logo.gif
LA PASSIONE DI GESU': SOMMARIO |   HOME   


La Crocifissione

di Giuseppe RICCIOTTI

tratto da: Giuseppe RICCIOTTI, Vita di Gesù Cristo, Mondadori, Milano 1999, § 597-601.

 



§ 597.

Il rappresentante di Roma aveva inflitto seconda la richiesta degli accusatori una pena romana, poiché quando i Giudei avevano gridato a Pilato: Crocifiggi! Crocifiggi! avevano chiesto in realtà una pena che originariamente non era giudaica ma romana. Nell'imputazione di bestemmia fatta a Gesù nel Sinedrio la pena giudaica normale sarebbe stata la lapidazione, che difatti fu applicata a Stefano poco dopo; tuttavia la crocifissione, ai tempi di Gesù, era entrata già da molti anni negli usi del giudaismo palestinese, introdottavi al tempo delle sue prime relazioni con i Romani, e specialmente dal 63 av. Cr. quando Pompeo Magno espugnò Gerusalemme e dette un nuovo assetto politico a tutta la regione; prima di quell'epoca l'ebraismo aveva conosciuto l'impalamento, pena comunissima negli antichi imperi di Babilonia e d'Assiria e da cui più tardi derivò la vera crocifissione. Ma anche nella Roma antica la crocifissione non era stata originaria bensì importata; prima che in Roma la crocifissione era praticata in Grecia, in Egitto e in molte altre regioni mediterranee, ove era stata diffusa probabilmente dai Fenici, arditi navigatori e instancabili commercianti.

Roma ebbe sempre della crocifissione un vero spavento: è il meno che si possa dire, anche restringendosi alle frasi impiegate da Cicerone quando accenna ad essa nei suoi discorsi contro Verre (specialmente in II, 5, 62-67) e la chiama ora "supplizio il più crudele e il più tetro", ora "estremo e sommo supplizio della schiavitù", o in altre maniere somiglianti. Era infatti la pena riservata ordinariamente agli schiavi, e solo per delitti assai gravi; tanto che lo schiavo era talvolta chiamato sarcasticamente «portatore di croce» (furcifer), e uno di essi poteva esclamare comicamente: "So che la croce sarà il mio sepolcro. Là sono collocati i miei antenati, padre, nonno, bisnonno, trisnonno (Plauto, «Miles gloriosus», 2, 4, 372-373). Nessun cittadino romano poteva essere legalmente crocifisso secondo l'opinione di Cicerone, il quale esclama inorridito: "Che un cittadino romano sia legato, è un misfatto; che sia percosso è un delitto; che sia ucciso, è quasi un parricidio; che dirò, dunque, se è appeso in croce? A cosa tanto nefanda non si può dare in nessun modo un appellativo sufficientemente degno!" («In Verrem», II, 5, 66). Tuttavia, in linea di fatto, risulta che più d'una volta cittadini romani furono crocifissi; e anche in linea di diritto sembra che i liberti e taluni provinciali, sebbene cittadini romani, potessero ricevere questo estremo supplizio.

§ 598.

Prescindendo da forme più antiche, la croce ai tempi di Gesù aveva le tre seguenti forme:
†   T   X
La prima a sinistra era chiamata «croce immissa» o «capitata», riferendosi al tratto più corto, quello superiore, che faceva da «capo»; la seconda era la «croce commissa», ed era l'unica che avesse tre soli bracci essendo priva di «capo»; la terza, poco in uso, era la croce «decussata» o di sghembo, quella detta comunemente «croce di S. Andrea» (1). Fra le due prime forme, la croce immissa ha molto maggiore probabilità della croce commissa di essere stata impiegata per Gesù (§ 606).

In essa si distinguevano due parti - il palo verticale, chiamato «stipes» o «staticulum», da piantarsi in terra; e il palo orizzontale, chiamato «patibulum» o «antenna» (2), che soltanto in un secondo tempo si univa col palo verticale. Ma il palo verticale non era totalmente liscio e piano: verso la sua metà sporgeva un tozzo e robusto zoccolo, chiamato alla greca «pegma» o alla latina «sedile», su cui veniva a poggiarsi a cavalcioni il corpo del crocifisso; molto esattamente Giustino martire e Tertulliano rassomigliano questa sporgenza a un corno in genere e più particolarmente a quello del rinoceronte. Questo sostegno, del resto, era assolutamente necessario: sarebbe stato infatti impossibile che il corpo del condannato si reggesse sulla croce con i quattro chiodi soltanto, perché le mani trafitte si sarebbero strappate ben presto per lo sproporzionato peso, e la ragione è così evidente che artisti cristiani antichi raffigurarono la croce di Gesù con un «suppedaneum», su cui poggiano e sono inchiodati i piedi; questo «suppedaneum», di cui non esiste alcun accenno nei documenti antichi, è archeologicamente falso e all'atto pratico neppure sarebbe bastato a sostenere il corpo, tuttavia lo sbaglio archeologico dimostra la necessità del sedile, archeologicamente giusto.

§ 599.

Pronunciata una sentenza di crocifissione, si preparava - se già non era pronto - il luogo dell'esecuzione piantandovi il palo verticale o «stipes», privo ancora di quello orizzontale. Il palo verticale ordinariamente non era alto: infatti i piedi del condannato restavano sollevati dal terreno di solito per l'altezza d'un uomo o anche meno, e perciò l'intero palo non poteva essere più alto di 4 o 5 metri.

Quanto al luogo, se ne sceglieva uno assai in vista e frequentato, perché si contava sull'effetto esemplare che lo spettacolo doveva produrre su schiavi ed altri abietti individui punibili di croce; si preferivano perciò luoghi di gran transito, subito fuori di città ma vicino a qualche porta delle mura, e possibilmente framezzo a tombe: ciò è quanto risulta, oltreché da altre testimonianze, anche dal beffardo racconto della matrona di Efeso di Petronio l'Arbitro («Satiricon», 111-112). A Roma, per esempio, il luogo ordinario delle crocifissioni era il «Campus Esquilinus», subito fuori delle mura di Servio Tullio (agger) e vicino alla Porta Esquilina: in questo campus, corrispondente circa all'odierna piazza Vittorio Emanuele, erano anche moltissime tombe di patrizi e di schiavi; ivi in alto volteggiavano a frotte i "tetri uccelli dell'Esquilino" ricordati da Orazio, attirativi dai cadaveri dei crocifissi che rimanevano insepolti.

La crocifissione era preceduta dalla flagellazione del condannato, la quale talvolta gli era inflitta lungo il cammino per recarsi al luogo del supplizio. Il condannato (cruciarius) era affidato ai soldati, di solito quattro (quaternio), comandati da un centurione che aveva l'ufficio di riscontrare la morte del crocefisso (exactor mortis). Sulle spalle del condannato si poneva, e talvolta si legava, il palo orizzontale della croce (patibulum); un servo di giustizia portava davanti a lui una tavoletta (titulus) su cui era scritto in caratteri ben visibili il delitto del condannato che aveva motivato la sentenza: talvolta, invece, la tavoletta veniva appesa al collo del condannato stesso. Avviatosi il corteo verso il luogo del supplizio, si passava a preferenza per le strade più popolose e frequentate ("celeberrimae eliguntur viae", dice in proposito Quintiliano), sempre per dar pubblicità all'esecuzione.

Lungo il cammino il condannato, anche se non riceveva la flagellazione, era fatto egualmente segno ad ogni sorta di ludibri da parte della plebaglia incuriosita e inferocita: il crocifiggendo non era più un uomo, ma un fuorilegge e un immondezzaio ambulante.

§ 600.


Giunto sul luogo del supplizio, vicino al palo già piantato in terra, il condannato veniva spogliato delle sue vesti, se non era già nudo per aver ricevuto la flagellazione lungo la strada. La nudità totale del crocifiggendo era d'uso comune presso i Romani: può darsi tuttavia che, presso qualche popolo più riguardoso su questo punto, il condannato venisse ricoperto alla meglio per pudore col primo straccio che capitava lì per lì sotto mano. Certamente i Giudei erano più riguardosi dei Romani (cfr. «Sanhedrin», VI, 1-4) e quindi è probabile che la loro delicatezza fosse rispettata dai loro governanti: ma la cosa non è storicamente accertata.

Così spogliato il condannato veniva disteso a terra supinamente, in modo che sotto di sé lungo le spalle e le braccia aperte avesse il palo orizzontale della croce da lui portato: in tale posizione le mani venivano inchiodate al palo. Compiuto questo primo inchiodamento, il condannato - probabilmente per mezzo di una fune che lo ricingeva al petto e scorreva poi sull'estremità del palo verticale piantato in terra - veniva elevato sul palo verticale in modo da essere collocato a cavalcioni sul sedile. Soltanto se si ha presente l'insieme di questa manovra si possono spiegare adeguatamente certe frasi usate spesso dagli scrittori romani, quali "ascendere crucem", "excurrere in crucem", "inequitare cruci", o sarcasticamente "requiescere in cruce"; inoltre, che questa «ascesa» sulla croce fosse fatta dopo che il condannato era già parzialmente inchiodato è dimostrato fra altro dalla frase: "patibulo suffixus, crudeliter in crucem erigitur" (Firmico Materno), ove "patibulum" designa con esattezza tecnica il palo orizzontale. Sollevato il condannato in questa maniera, il palo orizzontale era congiunto con quello verticale per mezzo di chiodi o di corde; infine s'inchiodavano i piedi. Naturalmente per questa inchiodatura s'impiegavano due chiodi, non uno solo come ha immaginato spessissimo l'arte cristiana, giacché i piedi per la posizione a cavalcioni presa dal condannato finivano per stare quasi ai due lati del palo verticale e non avrebbero potuto sovrapporsi l'uno su l'altro; quest'ultima inchiodatura si faceva facilmente dai carnefici ritti in terra, perché come vedemmo i piedi del crocifisso erano all'altezza di una persona.

§ 601.

Ridotto in tale stato, il crocifisso aspettava la morte. Esposto qual era in un luogo frequentato, egli vedeva per ore e ore passare sotto di sé gente d'ogni fatta: patrizi che non lo degnavano d'uno sguardo; bambini che s'incuriosivano del suo corpo livido e tumefatto; mercanti affaccendati che si soffermavano un momento di sfuggita; plebei e schiavi che si divertivano a spiare i segni delle sue sofferenze. Qualche segno di compassione poteva egli scorgere tutt'al più sul viso di qualche parente o di qualche vecchio complice di delitti che s'intrattenesse lì dappresso: ma era sempre una compassione sterile, perché i soldati che stavano di guardia ai piedi del crocifisso impedivano a chiunque di avvicinarsi per recare un sollievo qualsiasi; l'unica cosa che potesse raggiungere quell'avanzo umano inchiodato sulla croce era la sassata lanciatagli da lontano per ludibrio dal monello o per vendetta dal rivale in furti. La morte poteva avvenire per dissanguamento, per febbre vulneraria, per gli strazi della fame e più ancora della sete, o per altre cause fisiologiche. Spesso non si faceva attendere molto, specialmente a causa della spossatezza prodotta dalla terribile flagellazione che aveva preceduto la crocifissione; ma spesso organismi più robusti resistevano giornate intere sulla croce, spegnendosi a poco a poco in una spaventosa agonia. Talvolta i carnefici acceleravano a bella posta la morte o producendo con un fuoco un denso fumo sotto la croce, o trapassando con un colpo di lancia il corpo del crocifisso, oppure praticandogli il «crurifragio» romano che consisteva nello spezzare i femori dell'agonizzante a colpi di clava.

Avvenuta poi la morte, nei tempi più antichi il cadavere rimaneva ancora sulla croce fino alla decomposizione, e fino al totale scempio che ne facevano i cani saltando dal basso e gli uccelli calando dall'alto, invece, dai tempi circa d'Augusto, si concedeva ordinariamente il cadavere ad amici o parenti che l'avessero richiesto alle autorità per seppellirlo.

Quanto si è visto fin qui erano le norme generali seguite per tutte le crocifissioni, e furono seguite anche per la crocifissione di Gesù.
 

 



1) Si è notato che la «croce di S. Andrea» è ricordata nei documenti solo dal sec. X in poi, ed appare nell'iconografia anche più tardi: si è dunque concluso che questo tipo di croce non fu in realtà mai usato. La conclusione non sembra legittima. Flavio Giuseppe dice che, durante l'assedio di Gerusalemme, i soldati catturavano molti fuggiaschi giudei ed essendo irritatissimi per la resistenza inutile degli assediati "inchiodavano (in croce)... per dileggio i catturati quale in una posizione e quale in un'altra (allov allo schemati) e per la moltitudine difettavano sia il terreno per le croci, sia le croci per i corpi" («Guerra giud.», V, 451). Qui la differente posizione (schema) sta certamente in relazione con la forma delle croci, la quale poteva perciò essere variata con una certa ampiezza per sbizzarrirsi; ma se la «croce di S. Andrea» non era usata, rimanevano soltanto le due forme immissa e commissa (altre sono materialmente impossibili), e con le due sole forme l'ampiezza per sbizzarrirsi non c'era, né si sarebbe potuto dire seriamente quale in posizione e quale in un'altra perché la posizione del crocifisso era la stessa in ambedue le forme di croce.

2) Il nome «patibulum» deriva dal fatto che in tempi antichissimi si usava per punire gli schiavi un palo ch'era applicato alla porta di casa per sbarrarla e tolto il quale la porta di casa si apriva (patebat). Per simili punizioni i primitivi abitatori del Lazio avevano usato anche la «furca», un forcone impiegato per puntellare i grossi carri agricoli: perciò spesso, fino a tempi tardivi, «furca» appare praticamente come sinonimo di «patibulum», sebbene in origine designasse una cosa ben diversa.


 

 

 

 

 

 


 

 

LA PASSIONE DI GESU': SOMMARIO |   HOME   

A.C.R.O. - Gruppo di Studi Rosacrociani di Roma - 
Centro Autorizzato della Rosicrucian Fellowship
Centro promotore della Comunità Rosa+Croce Internazionale
.