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La moglie del procuratore di Giudea

di Vittorio MESSORI
 

tratto da: Vittorio MESSORI, Ipotesi su Gesù, Sei, Torino 1979, p. 222-223




Matteo ci comunica che il procuratore in Giudea aveva con sè la moglie. Particolare contestatissimo sino a quando, di recente, si è scoperto che rispecchia anch'esso una precisa realtà storica. Poco prima dei tempi di Gesù, Roma aveva autorizzato i suoi rappresentanti a portare con sé la famiglia nelle province, mentre in precedenza lo vietava.

Continuando con i funzionari imperiali, ecco un altro fatto recente che coinvolge gli Atti degli Apostoli. Spolpato anch'esso sino all'osso dal bisturi della critica, quel libro si è rimesso a camminare benissimo, rinfrancato com'è dai cantieri di scavo aperti nei luoghi dove è ambientato.

L'autore degli Atti (Luca, secondo una tradizione che si riallaccia ai tempi apostolici) parla al capitolo 13 del responsabile romano di Cipro, chiamandolo il «proconsole» Sergio Paolo. "Sbagliato! sbagliato!" esclamavano felici i mitologi. Stando alle usanze imperiali, infatti, il rappresentante a Cipro avrebbe avuto diritto al titolo di «propretore», non di proconsole. Poi, alcuni anni fa, la solita iscrizione (trovata stavolta a Pafo, all'estremo occidentale dell'isola) mostrava una strana anomalia: Sergio Paolo, proprio lui, vi è chiamato «proconsole». Giusto come affermavano gli irrisi Atti degli Apostoli. Qui, dunque, siamo persino al di là dell'ipotesi già fantastica del romanzo storico elaborato a tavolino. Non si vede come gli ipotetici falsari avrebbero potuto giungere a sapere che il titolo del funzionario di Cipro (e quello soltanto) non rispettava l'uso ordinario.

Né gli autori del romanzetto avrebbero indicato i capi della città di Tessalonica come «politarchi». E' questo, un nome sconosciuto all'uso antico, impiegato soltanto in quel passo dagli Atti. Inventato, dunque, per ammissione comune. Ora, negli ultimi anni, dagli scavi sono affiorate ben 19 iscrizioni dove i prefetti di Tessalonica sono appunto chiamati politarchi, distaccandosi così nel nome da ogni carica sinora conosciuta dell'Impero.

Questi umili Atti ai quali, stando a Guignebert, "basta dedicare ben poca attenzione per accorgersi che sono poveri nella informazione e incoerenti nel racconto", in verità sanno un pò troppe cose. Checché ne pensi Donini che, ancora nel 1975, scrive che la cornice storica degli Atti "è tardiva e di seconda mano".

In realtà, sanno tra l'altro che i magistrati dell'Asia proconsolare romana che presiedevano al culto e ai giochi pubblici si chiamavano «asiarchi», a Efeso. Che, nella stessa città, il Capo municipale, con funzioni anche di pubblico notaio, era detto il «segretario». Che Claudio Lisia era «tribuno della coorte» a Gerusalemme sotto il procuratore Felice. Che la regione dell'Acaia, dopo complicati cambiamenti amministrativi, dall'anno 44 era provincia senatoria e proconsolare e quindi governata da un «proconsole». Che questi, quando vi giunse Paolo, si chiamava Gallione...

Sa queste e tante altre cose (tutte puntualmente confermate, molte solo di recente, dagli storici e dagli archeologi) un testo che il fastidio dello studioso per i risultati degli scavi che contraddicono le sue tesi chiama "povero di notizie e incoerente".

Per il prof. Bruce, dell'università di Manchester, là dove descrivono l'avventuroso viaggio per mare di Paolo verso Roma, gli Atti degli Apostoli si rivelano "uno dei documenti più sorprendentemente esatti sull'antica arte della navigazione".

 

 

 

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