Sembra che l'uccello bianco d'Egitto con
questo nome, dal caratteristico lungo becco, nutrendo attraverso un'apertura del
collo i suoi piccoli, abbia dato luogo alla leggenda del sacrificio delle
proprie carni per la vita dei figli fino a divenire "emblema di carità" (O.
Wirth) ovvero di devozione parentale fino al sacrificio. Più realisticamente,
l'incurvare del becco verso il petto per cibare i piccoli con pesci trasportati
nella sacca indusse a credere che addirittura l'animale si squarciasse il petto
per dare loro nutrimento col proprio sangue. L'analogia di forme e affilatura
del becco e scure, l'assonanza con le parole greche e sanscrite con il
significato di ascia (pelekus e paraçu rispettivamente), segno
simbolico del sacrificio di sangue, potrebbe far risalire l'origine della
leggenda a tempi antichissimi. Il reperimento di sue rappresentazioni in epoche
assai diverse, dalla scultura messicana in pietra vulcanica del 600-1000 d.C. ai
numerosi riscontri europei non solo medievali, dimostra la sua rilevanza
simbolica.
Dal Bestiarum Christianum:
Il pellicano compare solo una volta
nell'Antico Testamento (Salmi, 102.7) e non viene mai nominato nei Vangeli.
Troppo poco forse per meritare la citazione nel Dizionario delle immagini e dei
simboli biblici delle Edizioni Paoline, che non ne riporta alcun cenno. Si deve
soprattutto al Physiologus
(II-IV secolo?) - il pellicano è al n°4 del suo inventario - la diffusione
della leggenda, in termini alquanto più complessi; narrando della resurrezione
dei piccoli (dopo tre giorni) ad opera della madre, che li ha uccisi, vi è
l'adattamento diretto alla simbologia di Cristo "che è salito alle altezze della
Croce e dal suo fianco aperto sono sgorgati il sangue e l'acqua per la salvezza
e la vita eterna". Oltre a Dante, anche S.Tommaso d'Aquino ("il pio pellicano")
usa l'allegoria. Ulteriori riscontri si trovano in Michael Glychas e in vari
"bestiari" medievali, fino alle ultime rivisitazioni del XVIII secolo (cfr
stampa a colori dell'epoca pag, 155, L'Arte dorata, A. de Pascalis). Echi
dell'antica credenza si possono ancora trovare in alcuni adornamenti dell'arte
religiosa cristiana nei luoghi più vari, come, ad esempio, in un rilievo del
Duomo di Münster (1235) e, più vicino a noi, in una statua sul frontone della
Chiesa della Maddalena in Castelnuovo Magra. Un'incisione - affascinante nella
sua essenzialità - su un elemento lapideo del cornicione dell'abside della
Chiesa di S. Felicita, in località Prelerna nel Comune di Solignano (PR)
riproduce con chiarezza il pellicano nell'atteggiamento più classico del becco
contro il petto. Probabilmente la pietra è stata riutilizzata dai resti di un
antico convento di Gesuati e, quindi, può farsi risalire circa al 1400. Anche
opere di arredo sacro contemporanee a carattere artigianale rappresentano il
pellicano (Chiesa di Valletti nel Comune di Varese Ligure). Un'estensione
ermetica della leggenda, attraverso la simbologia della materia humida,
che scompare con il calore solare per rinascere d'inverno, ricollega il
pellicano al sacrificio di Cristo ed alla sua resurrezione, ma anche a quella di
Lazzaro, tanto da accoppiare talora l'immagine del pellicano con quella della
fenice. Ciò avviene anche per i Moderni. E. Minguzzi (Alchimia, il cammino
della potenza) illustra il mito della Fenice con con la stessa immagine
rosicruciana del pellicano impiegata per ben due volte nello stesso testo da O.
Wirth (Il simbolismo ermetico) per commentare il significato del
pellicano. Ma i molti figli possono essere scambiati per fiamme... Peraltro
nella Sapientia veterum philosophorum sive doctrina eorundem de summa et
universali medicina del XVIII secolo pellicano e fenice compaiono
rispettivamente nella figura XXVII e XXVIII per rappresentare exaltatio
essentiae e essentia exaltata. Analoga contiguità e consequenzialità
si notano fra il pellicano e la fenice, rispettivamente immagini n° 46 e 47
nella decima delle diciassette figure attribuite a J. C. Barchusen (databili tra
il 1615 e il 1635) e nella tavola "Basilicae Philosophicae" della "Cosmologia
alchemico-rosacruciana sulla visione dell'unità", Museum Hermeticum,
Frankfurt a.M., 1677. Come dice il Fisiologo, dal fianco aperto del Cristo sono
sgorgati il sangue e l'acqua per la salvezza eterna. Tale analogia tra piaga del
Crocefisso e petto squarciato del pellicano sono stati ripresi anche da
Silesius. Si riscontrano echi anche al di fuori della simbologia religiosa. In
letteratura, il mito viene ripreso dal Pulci mentre a Palazzo Ducale di Venezia
gli intarsi del capitello della penultima colonna verso il ponte della Paglia
rappresentano pellicani. Di tutto ciò ben poco permano in quella che oggi
chiamano coscienza collettiva.
Dal Bestiarium
Alchemicum:
Il Bestiario Alchemico offre numerosi
riferimenti al pellicano, alcuni dianzi citati, sia per indicare gli strumenti
dell'Arte sia per la simbologia delle fasi dell'Opera, sia, ancora, per quella
elementale. Nei simboli alchimici (P. Bornia, La Porta magica di Roma),
il Pellicano indica il matraccio, con il caratteristico piede di collegamento
alla testa della cucurbita e con il capitello che rientrava con un tubo a becco
nella parte inferiore dell'apparecchio (pallone). Il tubo poteva essere
raddoppiato, modificando lo strumento in due palloni comunicanti per ottenere la
"circolatio" doppia. Il Pellicano o Pelicano, serviva dunque nella coobazione di
un liquido. Una precisa definizione si trova anche in Alchimia Spirituale
di R. Ambelain, ove, per la sua funzione, viene anche chiamato "circolatorio".
Trattasi tuttavia di strumento non comune, certo non impiegato dai soffiatori.
Infatti non è rintracciabile nelle immagini pervenuteci dei laboratori
alchimisici, quali il disegno di Bruegel il vecchio (1558) e di H. Weiditz
(1520), la tela di H. Heerschop (1687), il dipinto di J. Van Der Straet detto
Stradanio (1570) nè nelle tavole illustranti la strumentazione chimica
antiquaria, nè nella farmacia spagiria (Castel S. Angelo, 1600). Il Wirth spiega
il simbolo del pellicano come emblema di generosità assoluta "in mancanza della
quale, nell'iniziazione, tutto resterebbe irrimediabilmente vano". Per altri
sarebbe un'immagine delle pietra filosofale che si dissolve per far nascere
l'oro dal piombo allo stato fluido, cui corrisponde l'aspirazione non egoistica
(il pellicano divora il pesce strettamente necessario alla vita). Con ciò sono
da riconnettere, forse, antichi gradi di società iniziatiche come il cavaliere
di pellicano (cfr. H. Biedermann, Enciclopedia dei Simboli), e la sua
effige nel Capitolo dei Rosacroce (L. Troisi, Dizionario
dell'esoterismo e delle religioni). Il pellicano compare tra altri simboli
nella sintesi dell'Opera illustrata dalla f.92 del Rosarium philosophorum di
Arnaldo da Villanova. I Saggi preferiranno meditare sulla figura 6 di J. D.
Mylius (Philosophia reformata, Francoforte, 1622), ove un pellicano con i
figli è prossimo a un pozzo in cui stanno immergendosi (o da cui stanno
fuoriuscendo?) bizzarre figure solari; nello sfondo centri edificati. Esse
richiamano al Filosofo il terzo sonetto di Frate Elia (Biblioteca nazionale,
manoscritto Magliabechiano, II-III-308 a carte 39) "...in humidum ponite ut
unidetur optime". In effetti il pellicano simboleggia anche il Mercurio dei
Filosofi, "il solfo precipitato, ovvero il principio dello stato liquido della
materia" (G. Testi), ovvero "l'acqua segreta". Osservazioni conclusive Un
panorama vasto di iconografia e di arte, cronologicamente estesa su vari secoli,
si richiama all'immagine del pellicano, con simbologie dai molteplici
significati. Uno sguardo più attento sulle vestigia d'arte, non solo sacra,
potrebbe far riscoprire al Saggio qualche altro pellicano, rimasto inosservato,
strumento di Tradizione.
