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Il giudice del venerdì santo (la tomba di Caifa)

di Antonio SOCCI - Norberto LIFFSCHITZ

tratto da: Il Sabato, 17.10.1992, n. 42, p. 56-59.

 


Riaffiora la tomba di Caifa, sommo sacerdote sadduceo. E si riapre il dibattito su chi effettivamente condannò a morte Gesù. Fu lui o Pilato?

Come e perché fu condannato Gesù? E soprattutto da chi? I Vangeli spiegano che il detonatore fu la resurrezione di Lazzaro, a Betania. Un fatto che impressiona molti ebrei che corrono a casa di Maria e Marta per vedere e credono a Gesù. I capi del sinedrio, farisei e sommi sacerdoti, sotto choc, si riuniscono: «Che facciamo? Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Poi prende la parola il sommo sacerdote Caifa: «"Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera"... Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11,47-53). E poi «deliberarono di uccidere anche Lazzaro, perché molti giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù» (12, 10-11).

Adesso, dopo quasi duemila anni -a sorpresa- torna a materializzarsi proprio colui che volle quell'arresto, quel processo, quella condanna. Di questa scoperta sono stati pubblicati i risultati dall'archeologo israeliano Ronny Reich sulla «Biblical archeology review». Ed è una scoperta che ne trascina altre, ancora più sorprendenti.

Il processo

E' il novembre 1990. Alla periferia di Gerusalemme, nel quartiere Abu Tor, alcuni operai lavorano su un terreno destinato a verde pubblico e monumentale. Sotto gli artigli di una ruspa un pezzo di terreno cede e viene così alla luce un'antica tomba scavata nella roccia. Arrivati gli archeologi si scopre che risale al I secolo. Con circospezione indagano l'interno: ci sono alcune urne di pietra, ciascuna contiene le ossa di un morto. Ma l'emozione prende tutti quando sull'urna più lussuosa, quella decorata, si legge un nome: «Yosef bar Caiafa», ovvero Giuseppe Caifa. Contiene delle ossa. Secondo i documenti storici proprio in questi paraggi doveva trovarsi il palazzo di Caifa e qui -vicino al monte Sion- fu sepolto anche suo suocero Anna.

Caifa è colui che fa arrestare Gesù e presiede il processo. E' lui che quel mercoledì, la mattina del 5 aprile dell'anno 30, alla presenza dei settantuno membri del sinedrio, fa entrare quell'uomo legato e malmenato, di cui tutta Gerusalemme parla. Si passano in rassegna alcuni falsi testimoni, ma non si riesce ad inchiodarlo ad accuse precise, alla fine Caifa gioca il tutto per tutto e chiede solennemente. «Ti scongiuro per il Dio vivente, di dirci se tu sei il Messia, il Figlio di Dio».

Gesù a quel punto si rivela categoricamente: «"Tu l'hai detto. Anzi io vi dico: d'ora innanzi vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del cielo". Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: "Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?". E quelli risposero: "E' reo di morte!". Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano, dicendo: "Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?"» (Mt 26,65-68).

Così tutto precipita. Gesù viene consegnato a Pilato e Caifa, con più determinazione di tutti, chiede la sua condanna attraverso un manipolo di manifestanti organizzati per la circostanza che vanno a urlare sotto il palazzo di Pilato: giustizia sommaria contro l'empio.

Adesso il ritrovamento della tomba di Caifa e perfino delle sue ossa viene a confermare la sua esistenza, in quella città, in quegli anni. Una conferma di ciò che i Vangeli e tutti i documenti storici ci dicono di lui.

Chi era dunque il sommo sacerdote? Caifa, che forse apparteneva alla famiglia sacerdotale dei Kathros, sposò la figlia del potentissimo Hanan ben Seth (Anna) che da tempo aveva in mano le alte cariche sacerdotali del Tempio. E' proprio Anna, deposto dalla carica, ma ancora grande burattinaio dietro le quinte, che riesce nel 18 a far nominare suo genero Sommo Sacerdote da Valerio Grato. Che era suo amico e che probabilmente ebbe la sua "ricompensa". Caifa resterà in carica fino al 36 quando viene deposto, insieme a Ponzio Pilato, da Lucio Vitellio legato di Tiberio, forse proprio a causa della violenta repressione dei cristiani e di condanne a morte abusive come quella di Stefano. E' significativo che Vitellio, mentre destituisce Caifa, dà segnali di grande amicizia verso il popolo ebraico.

Caifa, con tutta l'aristocrazia sacerdotale del Tempio, sono profondamente odiati dal popolo ebraico. Innanzitutto è una casta avida e compromessa con i romani. Fin dai tempi di Anna imponevano grosse provvigioni ai mercanti che affollavano il Portico reale del Tempio (quelli che Gesù cacciò) e si arricchivano sulle offerte della povera gente al Tempio. A Gerusalemme circolavano ballate popolari contro di loro: «O povero me, per la casa di Hanin / povero me per le loro delazioni / Povero me per la casa di Kathros povero me per i loro calami».

Inoltre erano sadducei. Secondo Giuseppe Flavio per i sadducei «Dio non si occupa di ciò che fanno gli uomini. Secondo loro è in nostro potere di fare il bene e il male secondo la nostra volontà e riguardo alle anime, esse non saranno né punite né ricompensate in un altro mondo» («Guerra giudaica», II, XII, 617). Jacqueline Genot-Bismuth, docente di giudaismo antico alla Sorbona nuova, spiega al «Sabato»: «I sadducei innanzitutto non credono, come invece fanno i farisei, che nella Scrittura sia promessa la resurrezione e non credono nella Legge orale. Sono una casta aristocratica, un clan familiare ristretto che vive nella città alta e occupa le cariche sacerdotali, sono avidi di ricchezze e ritengono che non ci sia un aldilà: rappresentano la vecchia concezione per cui Dio ricompensa quaggiù. In particolare sbeffeggiano i farisei che accettano di fare una vita ascetica credendo di essere ricompensati nell'aldilà e così perdono tutto, perché non c'è niente dopo».

Insomma si tratta di un clan familiare che vive blindato in un quartiere di Gerusalemme. Lontani anni luce dal popolo dei villaggi della Giudea e della Galilea. Infischiandosene del disprezzo generale, dell'avversità dei farisei, degli zeloti e degli esseni che li ritenevano addirittura sacrileghi. La letteratura rabbinica è piena di invettive contro questa oligarchia sadducea.

Dibattito in Israele
La riscoperta di quel mondo ha portato un autorevole studioso israeliano, David Flusser, docente all'università di Gerusalemme, uno dei maggiori specialisti di quel periodo a cui ha dedicato il libro «Judaism and the origin of christianity», a ritenere che proprio questo isolato clan sadduceo gestì il processo a Gesù ed ha la responsabilità storica di aver consegnato Gesù nelle mani di Pilato chiedendone la morte.

Che sia aberrante considerare il popolo ebreo responsabile della morte di Gesù, la Chiesa lo aveva già affermato solennemente (responsabili morali sono tutti gli uomini, e, dal punto di vista storico-giudiziario, lo sono esclusivamente gli individui che hanno perpetrato il crimine, i romani, Caifa e la sua cerchia).

Ma si ha l'impressione che il riemergere dalla notte dei tempi delle ossa di Caifa, proprio nel mondo ebraico riapra l'antica ferita provocata da questo personaggio, causa di tanta ingiusta ostilità che, nei secoli, gli ebrei hanno dovuto sopportare. Si riscopre una pagina dello storico ebreo Giuseppe Flavio, secondo la quale i farisei per quel processo considerarono i sadducei trasgressori della Legge («Antiquitates» 20, 200, 203). Si osserva che Caifa ed i suoi erano fuori dall'ebraismo.

La Genot-Bismuth dissente in parte da Flusser e da Giuseppe Flavio: «Da Erode in poi la Legge riconosciuta e applicata nel Tempio è la Legge dei farisei» dichiara al «Sabato». «Tutti i grandi sacerdoti dovevano conformarsi. Il partito sadduceo nel sinedrio era rappresentato dai notabili delle grandi famiglie sacerdotali, ma erano ormai la minoranza e dovevano applicare la Legge dei farisei». Però anche lei riconosce che Caifa è il protagonista del processo a Gesù. E scrive: «I farisei e gli esseni consideravano la crocifissione un supplizio sadduceo» (da «Jérusalem ressuscitée», Parigi 1992). Inoltre, a proposito di una precedente accusa di violazione del sabato, mostra che la tradizione farisaica hillelita era concorde con Gesù: «Si può forse dedurne che sono i farisei di questa corrente che hanno resistito alla pressione di quelli che esigevano la condanna a morte». Ma poi scrive: «Sembra che per ragioni di politica generale di fronte ai romani, di tattica insomma, il sinedrio abbia ritenuto bene di far addossare a Roma la condanna».

Un'opinione interessante, destinata a far discutere, è invece quella di un non ebreo, specialista di storia e letteratura ebraica, che dichiara al «Sabato»: «Da una lettura attenta dei Vangeli si evince che il tribunale del sinedrio in realtà non ha condannato Gesù: fu assolto per mancanza di prove». Chi parla è il professor Paolo Sacchi, autorevole docente all'università di Torino. Spiega: «C'è un'accusa di bestemmia, fondata sulla dichiarazione di Gesù di essere in grado di ricostruire il Tempio in tre giorni. In base alla Legge ebraica per la condanna a morte occorrono però almeno due testimoni oculari che dicano le stesse cose in maniera indipendente. I testimoni vengono ascoltati, ma i Vangeli riferiscono che non ci fu questa concordanza». Se i sommi sacerdoti ricorrono a Pilato è solo perché a loro non è lecito condannare a morte nessuno. «Attenzione. Non è lecito condannare con motivazioni politiche. Ma quando si trattò di condannare Stefano, pochi anni dopo, non ebbero nessun problema. Loro la Legge l'applicavano, non chiedevano il permesso a Pilato».

In effetti, dopo la sceneggiata di Caifa che si straccia le vesti, san Matteo non parla di condanne. Si arriva al giorno successivo: «Venuto il mattino, tutti i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù, per farlo morire. Poi, messolo in catene, lo condussero e consegnarono al governatore Pilato» (27,1-2).

Dunque intrapresero un'altra strada? «Si tratta di un gruppo di potere, i sommi sacerdoti, che per i propri motivi, avendo paura, vuole eliminare Gesù ("è meglio che muoia uno, invece che il popolo"). Per questo lo trascinano da Pilato. Ma è importante notare che l'accusa formulata da Pilato non ha niente a che vedere con quella del sinedrio. E' un'altra accusa, sovversione, un'accusa politica per la quale loro non potevano farci niente, non potevano condannare».

Insomma una ricostruzione sorprendente di quel «caso». Con la piccola oligarchia che vuole eliminare Gesù che deve ricorrere ad un qualche pretesto politico. Come molti altri, in seguito.


 

 

 


 

 

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