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La croce: un'invenzione inspiegabile

di Vittorio MESSORI

tratto da: Vittorio MESSORI, Ipotesi su Gesù, Sei, Torino 1979, p. 240-244.

 



Alcune rapide considerazioni finali, sull'assurdità di supporre che un mito, venga travestito proprio con i panni del tutto inadatti con cui è ammantato il protagonista dei vangeli.

Abbiamo già visto la questione del nome di Gesù, tanto banale; della città adottiva, Nazareth, non solo senza l'onore di una citazione scritturale ma considerata addirittura infamante; del silenzio sulla sua istruzione; della professione di falegname neppure famoso; della mancanza di ogni accenno all'aspetto fisico. Ed altre singolarità che farebbero di questo un mito non soltanto assolutamente unico ma addirittura «prodigioso», in senso culturale, nella storia mondiale delle mitologie.

Pensare poi di convertire il mondo calando l'idea di un Salvatore in un ebreo era, è stato osservato, come tentare di convertire un francese dell'Ottocento ai culti congolesi. Tanto era il disprezzo che nel mondo antico circondava tutto quanto fosse giudeo. Ciò valga per chi pensa che il mito di questo Cristo non sia nato in ambiente palestinese ma che vi sia stato ambientato da fedeli non ebrei.

Ma c'è un'assurdità ancora sulla quale vogliamo attirare l'attenzione per terminare questi nostri flash.
È l'assurdità della morte in croce. Tra le tante fini possibili, perché scegliere proprio quella di cui il mondo antico aveva più orrore e disprezzo, riservata com'era agli ultimi tra gli schiavi?

C'è del resto la prova storica che il mito non poteva inventare la croce: per i primi quattro secoli (sino a quando, cioè, la croce resta uno strumento usato per le condanne più abiette) i cristiani si vergognano a tal punto del modo in cui il loro Dio sarebbe morto da rifiutarsi di rappresentarlo visivamente.

Così, per i primi tre secoli della sua storia, il simbolo del cristianesimo non è la croce. La si nasconde, anzi, perché la sola vista di quello strumento di morte (il «servile supplicium» di Cicerone) potrebbe compromettere la predicazione.

Si cercano dei simboli che accennino discretamente alla croce ma non ne abbiano lo scandalo: l'albero della nave, tagliato in alto da un palo trasversale; l'àncora; un serpente attorcigliato a una pianta; l'aratro; un uomo che prega a braccia aperte...

"Lo scandalo di un dio crocifisso era difficilmente tollerato non solo dai pagani, ma dagli stessi cristiani, alcuni dei quali finirono coll'accettare la divagazione dei seguaci di Basilide e sostituirono la persona di Gesù crocifisso con quella di Simone di Cirene" (E. Francia).

Si poteva dunque diventare eretici, immaginando che un sosia avesse sofferto su quello scandaloso patibolo, pur di non sottoporsi agli scherni ammettendo di adorare un uomo giustiziato in quel modo infamante.

La più antica rappresentazione grafica del crocifisso risale al terzo secolo e fu scoperta nel 1856 sul Colle Palatino, a Roma. Non è un segno di fede cristiana ma, appunto, la beffa atroce di un pagano. Sulla croce, infatti, è inchiodato un asino. [...]

Del resto, già nel 180 Celso diceva con ironia ai cristiani, beffati perché «adoratori della croce»: "Che figlio di Dio sarebbe quel tale che suo padre non ha potuto salvare dal più infamante dei supplizi?".

Se dunque i primitivi cristiani impiegano secoli ad accettare l'idea che il loro Dio sia morto proprio sulla croce, come pensare che questo modo di morire sia inventato, nel mito, dagli stessi cristiani? Se tutto è leggenda, perché non è stato trovato un qualche modo più elegante per incarnare il mito di un Dio sofferente? La lapidazione, per esempio, come per Stefano; la decapitazione, come per Giovanni il Battista.

C'è oltretutto da osservare che, se nei pagani la croce suscitava un orrore «sociale», negli ebrei provocava lo scandalizzato sgomento religioso. Dice al cap. 21 il libro biblico del Deuteronomio che "l'appeso al legno" (l'impiccato, cioè, il crocifisso) è "maledizione di Dio".

Per questo, Paolo potrà giustamente osservare che, se un Cristo crocifisso è "follia" per i pagani, per gli ebrei è "scandalo". Chi è dunque responsabile della presunta invenzione della croce "morte dalla apparenza anti-messianica estrema, supplizio il più inconcepibile per un Messia"? (Dhanis). I greco-romani o gli ebrei?

Lasciamo la risposta (sul piano della storia e non, ancora una volta, dell'ideologia) ai difensori della tesi della «invenzione». Come a Ambrogio Donini, ad esempio. Egli che riconosce correttamente come "un terrore istintivo, saremmo per dire un orrore di classe (...) sembri tenere lontani i fedeli dall'esaltazione di (quel) simbolo". E che, rincarando la dose, scrive: "Una invincibile ripugnanza tratteneva i cristiani dal rappresentare il salvatore del mondo inchiodato su uno strumento infamante".

Ciascuno vede come questo riconoscere che i cristiani accettano a forza, tra "orrori di classe" e "invincibili ripugnanze", l'idea del loro Dio crocifisso si concili con la tesi dello stesso Donini della «invenzione» di quel culto.

Si noti: per Donini (e per la scuola marxista, come vedemmo) il cristianesimo nasce dalla speranza di redenzione delle classi oppresse. Gli schiavi, impotenti, avrebbero trasferito in cielo la loro vittoria. E, guarda caso, per simboleggiare quella vittoria scelgono quello che Donini stesso chiama «il simbolo dello schiavo ribelle sconfitto». Stanchi di essere oppressi nella realtà, dunque, i proletari dell'antico Mediterraneo decidono di crearsi un culto dove siano sconfitti anche nella fantasia...

In realtà, come ha riconosciuto lo stesso «incredulo» A. Omodeo, a proposito della fine che gli evangelisti raccontano del loro messia "siamo del tutto fuori degli interessi della comunità primitiva, siamo di fronte a una tradizione superiore ai sospetti".

Non solo i mitologi, del resto, ma anche i critici, mettendo in discussione la storicità della morte in croce e dandola o per incerta (Loisy: "Venne arrestato e sommariamente giudicato dall'autorità romana in circostanze che non conosciamo") o negandola del tutto, ci sembrano cadere nella stessa ingenuità. O, se si vuole, nella stessa insufficienza di metodo di chi seziona il testo e lo esamina sul suo tavolo anatomico, senza confrontarlo con ciò che lo ha preceduto e seguito.

Certa critica testuale, osserva Schökel, "era nata nel laboratorio dello specialista: finestre chiuse, molte ore davanti al tavolo, lettura infaticabile del testo". E tanta sicurezza, soprattutto, che dal solo soppesare una ad una le lettere greche si sarebbe giunti alla soluzione di un rebus che travalica invece il testo e le sue minuzie e fa appello a una storia globale.

Ma inutile, ormai, continuare con gli interrogativi che non trovano risposta se non nei presupposti ideologici che hanno condizionato certi studiosi.

Non ci pare dunque aver torto Guitton quando scrive: "Girate e rigirate il problema fin che volete: il fare derivare la storia di Gesù dalla fede in Cristo, quasi ne fosse una conseguenza e non il primo elemento motore e il germe iniziale, significa rendere incomprensibile l'origine del culto e della predicazione cristiana".

È lo stesso Guitton, del resto, che dopo una vita dedicata alla riflessione su questi problemi e dopo aver seguito da vicino le oscillazioni degli studiosi da una posizione all'altra alla disperante ricerca di un punto d'equilibrio, osservava che "se la critica allontana dalla storicità di Gesù, la critica della critica vi può ricondurre".


 

 

 

 


 

 

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