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Scontroso e ostinato

di Stefano ZURLO

tratto da: Tracce. Litterae Communionis, anno XXIX, aprile 2002, p. 93-97.

 



Governatore energico, romano fino al midollo. Con un'idea fissa: la fedeltà all'imperatore. La ricostruzione storica del "duello" tra i giudei e Pilato. Che non voleva mandare a morte quel Gesù per non darla vinta agli ebrei. Che fine fece? Nessuno lo sa


Non è vero che Ponzio Pilato fosse un tipo pilatesco. «Era un governatore energico», spiega Marta Sordi, che per un quarto di secolo ha insegnato Storia greca e romana alla Cattolica, indagando i rapporti fra cristianesimo e impero romano. E Giuseppe Ricciotti, nella sua insuperabile «Vita di Gesù Cristo», definisce il Prefetto della Giudea - questo era il suo titolo - con due aggettivi inaspettati: «scontroso» e «ostinato». Insomma, un tipo tosto, romano fino al midollo, il nome di ascendenza sannitica, proveniente probabilmente dagli Abruzzi. Un funzionario che in testa aveva un'unica bussola: la fedeltà all'imperatore. E che la perse per eccesso di zelo: nel 36, dieci anni dopo il suo insediamento e sei dopo la morte di Cristo, disperse con le maniere forti un assembramento di samaritani sul monte Garizim. I samaritani, che nel sempre complicato scacchiere medio-orientale, erano nemici dei giudei e alleati dei romani, si rivolsero a Tiberio. E il povero Pilato fu richiamato a Roma.

Da allora l'uomo esce dalla storia e il suo fantasma viene rimodellato dalle leggende. Buone e cattive. Più cattive che buone. Tanto che Pilato diventa per molti l'uomo che ha programmato a tavolino la condanna a morte di Gesù Cristo. Errore. «All'inizio del quarto secolo - aggiunge la Sordi - l'imperatore Massimino Daia diffonde nelle scuole un'immagine di Pilato anticristiana. Falsa, totalmente falsa, ma in parte è ancora quella che ci portiamo dietro».

Agitatore politico:

Le cose andarono diversamente, in quell'aprile dell'anno 30. I sinedristi, come li chiama con un vocabolo inquietante Ricciotti, avevano decretato la fine del Messia. Ma avevano un problema non da poco: non potevano spedire autonomamente una persona alla pena capitale. L'ultima parola spettava a Roma. Ecco perché agganciarono Pilato. «Due - chiarisce Ricciotti - erano le strade per ottenere l'approvazione del Procuratore: invitare il magistrato di Roma ad accettare la conclusione del processo svoltosi davanti al tribunale supremo del giudaismo»; in alternativa «deferire l'imputato al tribunale del Procuratore per istituire un nuovo processo».

Fu astutamente scelto il giro più lungo. E la condanna, decisa per motivi religiosi, fu riverniciata con i colori della politica. «Il Rabbì galileo fu presentato quale pericoloso agitatore politico». Un calcolo rischioso, ma vincente, condotto sul filo del ricatto: «Pilato - insiste Marta Sordi - già un paio di volte aveva provocato i giudei esponendo i simboli della dominazione romana e gli ebrei avevano reagito ricorrendo a Tiberio. Lo stesso Vangelo di Luca, al capitolo tredici, ci dà le coordinate di un altro intervento di Pilato, contro i galilei, concluso addirittura con un bagno di sangue». Insomma, i sommi sacerdoti e i loro degni compari sapevano come colpire il Governatore, nel delicatissimo equilibro di poteri tenuto insieme dal convitato di pietra che stava fra Roma e Capri: l'imperatore Tiberio. Tiberio, sempre presente nei retropensieri di Pilato.

Superarma:

La "superarma" fu però impiegata solo alla fine di un estenuante duello. Pilato aveva il sentimento del «ius» e ci teneva a far rispettare la legge; inoltre, come nota Ricciotti, «nutriva per quei capi del giudaismo un sentimento di disprezzo e di scontrosità e trovava quindi un'ottima occasione per impuntarsi e contraddirli in nome della legge». Insomma, aveva due buone ragioni per assolvere l'imputato e per dare uno schiaffo forte, ma perfettamente legale, ai capi di quel popolo che sotto sotto non sopportava. Gli ebrei praticavano la circoncisione che i romani equiparavano alla castrazione e consideravano con orrore; avevano poi i loro rituali che il Governatore, un impasto di pragmatismo e razionalità, non capiva e non poteva capire: la paralisi di ogni attività al sabato, la distinzione minuziosa fra cibi puri e impuri. Se si conteneva era solo per carità di patria. Ma quella era la volta buona per dare una lezione. Anche perché ci aveva messo un attimo per intuire che l'accusa non stava né in cielo né in terra. «Tu sei il re dei giudei?», «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?», «Che cosa hai fatto?», «Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai giudei. Il mio regno non è di quaggiù». Un dialogo breve ma più che sufficiente. Il Messia non era affatto un sovversivo, la sua predicazione poteva disinnescare i messaggi di violenza diffusi fra la sempre inquieta gente di Palestina. Anzi, Pilato aveva quasi sicuramente pesato il Cristo in precedenza, nel periodo della predicazione, ritenendolo non pericoloso per Roma. Tutt'al più si era convinto di aver davanti a sé un visionario: «Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». «Che cosa è la verità?», aveva risposto, infastidito, il Governatore, troncando una conversazione finita in un vicolo cieco. E il tentativo di riallacciare il dialogo si era scontrato col fragoroso silenzio del Cristo, che aveva riempito la scena con la sua presenza; «Non rispondi, vedi di quante cose ti accusano?». Gesù aveva taciuto, perchè la verità parla senza parole. E non ha bisogno di didascalie e nota bene.

Andò come andò. Pilato giocò in successione almeno tre carte prima di perdere la partita. Anzitutto, inviò il prigioniero a Erode Antipa. Erode era il re di uno Stato fantoccio: la Galilea, in quel frangente nominalmente indipendente da Gerusalemme. Pilato pensò di prendere due piccioni con una fava; con quel gesto si avvicinava al Tetrarca con il quale era in cattivi rapporti, probabilmente per il solito motivo: Erode faceva la spia a Roma. Inoltre, da persona pratica e navigata, era convinto di sbolognare la pratica Gesù. Raggiunse il primo obiettivo, perché diventò buon amico del tiranno, fallì clamorosamente il secondo. Erode rispedì indietro Gesù. A questo punto Pilato, sempre in bilico fra le esigenze della politica e le ragioni della giustizia, escogitò una seconda via d'uscita: «Dopo aver dunque sottoposto lui a un castigo - comunicò - lo rimanderò libero».

Il "contentino":

«Il vero errore dialettico di questa conclusione sta - secondo Ricciotti - in quel dunque; se né Pilato né Erode avevano trovato nulla di colpevole e nulla degno di morte, come giustificare quel dunque?». Promettendo il "contentino" della «flagellatio» - in realtà una punizione terribile, che spesso si concludeva con la morte del disgraziato che la subiva - Pilato muoveva un altro passo verso il baratro. E affrettò il ruzzolone con la mossa successiva: la promessa di liberare un prigioniero a scelta fra Gesù e Barabba. «La previsione di Pilato - incalza Ricciotti - che la scelta sarebbe caduta su Gesù dimostra che egli aveva una conoscenza assai difettosa, non tanto della nazione da lui governata, quanto delle guide spirituali di quella nazione». L'idea di mettere in campo il terrorista Barabba diventò un boomerang.

Ma Pilato non aveva ancora gettato la spugna. E gli accusatori lanciarono l'assalto finale: «Se dimetti costui - gli gridarono - non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, contraddice a Cesare». «Davanti a quel grido - ci fa sapere Ricciotti - Pilato, uomo di carne e ossa, magistrato romano ignaro di qualunque preoccupazione religiosa e sollecito soltanto della sua posizione a Roma e della sua carriera politica, non poteva rimanere titubante ancora per lungo tempo». Troppa paura di essere saltato ancora una volta e di dover subire direttamente la reprimenda di Tiberio. I detrattori di Gesù alzarono ancora la posta: «Crocifiggilo, crocifiggilo». «Crocifiggerò il vostro re?». «Non abbiamo re se non Cesare».

E' la fine. «Pilato si vide allora chiusa anche l'ultima strada. Costoro, e precisamente i più insigni fra essi, non riconoscevano alcuna regalità a Gesù e proclamavano di avere re unico ed esclusivo il Cesare di Roma: evidentemente il rappresentante del Cesare di Roma non poteva esprimere un parere diverso, come per non urtare i sentimenti religiosi degli accusatori doveva crocifiggere quel falso re».

La relazione a Tiberio:

Partita conclusa. In croce. Da quel momento Pilato comincia a riscattarsi e il motivo per cui probabilmente si espone è anche la risposta alla più grande delle obiezioni possibili al racconto appena fatto. Se è vero che i giudei dovettero chiedere il permesso al Governatore per uccidere Gesù, come mai quattro anni più tardi, nel 34, lo scavalcarono e lapidarono Stefano senza chiedere l'autorizzazione all'autorità romana? La Sordi non ha dubbi: la morte di Stefano fu una clamorosa violazione della legge. Tant'è che quell'episodio mette in moto, secondo la studiosa, proprio Pilato. A quel punto, temendo di perdere il controllo della situazione, Pilato scrive una relazione a Tiberio. E' plausibile questa interpretazione? Di questo rapporto parlano un paio di autorevoli autori cristiani del secondo secolo, san Giustino martire e, soprattutto, Tertulliano. Per Tertulliano, «Pilato iam sua coscientia christianus» (già nella sua coscienza cristiano) parla bene dei cristiani e punta invece diritto contro il Sinedrio. Insomma, non è detto che Pilato si sia convertito - come sembra indicare Tertulliano e come credono la Chiesa copta, che lo ritiene un martire, e la Chiesa etiopica che lo venera addirittura come santo -, ma certo il Governatore si schiera contro le autorità religiose di Gerusalemme.

E ora attenzione alle date: il messaggio di Pilato è del 35; nel 36 arriva in Medio Oriente, precisamente ad Antiochia, il legato di Tiberio, Vitellio. E che fa immediatamente Vitellio?

Destituisce, come racconta Flavio Giuseppe, proprio il sommo sacerdote Caifa, quello che aveva condannato a morte Gesù e poi Stefano. Flavio Giuseppe non specifica la ragione del siluramento di Caifa, ma possiamo supporre che il castigo sia stato inflitto per punire in modo esemplare chi aveva liquidato Stefano senza averne il diritto. Sempre Flavio Giuseppe ci racconta un altro atto di Vitellio: rispedisce a Roma Ponzio Pilato. Il motivo però è chiarissimo: quell'eccesso di zelo dimostrato sul monte Garizim contro i fedeli samaritani.

Pilato è a Roma nel 37. Tiberio è appena scomparso; prima di morire, proprio sulla base di quella relazione inviatagli dal Governatore, l'imperatore aveva addirittura proposto al Senato il riconoscimento del cristianesimo come religione lecita. Marta Sordi appoggia ancora una volta la convinzione all'autorità di Tertulliano, che così registra l'episodio: «Tiberio sottomise al Senato i fatti che gli erano stati annunciati dalla Siria-Palestina, fatti che avevano rivelato laggiù la divinità del Cristo, e manifestò il suo parere favorevole». Il Senato, però, rifiuta, rinviando di quasi trecento anni una "liberazione" che arriverà solo con Costantino. Se però questa ipotesi è vera, allora la figura del Governatore della Giudea va rivisitata ancora una volta; quella mattina - probabilmente la mattina del 7 aprile dell'anno 30 - ha ceduto, successivamente si è riscattato: ha dato il fatale ordine di uccidere Gesù, ha fatto di tutto per salvare i suoi discepoli dalle persecuzioni. Ed è arrivato a un passo dal riuscirci.

Che cosa sia accaduto di lui, in seguito, non è chiaro. Vittorio Messori, in «Patì sotto Ponzio Pilato» (Sei) ricapitola le tre scuole di pensiero: fu giustiziato da Caligola; si suicidò in esilio forse in Gallia; si convertì, complice la moglie, al cristianesimo. In realtà non ne sappiamo nulla. E' buio fitto sul destino dell'uomo finito addirittura dentro il Credo, un funzionario che nel film «Jesus Christ Superstar» canta angosciato: «Ho sognato che migliaia di persone, per migliaia di anni, ripeteranno ogni giorno il mio nome. E diranno che è stata anche colpa mia». Chissà.

Il potere e i cristiani:

In un folgorante racconto, «Il Procuratore della Giudea» (Sellerio), Anatole France ci porta alle terme di Baia, dove un Pilato ormai sul viale del tramonto viene raggiunto dalla inattesa domanda di un vecchio amico: «Ti ricordi di quel Gesù?». Pilato aggrotta le sopracciglia, fruga invano nella memoria, poi dice: «Gesù? Hai detto Gesù di Nazareth? No, non me lo ricordo».

Una risposta carica di suggestioni, in linea con la sensibilità scettica e disillusa della modernità e del ventesimo secolo. Ma che fa a pugni con la storia: se quel che abbiamo detto è vero, il vecchio Pilato si ricordava fin troppo bene di Gesù. E di quell'unico giorno in cui era stato pilatesco. Fino a lavarsi le mani davanti all'uomo che ha tagliato in due la storia.

E abbiamo motivo di sospettare che del Messia avesse memoria la nomenclatura romana residente in Medio Oriente, cominciando da Vitellio. All'inizio degli anni Quaranta è proprio ad Antiochia che i discepoli di Cristo vengono chiamati per la prima volta cristiani. Cristiani, alla latina, e non cristikoi alla greca come sarebbe stato più logico, visto che era il greco la lingua franca nell'area (e in greco si svolse il processo a Gesù). Ad Antiochia il potere fa per la prima volta i conti con il cristianesimo e la Chiesa


 

 

 

 

 

 


 

 

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