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Il prima e il dopo d'Israele

di Vittorio MESSORI

tratto da: Vittorio MESSORI, Ipotesi su Gesù, Sei, Torino 1979, p. 115-118.

 



Qui vogliamo piuttosto sottolineare, a conclusione, un altro fatto oggettivo e documentabile. Quanto avvenne, cioè, nella storia religiosa d'Israele dopo la delusione dell'attesa, dopo che i tempi furono ormai scaduti.

Il prima e il dopo d'Israele:

Nella più volte millenaria e sino ad oggi ininterrotta storia religiosa d'Israele c'è un prima e c'è un dopo ben separati e ben riconoscibili.

La produzione di testi considerati ispirati da Jahvè stesso termina circa un secolo prima della comparsa di Gesù. "All'incirca verso il 100 a.C. l'Antico Testamento era riconosciuto come normativo - salvo eccezioni di poco rilievo - nella sua forma attuale" (Lpple).

Poi, nel primo secolo, quello appunto di Gesù, le autorità religiose ebraiche chiudono del tutto, e per sempre, l'elenco (il «canone») dei 24 libri della loro Bibbia.

In un intervallo di circa duecento anni avvengono dunque fatti decisivi per il popolo dell'Attesa: la Scrittura è fissata senza possibilità di ampliamenti; appare colui che parte del mondo acclama come il Messia annunciato dai profeti; il tempio di Gerusalemme è distrutto definitivamente; sacerdozio e sacrificio cessano; la dispersione degli ebrei nel mondo si fa massiccia e l'esodo iniziato secoli prima è quasi completato; il giudaismo in Palestina è ridotto al lumicino, come conseguenza delle due rivolte, nel 70 e nel 132 d.C.

Non ci saranno più profeti da inserire nelle Scritture. Lo slancio di creazione religiosa di Israele sembra spezzarsi: termina la creazione e comincia lo studio e il commento. L'ebraismo resta sì come il solo superstite del mondo antico, ma la sua forza missionaria appare esaurita, non si espanderà quasi più (a differenza di prima) al di fuori della sua razza.

Da quando Gesù appare, nel giro di alcune generazioni Israele assume un ruolo diverso: non più di avanguardia religiosa del mondo ma di testimone in mezzo ai popoli della fede cui ha dato origine.

Si noti peraltro che il cristianesimo non è responsabile di questa interruzione nel compito profetico di Israele. Distruzioni di Gerusalemme (nella prima e nella seconda rivolta), completamento quasi assoluto della dispersione (la diaspora), decisione dei dirigenti religiosi di chiudere il canone della Scrittura: sono fatti del primo secolo e dell'inizio del secondo. Quando cioè la fede sorta da Gesù è ben lontana dall'avere raggiunto una posizione di potere. E negli anfiteatri dell'impero giudei e cristiani vanno spesso a morire assieme, tanto è difficile per i persecutori pagani capire in che senso siano «diversi».

Dopo Gesù, e prima ancora che il messaggio che a lui si riallaccia abbia successo, Israele si ripiega su se stesso sotto i colpi della storia, come una cultura che ha già dato tanto e sta esaurendo il suo impulso creativo sul piano religioso. Comincia una vicenda nuova; di commento, di attesa troppo spesso dolorante, di testimonianza incrollabile.

Sconcerta osservare come questo spegnersi di originalità si manifesti proprio e soltanto sul piano religioso. Giusto l'unico, come abbiamo visto, in cui Israele aveva mirabilmente primeggiato sui popoli contemporanei, ben più progrediti in ogni altro campo.

Dal primo secolo sino a noi, solo sul piano religioso l'ebraismo declina. Se è declino (come pare evidente) limitarsi al commento di un patrimonio religioso ormai concluso. Dalle grandiose visioni bibliche si passa ai tesori di sapienza giuridica ed etica, alle sottigliezze intellettuali ma anche alle angustie del Talmùd, il commentario appunto di leggi e profeti fissati per sempre. Spenta la profezia, il «legalismo» si presenta necessariamente come ultimo rifugio della fede.


I nuovi profeti ebrei:

Eppure, Israele non perde né la sua splendida forza creativa, né quella capacità di sommuovere la storia che gli anglosassoni hanno passato in proverbio popolare: "Jews are news", gli ebrei sono notizie. Quelle qualità, però, tendono ad abbandonare la speculazione religiosa per mostrare il loro vigore negli altri campi intellettuali. Minoranza ancora e sempre meravigliosamente vivace, lievito e fermento nella pasta del mondo. Ma, nel campo religioso, custode e non più creatrice di messaggio.

Marx, Freud, Einstein: per limitarsi all'epoca contemporanea, ecco alcuni dei nuovi profeti d'Israele. Annunciano e additano terre nuove: il socialismo scientifico, la psicologia del profondo, l'era atomica. Ma in quei messaggi che sconvolgono ancora una volta il mondo sembra non esserci più posto per i cieli nuovi.

Anzi, il compito religioso d'Israele sembra a tal punto concluso che l'ebreo Marx (in altri secoli sarebbe forse divenuto uno straordinario profeta biblico) piega definitivamente verso la terra la tensione messianica del suo popolo: "La classe operaia è il vero Messia che porta la redenzione al mondo, lottando e soffrendo contro i figli della tenebre, i borghesi. Lo sfruttamento del lavoratore è il peccato originale. La società socialista del futuro è il regno escatologico, dove il lupo pascolerà con l'agnello e la terra non darà più spine, ma frutti in abbondanza. L'organizzazione proletaria, il Partito sono il popolo di Dio in marcia verso questo regno messianico. La fabbrica è il tempio, dove il lavoro è la nuova preghiera. Il leader proletario è il profeta che guida il resto d'Israele. La scienza è la vera teologia...".

Come bloccato nella sua tensione verso l'alto, il genio ebraico laicizza nel marxismo la sua spinta incoercibile verso il futuro messianico (1).

Tra i tanti enigmi di questo popolo straordinario ("Se la loro caduta è stata un arricchimento per il mondo, e la loro diminuzione una ricchezza per le genti, quanto più lo sarà la loro totalità!" grida Paolo nel suo amore deluso) non è tra i minori questo affievolirsi della sua voce religiosa, e di quella soltanto (2), all'approssimarsi di Colui che per secoli ha annunciato.

Per giunta, questa svolta storica sembrerebbe annunciata in quella Scrittura della quale dice l'articolo sesto della professione di fede ebraica: "Tutte le parole dei profeti d'Israele sono veritiere".

Non è scritto nel libro di Daniele che, quando sarebbe stato «unto» il «Santo dei Santi» i profeti e i loro vaticini sarebbero terminati: "Per suggellare visione e profeta?".

 

 

 




1) Günther Bornkamm, dell'università di Heidelberg, una delle massime autorità laiche contemporanee per gli studi biblici: "Non c'è più alcun dubbio che questo movimento politico mondiale (il marxismo, n.d.r.) non è altro che una dottrina escatologica della salvezza secolarizzata, una dottrina del Regno di Dio senza Dio stesso. Numerosi tratti caratteristici ce lo presentano come un nuovo tipo di religione universale".


Segnaliamo, tra l'altro, che è in preparazione un monumentale dizionario dove, accanto ai vari temi disposti in ordine alfabetico, sono riportate le frasi che in qualche modo vi si riferiscono di Marx ed Engels. Il lavoro è cioè l'esatto corrispettivo dei «dizionari biblici», delle «chiavi bibliche» in uso da secoli presso i cristiani. L'opera di trasformazione in Sacra Scrittura dei testi dei Padri del marxismo è così completata.


2) Su 67 americani che tra il 1901 e il 1965 hanno ottenuto il premio Nobel 18 sono ebrei. Una percentuale, quindi, del 27%, mentre gli americani di origine israelitica non raggiungono il 3% sul totale della popolazione degli Stati Uniti. L'importanza culturale nel mondo moderno del piccolo popolo ebreo "fa saltare non solo qualunque regolarità statistica, ma qualunque tentativo di spiegazione sociologica. (...) Il mondo ha potuto cercare di sterminarli, ma il lievito che nascostamente lo gonfia, la linfa che lo nutre è ebraica e cristiana attraverso loro" (S. Quinzio). Già nel 1843 il venticinquenne Marx scriveva di "una signoria completa della tradizione giudaica nel mondo".


 

 

 


 

 

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