La cultura palestinese intorno al 1000 a.C. conosceva
due entità animali, nelle quali massimamente si concentrava la potenza
del Sacro (nel senso di intensità vitale, permanenza entro il mutamento,
forza generativa, incontrovertibilità e superiore sapienza): il
toro ed il serpente. Se molti sanno che il prestigio e il
fascino del toro erano in quei tempi così soverchianti, da esercitare
un’irresistibile attrazione religiosa verso le sue potenti forme, al
punto che Aronne le attribuisce, nel vitello d’oro, al Dio
liberatore (Esodo 32, 1-6), meno numerosi sono coloro che
conoscono le ragioni della scelta del serpente, come entità animale, in
cui si raffigura il nemico di Dio nel mito del Giardino in Genesi
3. Da sempre in esso, la tradizione ebraico-cristiana ha visto Satana e
questa interpretazione non può essere contestata. Va posta però la
questione: perché la forma serpentina? Perché proprio il serpente e non
un altro animale? In effetti, ora sappiamo che lo scrittore jahvista
che ha fornito la storia che si legge nella Genesi non ha scelto
a caso. La sua scelta illumina non solo il senso originario della
narrazione biblica del peccato originale, ma molte altre
fondamentali cose ancora.
I culti cananei:
Prima dell’istituzione della monarchia in Israele,
Gedeone aveva ottenuto la successione in una specie di regno ereditario
ad Ofra di Manasse, nella regione collinosa centrale. Colà egli eresse
nel santuario, una statua dorata di YHVH e ne fece un centro di culto
popolare in Israele (Giudici, 8,27). In precedenza egli aveva
distrutto un altare di Baal e di Ascera, che suo padre aveva innalzato a
dispetto del proprio nome jahvistico di Joash. Facendo questo, Gedeone
aveva suscitato una violenta reazione dei concittadini, cui lo stesso
padre suo aveva risposto: "Sta forse a voi difendere la causa di Baal
o venire in suo aiuto? (…) Se egli è un dio si vendichi contro chi ha
distrutto il suo altare" (Giudici, 6,31). Occorre tener
presente che Baal, divinità siro-cananea dalla figura abbastanza
complessa, paredro della grande dea madre Anat, era anche divinità
fallica, per lo più rappresentata aniconicamente con una pietra
ritta che non ammetteva equivoci (masseba), cui corrispondeva,
nello stesso luogo alto (altura sacra), la forma egualmente
aniconica della divinità femminile (ascera), rappresentata da un
albero sfrondato o da un palo. L’episodio di Gedeone dimostra da un lato
i progressi dello jahvismo nell’undicesimo secolo, ma anche che Baal ed
il mito e i riti della vegetazione, avevano radici troppo profonde nella
Terra per poter essere totalmente scalzati da quella, che agli abitatori
della Palestina dovette sembrare un’intrusione estranea dal deserto.
Questi riti e miti erano del resto tutt’altro che mal visti dalla
maggioranza della popolazione tra le tribù ebraiche. Tanto YHVH che Baal
erano visti, infatti, come dèi delle tempeste, dispensatori delle piogge
(cfr. l’inizio del canto di Debora, Giudici 5), della fertilità
ed esseri celesti, per cui la loro reciproca assimilazione era
inevitabile, anche se in origine YHVH non era una tipica divinità della
vegetazione. Perciò, quando egli divenne il dio nazionale di Israele,
che esercitava funzioni analoghe a quelle degli dèi di Canaan e dei
culti ad essi dedicati per propiziare la loro funzione di controllori
degli eventi atmosferici, si preparò il terreno ad un movimento
sincretistico, che continuò per molto tempo, anche dopo
l’istituzione della monarchia in Israele. Tutto questo appare evidente
dalla famosa disputa del Carmelo (I Re 18, 17 sgg.).
Gli attributi e la natura dei Baal cananei, vennero
così trasferiti a YHVH e nei santuari a lui dedicati, il suo culto non
differiva da quelli dei precedenti occupanti. Lo dimostrano il
simbolismo adottato e le ripetute denunce, da parte dei profeti, del
sincretismo, che prevaleva ancora nell’ottavo secolo e continuò fino
all’esilio babilonese nonostante tutti i tentativi di riforma religiosa.
Il culto del toro a Bethel e in Dan (I Re 12,
28; II Cronache, 11, 15 e 13, 8) non fu, in verità,
un’innovazione di Geroboamo. Questo re non fece che ripristinare nel
regno settentrionale l’antico culto, col suo simbolismo e con la sua
gerarchia. Occorre tener presente, infatti, che Baal nella cultura
Cananea, si manifesta in forma di toro, ma anche in forme umane e, ciò
che più conta in questo nostro discorso, di serpente. E’ dunque evidente
come, per capire il senso profondo della lotta tra baalismo e jahvismo,
così importante per lo sviluppo storico della fede d’Israele (e di
conseguenza per la storia della cultura umana), non si può evitare il
tentativo di comprendere la posizione occupata da Baal, nelle concezioni
religiose del tempo, che influenzarono profondamente gli Israeliti.
Baal era dunque inizialmente soltanto il paredro
della grande dea madre Anat, ma finì per assumere, nel corso dei secoli,
una sempre maggior autonomia da questa figura divina femminile. Nel
culto cananeo, Baal è l’aiutante della dea. E’ fertilizzatore, datore di
vita, rigeneratore, ristoratore. Nella mitologia cananea egli compare
come il distruttore del drago cosmico e caotico Zabil Yammu, il serpente
del mare. Con questa vittoria egli diviene la figura di primo piano del
pantheon siro-cananeo, ponendo sullo sfondo quello che era il dio
supremo, El. [L’emarginazione della divinità suprema originaria, la sua
riduzione a deus otiosus, è un fenomeno ben conosciuto
nell’ambito della storia delle religioni, individuato a suo tempo dal
grande R. Pettazzoni (cfr. L’essere supremo nelle religioni primitive)]
Baal è il salvatore del cosmo, ma ad un certo punto viene ucciso dal suo
avversario Mot, il signore dell’oscuro mondo sotterraneo e delle forze
sinistre della morte, della sterilità e della siccità, nel calore
dell’estate senza pioggia. E mentre Baal si trova nelle regioni
sotterranee, la vegetazione languisce. Quando alla fine la potente
sorella-sposa Anat, lo fa uscire dal mondo ctonio e lo ricolloca nella
sua funzione, la siccità finisce e la fecondità ritorna sulla terra.
Come compagno di Anat, Baal rappresenta l’elemento fecondatore maschile.
Al mito, gli uomini si associavano liturgicamente,
forse con celebrazioni a scadenza settennale (Ezechiele, 8, 14)si
veda, anche, il ruolo della Regina del cielo in Geremia 44, 17
sgg. E in Osea, 2, 8. La grande dea, di cui Baal è la controparte
maschile, ha un carattere tellurico-lunare. Come la pioggia è il
principio maschile, così la terra-luna è l’elemento femminile divino che
presiede alla regolarità dei cicli naturali fecondi. I riti con cui gli
uomini partecipano del ciclo ierogamico celeste, che inonda di sé la
natura, hanno spesso un carattere apertamente sessuale. E si
passò da una fase in cui tutta la collettività si dava all’orgia sacra
di comunione con le forze della natura, ipostatizzate nei modelli
divini, ad una successiva, in cui il rito sessuale sacro, era incanalato
entro i limiti e secondo le modalità della prostituzione sacra.
Esisteva addirittura una dea, Qedesh, il cui nome significava qualcosa
come Etera delle Etere, somma prostituta dunque, di cui abbiamo
testimonianze archeologiche: era rappresentata con due serpenti che la
fiancheggiavano, scendendo paralleli alle gambe.
La prostituzione sacra dilagò in Israele (Geremia
5, 7; Deuteronomio 23, 18-19; Osea, 4, 12 sgg.).
Israele ed il culto del serpente:
Anche quando si opponevano ad essi, gli Israeliti
erano perfettamente a conoscenza dei culti religiosi di Canaan, dei
quali il più importante era quello della coppia divina Baal-Anat. E’
all’interno di questo contesto religioso che emerge il ruolo del
serpente.
Occorre rilevare anzitutto, come la Luna possa avere
una personificazione serpentina, che sorge, in ultima analisi, dalla
percezione della Luna stessa come fonte delle realtà viventi e come
fondamento e origine della fecondità e della rigenerazione periodica. La
forma del serpente, ha nell’immaginario religioso valenze multiple e tra
le più importanti, si deve considerare la sua rigenerazione. In
quanto annualmente esce nuovo dalla propria vecchia pelle, per non
morire mai se non viene schiacciato da qualcuno.
Il serpente è un animale che si trasforma. Esso, in
quanto lunare, cioè eterno, vive sotto terra, conosce
tutti i segreti, è fonte di sapienza, prevede l’avvenire. Lo
stesso simbolismo centrale di fecondità e rinnovamento, soggette alla
Luna e distribuite dalla Luna stessa o da forme della stessa sostanza
(Magna Mater, Terra Mater) spiega la presenza del serpente
nell’iconografia o nei riti delle Grandi Dee della fecondità universale.
In quanto attributo della Grande Dea, il serpente conserva il suo
carattere lunare di rigenerazione ciclica, unito al carattere tellurico.
E’ molto importante il fatto, che il culto del
serpente si sia mantenuto costantemente come un elemento integrante
dello jahvismo, finché non intervenne Ezechia a sradicarlo con drastici
provvedimenti (II Cronache, 29). Come il toro a Bethel, esso era
una figura di primo piano nel mito e nei riti della vegetazione: sia
il serpente che il toro erano dovunque simboli della fertilità della Dea
Madre. In questo senso non possono esserci dubbi, sul fatto che il
serpente-idolo Nehustan, in Gerusalemme ed i suoi poteri di guarigione,
rafforzati dai sacrifici fatti davanti ad esso, avessero un’origine
cananea (II Re, 18). Il serpente come datore di vita e
rinnovatore di vita, deve essere visto insieme al suo aspetto di
guaritore e dio della medicina. Esso è salvatore anche in senso
fisico-individuale, oltre che cosmico, poiché gli antichi Semiti erano
incapaci di fare alcuna distinzione tra i due piani, ma li
identificavano.
Abbiamo oggi ampio materiale iconografico,
documentante la bontà come carattere del serpente siro-cananeo.
In Fenicia si credeva che fosse un animale divino, identificato col
soffio della vita, simbolo dell’eterna giovinezza e della vita eterna.
Era ritenuto immortale, a meno che patisse morte violenta. Nella stessa
area geografica il dio della medicina 'Esmûn (più tardi conosciuto come
'Adôn, cioè Signore) era anche rappresentato da un serpente. E’ chiaro
che la menzione del serpente, non poteva non richiamare alla mente
dell’israelita precisamente questo carattere divino. D’altra parte,
l’arte vicino-orientale antica, ci ha lasciato innumerevoli
testimonianze: dai serpenti accoppiati, fino al dio mesopotamico
Nin-gis-Zidda (Signore della vita), con i serpenti che sorgono dalle sue
spalle. Fino alla connessione, in Egitto, con la croce uncinata, che è
il segno della vita.
A ciò che si è fin qui detto, occorre aggiungere che
il serpente è associato alle idee di sapienza, soprattutto di ordine
magico e di intelligenza. Nelle concezioni mitiche del mondo,
intelligenza e sessualità, le due componenti fondamentali
dell’essere umano, in quanto al medesimo tempo toccano la zona
dell’infinito e del mistero, sono concepite in primo luogo come
qualità divine. Vita e saggezza vanno insieme.
Due dei grandi interrogativi che interessano l’uomo
dell’Oriente biblico, si riferiscono alla vita e alla civiltà. Il
fenomeno della civiltà, tipico dei paesi vicino-orientali, altro non era
che una manifestazione della potenza vitale e fecondatrice degli dèi.
L’agricoltura, la prosperità economica, le realizzazioni tecniche
dell’uomo, derivavano in ultima istanza, dagli dèi della vita. La vita è
un mistero insondabile e come mistero è posseduta e data solo dagli dèi,
perché essi soli ne sono conoscitori. Donde il continuo stretto rapporto
di vita (sessuale, agraria, cosmica) e di sapienza (e
delle sue manifestazioni nella civiltà e nell’arte). La chiave della
vita è una conoscenza. La procreazione presuppone una
partecipazione al potere meraviglioso e divino del conoscere. In
questo senso, la fecondità degli animali e dell’uomo è condizionata
dalla fecondità e dalle ierogamie archetipe degli dèi. Ciò significa che
l’uomo nei miti, sacralizza la sapienza e l’energia vitale e
perciò anche la civiltà e la sessualità. Nello jahvismo, invece, il
concetto di creazione trascendentalizza Dio rispetto al cosmo e dunque
in esso, il primo sessuato non è Dio, ma l’uomo.
La tradizione jahvista:
Quando il redattore jahvista scrive le pagine di
Genesi 2-3, egli interpreta la condizione spirituale dell’Israele
del suo tempo. Il racconto della tentazione di Adamo ed Eva contiene un
attacco israelita al sincretismo, come esisteva tra le religioni
israelita e cananea. L’origine della storia narrata nella Bibbia sembra
essere stata cananea, è più che probabile cioè che essa provenga proprio
dal milieu, a cui la versione biblica della stessa storia intende
opporsi. Essa riflette, infatti, il vecchio Bâmâ cananeo, il
bosco sacro, con tutto ciò che vi è dentro: l’albero della vita, l’acqua
vivificante, i guardiani all’entrata e soprattutto, il serpente.
L’obiettivo della storia originale, è deliberatamente frainteso
dall’autore biblico e stravolto per ragioni polemiche. Nella Genesi,
infatti, il serpente svolge un ruolo diametralmente opposto a quello che
ricopre nei miti del vicino Oriente. E tuttavia il serpente, è ancora
l’immagine cananea di un dio della fertilità, la cui presenza nel
paradiso stesso, vicino all’albero della vita ed al fiume premevo, non
può essere una fonte di stupore.
Quella che abbiamo davanti, è una storia che
richiamava associazioni mentali assai meno teologiche di quel che
l’autore sperava che i suoi ascoltatori avrebbero recepito. Di qui
l’enfasi di Genesi, 3, 1. Per quella gente il serpente aveva un
altro significato e non puramente animale. Se non riconosciamo che il
serpente era una figura mitica e che gli ascoltatori capivano molto bene
quando era nominato, l’affermazione del v.1 risulta incomprensibile.
Infatti, solo dove abbiamo un mito noi possiamo demitologizzare. E qui
solo l’uomo è soggetto etico. Ciò che noi chiaramente non abbiamo,
rispetto al mito, è una caratteristica che in esso frequentemente si
trova, se non sempre, cioè il ruolo giocato dalla natura, che dà al mito
il suo carattere ciclico, indipendente dalle categorie di spazio e di
tempo determinati e storici e rende possibile la regolarità della sua
rappresentazione drammatica e rituale attraverso il culto. D’altra
parte, è precisamente qui che noi troviamo un aspetto tipico dei miti
cosmogonici, che possiamo ritrovare attraverso l’intera storia umana: un
evento nel tempo primordiale i cui effetti si protraggono e sono
permanenti.
Nella primitiva storia Cananea, il giudizio sul
serpente doveva essere stato positivo, dato che questi aiuta l’uomo a
conseguire certi poteri che gli mancavano, ma che erano suoi di diritto.
Riducendo il serpente da protagonista eroico-divino a semplice animale
ed eliminando il lieto o semi-lieto fine, che presumibilmente doveva
coronare la storia originale, l’autore biblico viene a sostenere che
precisamente ciò che produce vita e fertilità in Canaan, in Israele è
ribellione contro Dio e causa di morte e rovina, perché è empietà ed
allontanamento dalla rivelazione del vero Dio.
Da parte di molti è stato intravisto un carattere
sessuale nel peccato di origine. Tuttavia il peccato di origine non ha
natura di peccato sessuale per sé. Infatti, noi conosciamo un
contesto che corrisponde perfettamente al carattere del serpente e ai
motivi sessuali indubbiamente presenti nel testo biblico e questo è il
culto cananeo della fertilità, ove una parte importantissima, se non
fondamentale, era giocata da rapporti sessuali extramatrimoniali. In
tale contesto, il concetto di un accesso alla sfera del divino e ai suoi
poteri era normale e diffuso nel pensiero semitico e nel mondo che
circondava il devoto ebreo, ma egli rigettava quest’idea come empia e
maledetta. La divinizzazione che il serpente prospetta all’uomo, non è
ciò che potrebbe sembrare a prima vista, cioè una trasformazione
sostanziale della sua natura, piuttosto è quella contingente
divinizzazione, conferita dal culto della fertilità.
Qui è il reale peccato dell’uomo, come anche
l’elemento di verità contenuto nelle celebri parole del serpente: l’uomo
desiderava appropriarsi di prerogative divine scaturenti dai culti della
fertilità. Si trattava non solo di un’appropriazione lecita e possibile,
tra i popoli del vicino Oriente, ma dell’unica condizione necessaria per
la vita della comunità. Questo era il modo che permetteva al cananeo,
sebbene in una forma precaria, di conseguire l’onnipotenza sulla natura.
Bisogna rilevare che il testo biblico ancora crede in questa
possibilità, tanto che al v. 22, Dio stesso afferma che il tentativo
umano ha quasi avuto successo con l’albero della conoscenza, e così, per
evitare pericoli di recidiva, è meglio per Dio allontanare l’uomo anche
dall’altro albero, quello della vita.
Possiamo dunque postulare almeno due strati per la
storia biblica: il cananeo anzitutto, nel quale la benigna
divinità-serpente, insegna agli uomini i poteri divini inerenti
all’esercizio rituale del sesso, e mostra loro come farne uso per
governare il cosmo. Con una probabile seconda parte, che esprimeva
l’opposizione di parte del pantheon, seguita da una punizione dell’uomo,
senza però che potessero essere annullate le sue conquiste. La storia
sarebbe stata così l’etiologia dei culti della fertilità, ma anche la
spiegazione del fatto che i culti non sempre producono gli effetti
desiderati dall’uomo, sì che l’uomo stesso è costretto a condurre una
vita sovente misera e precaria. Una volta che la storia passò in
Israele, subì una sostanziale demitizzazione: il serpente divenne un
animale. Il Dio cosmico è ora YHVH, che si rivela nella storia
dell’uomo e non nella natura. La responsabilità di ciò che è
avvenuto è caricata sulle spalle dell’uomo, e il concetto di colpa è
introdotto come un nuovo elemento nel mito del Giardino.
Dunque, se i simboli chiave in rapporto al peccato
sono quelli del serpente e dell’albero della scienza, che evocano tanto
la conoscenza quanto i poteri della vita, questi non sono
solo simboli di realtà trascendentali, ma alludono anche concretamente,
alla loro presente manifestazione nei popoli civili e dediti ai culti
della fecondità. In qualche modo il serpente è Canaan, con tutte le sue
seduzioni e influenze sopra Israele. Rappresenta la tentazione della
sapienza, della penetrazione nel mistero della vita. Offre ad Israele la
possibilità di mangiare i frutti dell’albero della sapienza, di entrare
nel mondo delle pratiche rituali della fertilità per partecipare al
mondo divino, per comunicare con gli dèi della civiltà e della forza
generativa.
L’infedeltà a YHVH, unico e asessuale, comporta il
rivolgersi a dèi-coppie, dèi sapienti, trasfigurati in ierofanie
telluriche, cosmiche, culturali. Se la scienza e la sessualità sono
qualità autonome e pertanto profane, nell’uomo, il ritorno a Baal
e al suo pantheon significa un’alienazione di qualcosa che è
propriamente e solamente umano. È una ri-sacralizzazione deviata,
riferentesi a poteri sacri estranei all’esperienza salvifica di Israele,
iniziata presso il roveto ardente. Colà alla domanda ancora religiosa
di Mosè, che gli chiede quale sia il suo nome (Esodo, 3, 13),
dal luogo in cui nulla è nella forma in cui il bisogno religioso
vorrebbe che fosse, viene risposto: Io sono colui che sono. Nel
roveto non c’è un’alternativa agli dèi d’Egitto che sia analoga a quel
che essi sono, ma il totalmente altro. E questo totalmente altro
non può essere fatto rientrare nelle categorie del sacro. La tentazione
di sacralizzare la cultura e la sessualità non può che orientare verso
Baal e i suoi simili. Dunque nel racconto del Giardino, il problema
fondamentale che si pone l’autore biblico non è quello della sessualità
e del suo valore, ma quello dell’infedeltà di Israele all’alleanza,
manifestata nei fatti, dal continuo volgersi al sacro, agli dèi della
vita e della civiltà.