia luminosa" dentro e tutt’intorno a noi (vedi anche concetto di Man = manna).

Sekinta e Tal rappresentano, per la mistica, la sacra icona della suprema e segreta energia dei nomi celesti.

Tal, la nebbia luminosa emanata da Sekinta, può, mescolandosi alla polvere della terra, cristallizzarsi nel cristallo di rocca, rendendosi materiale e visibile, come può rendere visibile il nuovo corpo di luce delle anime dei morti e degli angeli che si manifestano.

Sekinta è anche assimilabile al concetto ebraico di: Or-Ein-Sof, la Luce Infinita (la Lux eternae della Tradizione latina) e da qui, al concetto di Ziw (lo schen degli orientali), che si riferisce a quella particolare luminosità del corpo, del viso e soprattutto degli occhi, che caratterizza le grandi anime risvegliate, i mistici e gli spirituali che praticano la Presenza divina, come tutti quegli esseri che si sono incamminati in un arduo ed ignoto cammino spirituale.

Ziw è la luminosità dell’entusiasmo, che denota salute, pienezza, gioia e spiritualità, pienezza e compiutezza dell’uomo… Ziw è l’aspetto raggiante dell’uomo su cui aleggia la Shekinah… analogo, nella Tradizione iraniana-zoroastriana, al concetto di: Xvarenah.

"Me-Ziw-Sekinta" lo splendore della schekinah, un rigoglio di cui si nutre l’anima e che non fa sentire la fame e la sete corporali al mistico in ritiro ed in digiuno (per esempio nella quarantena, un ritiro isolato di digiuno per quaranta giorni e notti in cui nutre soltanto lo splendore della shekina).

Di questo frutto (Tal e Ziw), si nutriranno i giusti e gli eletti, i "segnati" del futuro senza più cibo fisico e corporale.

Da questi termini deriva il "nostro" "Pane degli angeli" (Ecce panis angelorum factus cibus viatorum).

Tutto questo non è centrale e di particolare rilevanza soltanto per la mistica ebraica (come molti ortodossi vorrebbero), ma anche delle tradizioni mediorientali ed occidentali, soprattutto per la "nostra" Tradizione mistica "trasversale e antidogmatica" del "Popolo del Libro".

Quanti, di noi ricercatori spirituali (lo sei chiaramente anche tu, se stai leggendo queste parole), non ha avuto, in ritiro, in meditazione, preghiera o raccoglimento, l’iniziante esperienza della nebbia luminosa all’interno della nostra focale interiore? Ebbene questa è l’essenza più profonda e significativa del nostro percorso e della nostra ricerca.

La toccante e profonda esperienza della Presenza e della nebbia luminosa non è un mero concetto astratto o filosofico, bensì mistico, e sottintende quindi un esperienza diretta e personale del ricercatore con lo Spirito di Dio.

Un’esperienza che non si presta ad essere narrata o razionalizzata (sebbene fiumi di inchiostro siano stati versati), ma che, fatta fondamentalmente di espressione degli archetipi, può, attraverso la poesia, l’arte e la musica, essere espressa, anche se nella sua essenza più profonda rimane Mistero e Luce abbagliante… rimane mistico, estatico e segreto contatto d’amore e di gioia tra lo Spirito e lo spirituale…

L’esperienza della Presenza e la Luce del Tal infondono nello sperimentatore le sensazioni più soavi e le emozioni più alte che un umano possa mai provare… oltre che ad apportare calore emotivo e piacere, guarigione e benessere fisico e spirituale… e se il "Carro di Fuoco" od altre tecniche di ascesi mistica sono la via… se le Tradizioni esoteriche ed i movimenti spirituali ne sono i custodi e i portatori… se la ricerca e l’esplorazione del Mistero ci danno un’idea della sua essenza… la Presenza è il fine ultimo… il compimento… l’estasi estrema… tutto è fondamento e percorso, accessorio e strumento… la Presenza è Vita e senso, Amore e compimento…

E’ uno sguardo oltre il velo dell’impenetrabile, tocco e contatto con l’irraggiungibile ed intangibile Eterno Trascendente, che si rende immanente e fisicamente percepibile, attraverso la sua Presenza, attraverso il suo alito di mistico effluvio, attraverso e grazie il suo Amore travolgente…

Oggi molte tradizioni e molte tecniche sono offerte ed usufruite da un numero sempre più crescente di ricercatori spirituali (tecniche dell’estremo Oriente soprattutto, visto che le nostre sono state censurate e combattute), molti dicono di praticare una via spirituale ed una tecnica di ascesi mistica… la meditazione (termine molto vago ed in sé privo di senso), è la parola ormai sulla bocca (e difficilmente sul cuore) di tutti… e tutti ormai si sentono grandi maestri di meditazione e di Via interiore…

Molti sono orgogliosi della propria "via" e della pratica, ma non si accorgono che mettono in atto dei meccanismi stereotipi e vuoti, gli stessi meccanismi che dicono di fuggire nel loro essere (o apparire) alternativi…

Le tecniche che vengono (bene o male) insegnate, molto spesso sono appunto molto… "tecniche", esse non fanno altro che condurci d’innanzi alla porta… ci fanno respirare, danzare, recitare i mantra ed assumere mudra e posture… e chi medita (spesso in modo ripetitivo, meccanico e annoiato) pensa di avere fatto il "proprio dovere" e si chiude dietro ad una fittizia gioia… ad una falsa felicità… ad un’effimera mediocrità… mentre dentro l’ansia esistenziale e la paura di vivere lo continuano, più che mai, a corrodere…

Le tecniche, che siano buone o meno buone, vicine o lontane, potenti o dolci, ci conducono davanti alla porta della meditazione… non sono esse stesse meditazione ma un modo per… un mezzo e non il fine…

Meditazione è l’incontro mistico con la Presenza, incontro-scontro che "fulmina" violentemente bruciandoci dentro (e qualche volta anche fuori… fisicamente) e purificandoci, o dolce ascesi avvolta nella rugiada di Luce che alimenta il cuore e coccola l’anima… è comunque esperienza di "varco della Porta"… è al di là della porta e non davanti o sulla soglia… La meditazione può servire per accederci ma non è l’esperienza in sé… bisogna avere in sé il seme dell’amore per cercare l’Amore… bisogna lavorare sul coraggio di spingerci "al di là", oltre la soglia ed i suoi temutissimi guardiani…

La Presenza divina è fondamentalmente esperienza diretta del divino e sperimentazione del suo Amore, è estasi d’amore e di Fuoco mistico che divora senza bruciare… è commozione, rispetto, partecipazione e sentimento del Mistero… e se non sentite ed esperite queste cose… non state meditando o evolvendo spiritualmente… anche voi non siete, ma semplicemente… apparite…

 Per quanto riguarda la pratica della Presenza divina, possiamo consigliare agli iniziandi la lettura de: "La Presenza divina in noi", del grande Maestro Amadeus Voldben, pubblicato da edizioni Mediterranee di Roma, un profondo saggio ed un semplice ed interessante manuale di pratica.

Vediamo ora cosa ne pensano e come definiscono la Schekinah gli esperti:

 Da: "Simboli del pensiero ebraico" : Giulio Busi ed:.Einaudi.

"L’immagine della Sekinah appartiene al patrimonio più intimo del giudaismo, che con essa esprime l’idea di una presenza di Dio, immateriale eppure, allo stesso tempo, tangibile. Questa parola femminile, che in aramaico si amplia in un sonoro Sekinta, offrì alla tradizione ebraica la possibilità di esprimere sinteticamente l’intuizione emotiva del rapporto con il trascendente.

"Il termine, che non compare nella bibbia, s’impose soprattutto nelle traduzioni aramaiche dei primi secoli dell’era volgare (che prendono il nome di Tarmumim), divenendo d’uso sempre più frequente nella letteratura haggadica.

 Da: "Dizionario della Kabbalah" di Luigi Troisi ed.: Bastogi

"La Shekhinah, è un termine che deriva da Sciachan che significa: dimorare e, letteralmente: Presenza.

Indica la parte femminile di Dio, quella immanente che ha tra i suoi compiti la conciliazione degli opposti (il Mondo dell’Alto e il Mondo del Basso; l’Infinito ed il Finito ecc.).

Nella Kabbalah si identifica con la decima Sefirah, Malkhut, ma, al tempo stesso, è la sintesi di tutte le Sefiroth; se l’uomo imbocca una via sbagliata, e quindi si allontana da lei, ella diventa allora la Mano del Rigore e della Giustizia; se, invece, opera rettamente diventa la Mano Destra di Dio, quella che benedice e conforta.

Secondo la Tradizione, la Shekhinah dimorava nel Tempio di Gerusalemme e, ancora prima, nella tenda del Tabernacolo, nel deserto.

Un’altra Tradizione pone la sua dimora originaria sulla terra, dalla quale si sarebbe allontanata quando gli uomini incominciarono a peccare e raggiunse il settimo Cielo, da dove sei uomini saggi e giusti (Abramo, Isacco, Giacobbe, Kehath, Amram e Mosé) la convinsero a ridiscendere sulla Terra.

Cabbalisticamente è una figura misteriosa che, essendo la complementarità dell’elemento maschile (la sessualità è considerata la forma primordiale della Creazione) diffonde la sessualità nell’Universo.

Nella Kabbalah, la Shekhinah ha un paredro che presenta i suoi stessi caratteri e, quindi, una molteplicità di aspetti e di compiti: Metatron (vedi… n.d.c.).

Quando un essere umano viene al mondo, è Dio stesso che, attraverso la Shekhinah gli fornisce l’anima, allo stesso modo come il padre e la madre gli hanno fornito il corpo.

L’anima umana, scrive rabbi Ashlag "E’ una luce proveniente dall’Essenza Divina. Dio ha fatto dell’anima un essere separato ma, nello stesso tempo, Egli ha posto in lui il desiderio di fare ritorno all’Essenza Divina, e, quindi, riunirsi alla sua Origene".

Sempre secondo la cabala, essa permette, attraverso i battiti del nostro cuore, di percepire l’arcano ed infinito richiamo dell’intera umanità.

La Shekhinah prende anche il nome di Matrona ed è posta al di sopra di tutti gli Angeli e svolge il suo servizio nel Palazzo del Re Supremo.

Anche la Matrona, si legge nello Zohar, ha le sue legioni di Angeli, armati di spada che la circondano costantemente.

Quando essi percorrono il mondo, si servono di sei ali e avanti a ciascuno di loro bruciano dei carboni; il loro involucro arde come il fuoco e il filo della loro spada diffonde bagliori in tutte le direzioni.

Proprio per questo la Scrittura dice: "Egli mise dei cherubini davanti al giardino delle delizie che facevano scintillare una spada di fuoco per custodire il cammino che conduceva all’Albero della Vita (Gen. III,24)"."

Da: "Il codice segreto del Vangelo, Fabbri Editori (o il libro del giovane Giovanni ed:Frassinelli) di Igor Sibaldi.

(capitolo: il Graal e gli gnostici.) Nelle storie sacre, come anche nei sogni, è d'altronde impossibile censurare o manipolare, reprimere cioè qualche elemento, senza che questo elemento represso riemerga per altre vie - o producendo altre storie e sogni, o determinando un disagio psichico e spirituale tanto più forte, quanto più urgente era sembrata la necessità di reprimerlo. Ed entrambe le cose avvennero anche nel caso della discepola che Gesù amava.

Da un lato, dalla follia di Origene in poi, l'incapacità della Grande Chiesa di comprendere l'elemento femminile nel Vangelo - e quindi al contempo in ogni individuo - produsse come è noto molte forme di nevrosi ossessive e fobiche, più o meno gravi e tutte molto diffuse tra i fedeli; alcune, particolarmente pericolose, vennero addirittura istituzionalizzate a lungo, come la persecuzione delle streghe, o le clausure.

D’altro lato, ed al tempo stesso, la figura della Maddalena dispiegava per altre vie il suo immenso contenuto creativo, che nel cristianesimo ecclesiastico non poteva trovare espressione.

E tale contenuto diveniva sempre più intenso. Dalla tradizione ebraica confluì in lei, innanzitutto, la potente, antichissima struttura mitica della Shekhinàh, lo Spirito femminile della "Presenza divina" nel mondo, vero e proprio Volto femminile di Dio.

Secondo la tradizione ebraica, la Shekhinàh era l'immagine della dolce sollecitudine di Dio per l'uomo, l'accesso all'umanità di un vivificante amore celeste - e nell'umanità esso poteva perdersi, I guasti di questo mondo potevano far si che i poteri del male se ne impadronissero. Secondo Luca, Gesù aveva "scacciato sette demoni da Maria Maddalena"; secondo la tradizione cristiana (da Gregorio VII in poi) è Maria Maddalena la donna "impura" che bacia e bagna di lacrime I piedi di Gesù, e che Gesù riscatta spiegando che lei ha più energia d'amore di chi la disprezza.

Il che non significa che gli evangelisti o le comunità cristiane fossero ricorsi consapevolmente alla struttura mitica della Shekhinàh, adoperandola per arricchire la propria spiritualità, più o meno così come la Grande Chiesa adoperò le forme cultuali della religione romana per arricchire i propri rituali.

Nessuna utilizzazione consapevole di un mito regge mai per più di qualche decennio. I miti, le storie sacre, hanno bensì un loro destino, autonomo dal consapevole intento degli individui. Contenuti profondi della S. poterono confluire nell'immagine della Maddalena per due ragioni: in primo luogo, perché la spiritualità del Giudaismo si era impoverita, vicende storiche e politiche avevano determinato nel primo secolo una fase di vera e propria depressione spirituale, come anche Gesù rileva più volte nei suoi discorsi, e come dimostrò del resto la rapidità con cui il movimento cristiano prese piede in tutta la Palestina; per le strutture mitiche, ed in particolare per una struttura mitica "alta", come era appunto la S., non vi era allora alimento sufficiente nella tradizione d'Israele - mentre poteva trovarsene in abbondanza in un movimento nuovo, in statu nascendi , come era appunto quello originato dalla predicazione di Gesù.

In secondo luogo, se la S. e la Maddalena mantennero e consolidarono, con il passare del tempo, la loro fusione, fu per un'analoga ragione in ambito cristiano. Nella Grande Chiesa, così misogina, ogni valore psichico o spirituale in grado di alimentare questa immagine di donna (e non di vergine tabulizzata) era sistematicamente represso - e acquistava dunque tanta maggiore forza mitica. Tanto più la Maddalena accresceva la sua vitalità, quanto più la grande Chiesa tentava di ridurne il ruolo; e alimento del suo mito divenne proprio quell'altra componente spirituale del cristianesimo, di cui la G. Chiesa voleva rapidamente e definitivamente liberarsi: la componente ebraica - sempre più imbarazzante e pericolosa in una Roma in cui, sotto Tito ed Adriano soprattutto, la tensione antisemita era divenuta proverbiale.

Già prima dei Vangeli, questo rinnovato destino della Shekhinàh si era annunciato nella vicenda di Simon Mago, uno dei primi epigoni palestinesi di Gesù e fondatore di una delle prime sette cristiane, che durò fino alla metà del II secolo: I seguaci del Mago davano grande importanza al fatto che egli avesse come compagna Elena, una prostituta da lui redenta. (Per gli gnostici la S. era Sophia, Luce e Sapienza divina n.d.c.)

Nei Vangeli, divenne Maddalena. E la sua storia varcò il mare. La Shekhinàh, secondo il Talmud, segue sempre il popolo eletto in ogni suo esilio, così come segue sempre ciascuno, anche in ogni errore ed esilio da se stesso (il che ha lo stesso significato delle parole del padre nella parabola del figlio prodigo "ma tu sei sempre con me e ciò che è mio è tuo", Luca 15, 31; la S. è appunto questa perenne condivisione divino - umano). E nella Diaspora, dopo la distruzione di Gerusalemme, quando sia gli ebrei sia i cristiani palestinesi si stabilirono sulle altre rive del Mediterraneo, la Maddalena - Shekhinàh era con loro.

Secondo la tradizione cristiano-ecclesiastica la Maddalena lasciò la Palestina dopo la morte di Gesù, approdò in Provenza e lì visse a lungo, eremita sulla collina della Sainte-Baume, dove morì in tarda età, assistita dal vescovo Massimino, poi beatificato.

Secondo altre tradizioni cristiane Maria Maddalena giunse in Provenza con I figli avuti da Gesù, e da quei "figli" procedette la dinastia del "San-Graal", ovvero Sang-Real, "sangue regale", la discendenza del Re dei Re, in cui vollero identificarsi la dinastia merovingia e i re di Settimania (Narbona). Negli ulteriori sviluppi di questa vicenda mitica, il San-Graal si cristallizzò tutto quanto nella sua forma simbolica, perdendo l'elemento femminile e riducendosi a un oggetto: il "Graal", la coppa che aveva raccolto il sangue di Cristo - e come tale comparve nei racconti della Tavola Rotonda, nella storia di re Artù che abbandonato dalla donna amata perde ogni vigore, e ha bisogno del Graal per ritrovarsi. In origine, nel mito, la donna amata ed il "San-Graal" erano state tutt'uno - nella Maddalena stessa. Artù può forse raffigurare la Chiesa, che senza l'elemento femminile si avviava a un fatale impoverimento interiore? Il mito - un po' come la fede di cui parla Gesù - ha sistemi di connessione più ampi e profondi di quegli stessi individui che lo avvertono, e ascoltandolo e rinarrandolo contribuiscono a crearlo. Più avanti nei secoli, il mito e la storia si intrecciano d'un tratto, quando quell'elemento femminile ispiratore e rinvigorente andò a nutrire la vicenda di Giovanna d'Arco - estrema incarnazione illegittima, lei pure, della Shekhinàh maltrattata.

Alla connessione tra la fase originaria palestinese del mito della Maddalena-Shekhinàh e questo ampio sviluppo in area celtica, si situa il contributo determinante che vi diedero gli gnostici di Provenza: qui, su entrambi i lati del Rodano, erano fiorite nel II e III secolo varie correnti di "Haereses" (eretici) appunto, gnostici, aspramente denunciate dal vescovo Ireneo di Lione nei suoi trattati. ...(segue citazione)...

Impossibile non pensare a Luca, a "Maria di Magdala, alla quale erano usciti ben sette demoni, Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con I loro beni..." A un vescovo della Grande Chiesa, come sant'Ireneo, l'assenza di prevenzioni degli gnostici verso le donne doveva necessariamente apparire come l'indizio di sregolatezze di ogni genere.

Gli gnostici, l'abbiamo visto nel Vangelo di Tomaso, ritenevano la Maddalena il discepolo migliore, il discepolo amato da Gesù, la autentica depositaria della verità del suo insegnamento. La tradizione popolare celtico-cristiana parla dei figli che la Maddalena aveva avuti da Gesù, attesta che erano con lei in Provenza: non è difficile vedere in quei figli, in quel sang-real, il reale, legittimo futuro dell'insegnamento dell'Io (Sè n.d.c.), che nella Grande Chiesa si era perso; e in tutte quelle donne appassionate e incinte che s. Ireneo vedeva o immaginava nelle comunità gnostiche, il timore nei riguardi di quel futuro.

Lì, in Provenza, si andava formando indubbiamente in quel tempo un "Sang-real" della spiritualità ebraico-cristiana, che per secoli continuò poi a rigenerarsi e produsse frutti in quella stessa area, dal Passo della Maddalena alla Catalogna, con gli gnostici dapprima, poi con la Kabbalah e il catarismo - che dagli gnostici trassero tanti elementi, se non ne derivarono addirittura molti loro aspetti. E proprio come lo gnosticismo, anche i catari e la Kabbala rimasero sempre agli occhi della chiesa di Roma quegli altri, inopportuni "discepoli più amati" dalla Verità dai quali la strada di Pietro si era divisa.

 

 

 

 

 

 

 


 

 

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