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Sulle tracce di Gesù di Nazareth

di Carsten Peter THIEDE

tratto da: 30 Giorni, anno XI, settembre 1993, p. 66-71.

 




[...] Ma restiamo ancora nella chiesa del Sepolcro e spostiamoci per un pò di metri, verso la roccia del Golgota. Perché anche qui, negli ultimi anni, si sono registrate delle novità. La scoperta più originale e forse anche più sorprendente riguarda proprio ciò che invece manca presso il Sepolcro: una epigrafe di pellegrini. Naturalmente non la si è rinvenuta nella parte centrale della roccia - perché questa era stata parzialmente asportata da Adriano e ricoperta da un tempio. Ma la roccia del Golgota è una vasta area. Alcune parti di essa si trovano ancora oggi ad esempio sotto la chiesa protestante del Redentore, nel quartiere Muristan. E in uno dei versanti all'interno dell'area dell'odierna chiesa del Sepolcro, nella cosiddetta cappella di san Vartan, degli archeologi armeni hanno scoperto l'epigrafe in latino di un pellegrino cristiano: il disegno inciso nella pietra di una nave con l'albero rovesciato e la scritta sottostante «Domine ivimus», «Signore, siamo arrivati»; un riferimento al Salmo 121,1: «In domum Domini ibimus», «Andiamo alla casa del Signore». Qui dunque erano giunti dei pellegrini, ma non poterono raggiungere la parte centrale della roccia, poiché su di essa c'era il tempio di Adriano. Così essi realizzarono disegno e iscrizione un pò più in là, ma pur sempre nell'area della roccia del Golgota. E questo deve essere successo tra il 135 ed il 326, cioè negli anni in cui il vero luogo della crocifissione era inaccessibile. Ed anche questo conferma a sua volta quanto la tradizione del luogo sia stata conservata con tenacia e con precisione attraverso i decenni e i secoli.

Ma la scoperta più sensazionale sul Golgota è recentissima e non è ancora stata valutata in modo definitivo: si tratta del dissotterramento dell'intera parte superiore della roccia nella cappella greco-ortodossa del Golgota da parte dei due archeologi ed architetti greci, George Lavas e Saki Mitropoulos, iniziato alla fine del 1991. Durante la pulizia della roccia i due constatarono che sotto le lastre di marmo della cappella greco-ortodossa del Golgota si trovava uno strato di malta di calce rotondo, dello spessore di 50 centimetri, rimasto evidentemente intatto da secoli. Cautamente essi lo asportarono e vi scoprirono nel mezzo una cavità rotonda, nella quale si trovava un anello di pietra di quasi 11 centimetri di diametro. Non c'era alcun dubbio che l'anello serviva al fissaggio di una croce. Si infilava la croce nell'incavo, attraverso l'anello fino ad incastrarvela, per poterla poi innalzare. Era questo l'anello della croce di Cristo?

Lavas e Mitropoulos si sono astenuti da speculazioni. Secondo quest'ultimo, del ritrovamento si possono dare due interpretazioni.

Poteva trattarsi di un anello sistemato nell'anno 326. In quell'anno Elena, madre dell'imperatore Costantino, preservò il luogo della crocifissione e quello della sepoltura e suo figlio fece costruire lì la chiesa del Sepolcro. Dunque si tratterebbe di un anello costruito in memoria della crocifissione. E già se fosse «solo» questo, quell'anello ci fornirebbe preziose indicazioni. Poiché la pratica del fissaggio della croce attraverso un anello, allora ancora sconosciuta da parte dell'archeologia, doveva basarsi su ben precise conoscenze, su salde informazioni tramandate. Chi altrimenti si sarebbe inventato un anello di 11 centimetri di diametro? Perché quel diametro significa che la croce non poteva essere più alta di 2,40 metri. E questa invero modesta altezza contraddice le nostre aspettative, contraddice anche tutto ciò che fino ad oggi - ad esempio nelle arti figurative - si è rappresentato al di sotto del Signore innalzato sulla croce. I Vangeli, dal canto loro non dicono nulla sull'altezza della croce. In questo la scienza archeologica è affidata solo a se stessa.

Ma c'è anche l'altra possibilità, e cioè che questo anello appartenesse veramente alla croce di Gesù e che sia rimasto conservato fino ad oggi. A ciò si potrebbe obiettare subito che, come abbiamo detto dianzi, l'imperatore Adriano nel 135 fece distruggere Gerusalemme per la seconda volta e fece edificare sopra i luoghi del Golgota e del Sepolcro vuoto dei templi, per impedire l'accesso ai pellegrini, ai cristiani giunti lì. Proprio questo atto di Adriano potrebbe però aver contribuito alla conservazione della cavità e dell'anello. Poiché l'imperatore asportò ampie parti della roccia e lasciò stare solo la parte centrale, che spianò. E infatti è stata ritrovata solo una cavità e non anche le due degli altri che furono crocifissi con Gesù; e poi per il compimento di tale azione non era necessario distruggere l'interno della cavità di centro. Bastava riempirla e spianarla in modo da potervi costruire sopra. Proprio questo accadde, come indicano chiaramente i reperti archeologici. La cavità e l'anello possono dunque essere autentici, protetti - per quanto possa suonare strano - grazie alle disposizioni di Adriano. Al momento l'anello e la malta di calce vengono accuratamente analizzati a Salonicco. Si spera che in tempo ragionevole sia possibile attribuire loro una datazione il più possibile esatta.

Nel corso dei lavori dei due archeologi greci si è pervenuti ad un'ulteriore conferma dell'autenticità di questa roccia del Golgota. Sotto la malta di calce ora rimossa è emersa per tutta la roccia fin sotto alla Cappella di Adamo una frattura. Gli scettici, sulla base della parte inferiore della roccia, l'unica prima visibile, avevano finora creduto che si trattasse di un difetto naturale della roccia. Ora invece è sicuro che la frattura è stata causata da un evento naturale di particolare impatto. Georg Lavas e Saki Mitropoulos sono sicuri che si tratti della conseguenza del terremoto menzionato nel Vangelo di Matteo. Lì è scritto (27, 52), nel racconto di ciò che seguì immediatamente alla morte in croce di Gesù: «La terra si scosse, le rocce si spezzarono».

Chi in questi giorni va a Gerusalemme può vedere chiaramente la parte anteriore della frattura. La cavità dell'anello della croce si trova dietro l'altare sotto una pesante lastra di vetro blindato e non è normalmente accessibile


 

 

 

 


 

 

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