logo.gif
LA RESURREZIONE DI GESU': SOMMARIO |   HOME   
 

Cristianesimo e storicit�: Resurrezione di Ges�

I primi indizi della resurrezione

di Antonio PERSILI

tratto da: 30 Giorni, anno XIX, febbraio 2001, p. 36s.

 



Da tutte le parti sentiva discorsi che opponevano la fede alla storia. E, leggendo le traduzioni correnti dei Vangeli, restava sconcertato: il discepolo prediletto al sepolcro si comportava come un idealista visionario. Cos�, uno sconosciuto parroco di provincia decise di riprendere in mano i testi originali in greco. La sua ricerca "senza mandato ufficiale" rende ragione del perch� l'apostolo Giovanni l� inizi� a credere.

Intervista di Gianni Valente:

Ognuno ha la sua postazione da cui sbirciare il mondo. A lui, don Antonio Persili da Tivoli, � toccata la parrocchietta di San Giorgio, incastonata nella parte vecchia della sua cittadina. Piazzette, vicoli e archetti abbarbicati sui precipizi che si affacciano sull'Aniene. E laggi�, spalmata di foschia, c'� Roma, che la notte diventa un mare di luci.

A settantasette anni, arriva su una vecchia Ritmo scarburata color carta da zucchero, come la giacca a vento che porta stiracchiata sulla tonaca a proteggere da un improvviso contropiede dell'inverno. Si carica le due buste della spesa (pane, latte, uova, qualche yogurt), apre il portoncino verde e sale col solito passo le scale della canonica. Fa cos� da tanto tempo. Da quando � arrivato qui nel '55 come parroco, e, cosa rara in questa Chiesa di preti e vescovi volanti, non l'hanno pi� spostato.

Ora, in quest'angolo di mondo a cui si � avvicinata troppo la citt� dove risiede il successore di Pietro, don Antonio non aveva il problema di sentirsi investito di chiss� quale missione. La vita andava da s�, senza neanche troppo trasporto per la propria condizione. "Figurarsi... sono diventato prete perch� mio padre mi aveva spedito al seminario quasi per punizione, per farmi studiare, un giorno che avevo marinato la scuola insieme a un compagno. Allora, si usava cos�...". E infatti, non � che all'inizio (e anche dopo l'inizio) fosse molto contento. "Quello che m'insegnavano, lo accoglievo senza obiezioni, ma non mi toccava il cuore. C'era un modo di esporre le verit� della fede cristiana che dava tutto per scontato. Sentivo che mancava qualcosa. Comunque, si tirava avanti...".

Ma poi successe qualcosa. Dal suo appartato punto d'avvistamento il prete di provincia si accorse anche lui di quella che oggi descrive come una silenziosa ma radicale metamorfosi nella Chiesa. Un particolare, in questo epocale smottamento, fiss� la sua attenzione: il modo nuovo in cui si cominci� a parlare della resurrezione di Nostro Signore. "Al seminario di Tivoli mi avevano insegnato che la resurrezione di Ges� Cristo nella carne era la prova della sua divinit�, e per questo era il fondamento della nostra fede. Poi, qualcuno cominci� a dire che bisognava considerarla innanzitutto come un �mistero di salvezza�. Altri aggiunsero che non era tanto importante riconoscere la resurrezione come un fatto accaduto, ma credere nella sua forza salvifica per noi. Infine, qualcun altro ci fece sapere che per accogliere questo mistero di salvezza apportato dalla resurrezione non bisognava inseguire indizi concreti, storici, ma occorreva avere la fede". Insomma, un rovesciamento totale. "Se prima la resurrezione era il fondamento della fede, adesso serviva la fede per cogliere il mistero di salvezza della resurrezione...". Don Antonio snocciola a casaccio mille esempi di questa deriva idealistica, partita dai teologi e dai maestri e poi a poco a poco penetrata fin nei capillari della predicazione ordinaria della Chiesa. Da Karl Rahner - per il quale anche i dettagli storici dei racconti evangelici sulla resurrezione di Ges� "vanno interpretati come rivestimenti plastici e drammatizzanti (di tipo secondario) dell'esperienza originaria �Cristo vive� e non come descrizione di questa stessa nella sua autentica essenza originaria", n�, tantomeno, �come esperienza quasi grossolanamente sensibile� - gi� gi� fino al "Dizionario Biblico" di J.-L. McKenzie, pubblicato in italiano da Cittadella nell'81, dove si legge che "Ges� risorto (come le apparizioni di Ges�) � una realt� sovrannaturale che non appartiene a questo mondo e non pu� essere oggetto di ricerca storica in quanto tale: essa � soltanto oggetto di fede. [...] Riconoscere l'avvenimento come un fatto, non � nulla: accettarlo come un fatto salvifico � credere in esso ed ottenere la salvezza che in esso si compie. Nel Vangelo di Giovanni (20, 29) Ges� elogia la fede nella resurrezione, non l'osservazione del fatto. L'importanza della resurrezione nella predicazione e nella catechesi del Nuovo Testamento si fonda sul suo significato teologico".

A quel punto, don Antonio non ci capiva pi� niente. "Da tutte le parti sentivo discorsi che mettevano in opposizione la grazia della fede alla storia. Dietro tanti paroloni, alla fine la fede cristiana diventava una specie di partito preso. Una autoconvinzione che poggia su se stessa". Un dogmatismo idealista che, a suo vedere, poco c'entrava con quanto era successo tra i primi testimoni: "A sentire i Vangeli, le donne, i discepoli e gli apostoli non avevano alcuna fede �preventiva� nella resurrezione. Per raggiungere questa fede, non sarebbe bastato loro nessuno sforzo di immaginazione mistica, magari tirando in ballo a sproposito la grazia. Tutti, invece, per diventare testimoni della resurrezione, avevano avuto le prove storiche del suo reale accadimento. Tommaso, in particolare, aveva voluto personalmente sincerarsi che il Ges� risorto fosse lo stesso Ges� che era morto in croce".

Il povero prete tiburtino, per non rimanere confuso, scese a Roma. And� a chiedere lumi agli illustri professori del Pontificio Istituto Biblico. Fece anche un salto dagli scrittori della "Civilt� Cattolica". "Ci fu chi mi disse che ogni tentativo di cercare riscontri storici ai racconti della resurrezione non apparteneva alla teologia cristiana, ma alla �scienza del demonio�, perch� che Cristo sia risorto non � un problema storico, ma � solo oggetto di fede". Fin� che don Antonio si scroll� i calzari, prov� ad andare avanti senza l'aiuto degli �esperti�. E senza chiedere permesso.

Ripart� dall'inizio, dalla prima volta che, a quanto scrivono i Vangeli, un uomo aveva iniziato a credere nella resurrezione di Ges�. Ossia da quella scena davanti al sepolcro in cui era stato sepolto il corpo di Ges�, dove erano arrivati trafelati Giovanni e Pietro, quella domenica mattina. "E' l� che, come racconta nel suo Vangelo, davanti a ci� che era rimasto nel sepolcro spalancato, ormai senza il corpo di Ges�, Giovanni �vide e credette�. A differenza di Pietro, che era rimasto solo confuso e quasi turbato dalla mancanza del corpo di Ges�". Come prima cosa, don Antonio registr� con stupore che la gran parte degli esperti neanche si soffermavano su questo episodio che aveva causato la prima, embrionale presa d'atto della resurrezione di Ges� da parte del discepolo prediletto. "Ad esempio, il teologo Bruno Forte, in un libro del 1982, sosteneva l'ipotesi che si trattasse solo di una leggenda eziologica "tendente a motivare il culto che a Gerusalemme si teneva presso il luogo della sepoltura di Ges�". E il catechismo per i giovani della Cei, nella sua versione del 1976, liquidava la faccenda annotando che Pietro e Giovanni si erano soltanto "stupiti di trovare il sepolcro aperto e vuoto"".

Poi, leggendo e rileggendo la pericope evangelica dei due apostoli davanti al sepolcro, concord� che in effetti le versioni di uso corrente non facevano capire perch� Giovanni aveva iniziato a credere nella resurrezione di Ges� proprio da quel momento. "Ad esempio, nel Nuovo Testamento pubblicato dalla Cei � scritto che i due discepoli, scrutando all'interno del sepolcro, videro "i teli ancora l�, e il sudario, che era stato posto sul suo capo, non l� con i teli, ma in disparte, ripiegato in un luogo". Ora, non si capisce proprio per quale motivo Giovanni, per aver visto una simile scena, ossia delle bende funerarie e un sudario ripiegato, avrebbe dovuto intuire che Nostro Signore era risorto. Anzi, un simile salto logico a me farebbe sorgere dubbi sulla sanit� mentale di Giovanni...".

E in effetti, in tanti hanno sparlato di Giovanni come del primo idealista visionario, l'anti-Tommaso, il modello del cristiano che per credere non-ha-bisogno-di-vedere. Ma tutto questo a don Antonio non quadrava. Decise di andare pi� a fondo. Riprese in mano l'originale greco dei Vangeli e i manuali di greco biblico. Raccolse gli studi e gli articoli pi� aggiornati sugli usi funerari dell'antico mondo ebraico. Tra un battesimo, un'estrema unzione e una benedizione delle case, si avventur� in una vera e propria indagine storico-linguistica. Alla fine scopr� la magagna, che poi era un po' un uovo di Colombo.

Scopr� che le traduzioni ufficiali del brano evangelico in questione erano infelici. Finivano per occultare dei particolari che invece erano indispensabili per cogliere cosa era accaduto quel giorno a Giovanni. E qui, la conversazione col parroco tiburtino prende la piega di una lezione di esegesi e di tradizioni funebri ebraiche. Bisogna seguire bene tutti i passaggi. "Secondo l'uso del tempo, i morti con effusione di sangue venivano sepolti senza essere lavati n� unti. Il sangue era considerato la sede del principio vitale, e quindi andava sepolto insieme al cadavere. I Vangeli ci avvertono che Giuseppe d'Arimatea, il ricco sinedrita padrone del sepolcro in cui fu posto Ges�, aveva portato per l'inumazione un rotolo di tela, mentre Nicodemo aveva portato una "mistura di mirra ed aloe di circa cento libbre", pi� o meno trentacinque chili. Dal rotolo di tela erano stati tagliati tutti i pezzi necessari a ricoprire e fasciare il corpo di Ges�: il telo pi� grande, con cui fu avvolto tutto il corpo insanguinato, anche per evitare che chi si occupava dell'inumazione lo toccasse con le mani nude; le fasce, abbastanza larghe (nell'originale greco: t� oth�nia), che vennero fatte girare intorno al lenzuolo, per tenerlo stretto intorno al corpo; e il sudario, un fazzoletto quadrato che fu posto sul capo di Ges�, come testimonia lo stesso Giovanni. I profumi, a cui si ricorreva per coprire il cattivo odore, erano stati versati all'interno delle fasciature e anche sulla superficie in cui era stato posto il corpo di Ges�". Ora, proprio nella pericope che descrive la scena dei due apostoli davanti al sepolcro, errori grammaticali e di traduzione creano malintesi sulla posizione in cui Giovanni e Pietro trovarono tutti questi panni. Spiega Persili: "Nell'originale greco � scritto che Pietro, entrando nel sepolcro, vide t� oth�nia ke�mena. Ho gi� detto che la versione della Cei traduce questa espressione con �i teli ancora l�. Altre versioni la traducono con �i teli per terra�. In realt� il verbo ke�mai, da cui viene il participio ke�mena, non significa genericamente �essere l� n� tantomeno �stare per terra�. Esso indica una posizione precisa, significa giacere, essere disteso, in una posizione orizzontale. Ci� vuol dire che i due videro non le fasce a terra, ma le fasce distese, afflosciate, senza essere state sciolte o manomesse. Erano rimaste immobili al loro posto. Probabilmente in una nicchia scavata nella parete, tipica dell'architettura funeraria di tipo signorile, in cui era stato posto il corpo di Ges�. Semplicemente, ora quel corpo non c'era pi�, e le tele si erano afflosciate su se stesse". Gli errori di interpretazione si ripetono, secondo Persili, anche riguardo alla posizione del sudario. L'originale greco usa ben venti parole per descriverla. Le versioni correnti introducono tutte l'idea che il sudario si trovi spostato rispetto al punto in cui si trovava quando il corpo di Ges� era stato sepolto. La versione Cei, ad esempio, traduce: "e [videro] il sudario, non l� con i teli, ma in disparte, piegato in un luogo". Don Antonio, davanti a tali traduzioni, freme. E dice la sua: "ke�menon, come gi� ke�mena, � participio di ke�mai, giacere. Ou met� t�n othon�on ke�menon significa che il sudario non era disteso come le altre bende. Ma, al contrario (cos� va tradotto l'avverbio khor�s, in senso modale), appariva arrotolato (entetyligm�non, dal verbo entyl�sso, che significa avvolgere, arrotolare) in una posizione unica, singolare. Cos� si pu� tradurre eis h�na t�pon, che le versioni correnti traducono banalmente come �in un luogo�. Significa che il sudario, a differenza delle fasce distese, appariva sollevato, in maniera quasi innaturale, forse perch� su di esso i profumi avevano avuto un effetto inamidante".

Se questo fu lo spettacolo che si present� ai due apostoli, si pu� comprendere perch� a quella vista il discepolo che Ges� amava pot� intuire ci� che era accaduto. Non lo avevano portato via. Era risorto nel suo vero corpo, come aveva promesso, con parole che nemmeno i suoi avevano capito. Spiega don Antonio: "Era impossibile che il corpo di Ges� fosse uscito dalle fasce per una improvvisa rianimazione, o che fosse stato portato via, da amici o da nemici, senza slegare le fasce o manometterle in qualche maniera. Se le fasce erano rimaste al loro posto, afflosciate su se stesse ma ancora avvolte, era il segno che Ges� era uscito vivo dal sepolcro sottraendosi in maniera misteriosa ai panni che lo avvolgevano, fuori dalle leggi dello spostamento dei corpi. Un intervento sovrannaturale aveva sottratto quel corpo dalla nicchia nel sepolcro, lasciando tutte le cose intatte, senza manomettere i teli funerari. Giovanni, davanti al sepolcro, non fece nessun salto mistico. Nel suo Vangelo, soffermandosi cos� minuziosamente sulla posizione delle fasce, voleva solo descrivere la prima traccia storica della resurrezione".

Se ripensa ai tanti esperti che hanno passato la vita su queste cose, senza riuscire a tradurre degnamente quattro versetti dal greco, gli viene quasi da ridere. Intanto, gli spunti delle sue ricerche non autorizzate li ha raccolti in un libro. Ne aveva proposto la pubblicazione ad alcune case editrici cattoliche. Respinsero al mittente il manoscritto, bocciandolo per il tono �eccessivamente apologetico�. Alla fine se lo pubblic� da solo, nel 1988 ("Sulle tracce del Cristo Risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari", Edizioni C.P.R.). A distanza di una dozzina d'anni, il volumetto sta uscendo dalla clandestinit�. Lo si trova perfino in qualche libreria cattolica. E anche padre Jean Galot, illustre professore della Gregoriana, in un recente saggio su "La Civilt� Cattolica" ha citato ricerche aggiornate che confermano le �scoperte� di don Persili (cfr. "30Giorni", n.7/8, 2000). Lo hanno anche chiamato in televisione. Dice don Persili: "Adesso, mi hanno invitato a parlare, su a Pordenone. Mi hanno anche chiesto il mio curriculum. Gli ho scritto un foglietto con la data di nascita, quella di battesimo, e quella di quando sono diventato prete. Non � che avessi altro, da raccontare...". Poi questo don Nessuno si alza dalla sedia. Sono quasi le quattro. Deve andare a suonare la campana: "La suono tutti i giorni, a quest'ora. Sa, � per ricordare il momento in cui i primi due, Giovanni e Andrea, hanno incontrato Ges�: "Erano le quattro del pomeriggio", dice il Vangelo...".

Sulla via del ritorno, attraverso i vicoli di Tivoli, tornano in mente le parole di P�guy, quando avvertiva che il nostro � un tempo in cui la realt� viene difesa solo da gente cos�, "individualit� senza mandato".
 


 

 

 

 

 

 


 

 

LA RESURREZIONE DI GESU': SOMMARIO |   HOME   

A.C.R.O. - Gruppo di Studi Rosacrociani di Roma - 
Centro Autorizzato della Rosicrucian Fellowship
Centro promotore della Comunit� Rosa+Croce Internazionale
.