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I.N.R.I.: è autentica la targa della croce?

di Gian Maria VIAN


tratto da: Avvenire, 13.10.2000.



Uno studioso tedesco sostiene l'attendibilità della reliquia. La datazione del legno, con iscrizioni in latino e greco, resta comunque controversa

Stiamo assistendo a un ritorno delle reliquie? Molti indizi lo fanno proprio pensare. L'esempio più evidente è quello della Sindone, che oltre a rimanere al centro di un'importante devozione, continua ad affascinare credenti e laici e dal punto di vista storico pone obiettivamente una quantità d'interrogativi, non potendosi ritenere risolta definitivamente dalla datazione al carbonio di una dozzina d'anni fa.

Ma l'ultima notizia in proposito è la risonanza di un libro di Michael Hesemann, pubblicato l'anno scorso in Germania, che sostiene l'autenticità di un'iscrizione conservata a Roma, nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme: l'iscrizione sarebbe proprio quella fatta apporre da Pilato sulla croce a cui fu appeso Gesù.

Ieri la traduzione italiana del volume («Titulus crucis. La scoperta dell'iscrizione posta sulla croce di Gesù», edizioni San Paolo, con prefazione di Carsten Peter Thiede) è stata presentata proprio nella basilica romana che conserva molte reliquie connesse col supplizio e la morte del predicatore di Nazaret, ritrovate secondo diverse fonti antiche da Elena, la madre dell'imperatore Costantino nell'anno 325. Se fondata, l'identificazione sarebbe clamorosa, e l'autore del volume nella conferenza stampa ha risposto alle molte obiezioni ribadendo d`essere sicuro dell'autenticità della reliquia. Ma come stanno le cose?

I dati incontrovertibili non solo molti. Innanzi tutto vi sono le notizie dei Vangeli, e tra queste quella di Giovanni (19, 19-22), la più dettagliata: "Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto "Gesù il nazareno, il re dei giudei". Molti giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei giudei dissero allora a Pilato: non scrivere "il re dei giudei", ma che "egli ha detto: io sono il re dei giudei". Rispose Pilato: ciò che ho scritto, ho scritto". Questa notizia è così precisa da non far dubitare minimamente della sua sostanziale storicità, ed è quindi inutile moltiplicare improbabili ipotesi per datare il quarto Vangelo alla fine degli anni Sessanta del primo secolo come se le ipotesi di composizione un trentennio più tardi da parte della maggioranza degli studiosi sminuissero di per sé la credibilità storica del Vangelo giovanneo.

Dalle fondamentali notizie evangeliche si passa alla fine del IV secolo, quando i primi pellegrini e alcuni autori cristiani (Egeria, Ambrogio, Giovanni Crisostomo) menzionano il «titulus crucis», che si ipotizza ritrovato insieme alle altre reliquie della passione di Gesù un settantennio prima, senza che tuttavia ve ne sia menzione precisa. Semplice ipotesi non suffragata dalle fonti antiche è poi un passaggio decisivo nella presunta vicenda della reliquia, e cioè la sua divisione tra una parte rimasta a Gerusalemme e un'altra portata a Roma dalla madre dell'imperatore. Della parte gerosolimitana si perdono le tracce dopo il 614, quando la città viene presa ai bizantini dai persiani, e ancora un'ipotesi non fondata su alcuna notizia è la conservazione della parte romana dell'iscrizione e il suo rinvenimento nel XII secolo.

Sulle labili tracce del «titulus crucis» l'autore del volume non può in definitiva dire molto e si diffonde quindi ampiamente (e in modo a mio avviso discutibile) sull'origine dei Vangeli e sulla diffusione del primo cristianesimo e su notizie di contorno che non riguardano l'iscrizione che pure è al centro del libro. S'arriva così al maggio 1997, quando Hesemann, caporedattore di una rivista tedesca, decide d'occuparsi della reliquia e in meno di due anni pubblica la sua inchiesta, i cui risultati positivi si basano su una datazione della scrittura del «titulus crucis» che potrebbe dar ragione alla tesi dell'autenticità (il perito di greco antico ha stabilito che si tratta di scrittura risalente "assolutamente al I secolo d. C."), mentre impossibili si rivelano i tentativi di collocare cronologicamente la reliquia con il metodo del carbonio 14 (cioè quello usato per la Sindone e in questo caso non autorizzato dalla Santa Sede) e con altri di datazione del legno, questi ultimi per l`assenza di possibili riscontri.

Resta quindi la scrittura di metà del «titulus» (l'altra sarebbe infatti quella dispersa dopo il 614), che presenta in alto qualche linea forse corrispondente all'ebraico, quindi il greco e infine il latino. Queste due incisioni si distinguono bene, ma da destra a sinistra e a rovescio, in altre parole risultando leggibili su uno specchio. L'autore pensa di risolvere la prima difficoltà affermando che greco e latino sarebbero stati scritti da destra a sinistra per "un intento canzonatorio della modalità ebraica di scrittura" e addirittura ignora completamente la seconda, di cui anche uno studente liceale s'accorgerebbe vedendo una qualsiasi riproduzione del «titulus».

Tutto qua: resta aperto il problema di come possa essere spiegata l'origine dell'attuale reliquia romana. Bisogna però avvertire il lettore non specialista che lo studio di Hesemann, pur ben curato dall'editore italiano, è il risultato d'una divulgazione giornalistica a tesi, che non discute a fondo le fonti antiche e utilizza in prevalenza una mediocre bibliografia. Non tutti i libri di storia devono essere per forza eruditi, ma anche chi divulga deve fondarsi su un'esposizione che dia conto almeno delle questioni aperte


 

 

 

 


 

 

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