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GIORNO SECONDO (2/7)
"Gioisci caro uccellino, e prega il tuo Creatore, aumenta il tono e rendi chiara la tua voce, affinché il tuo Dio ne sia maggiormente esaltato. Il tuo cibo è stato preparato da lui, per nutrirti in tutte le stagioni, così sii contento anche qui. Perché non dovresti essere felice, mentre regna il tuo Dio che ti ha fatto, piccolo uccellino? Quale problema potrebbe mai affliggerti visto che non ti ha fatto uomo? Sii tranquillo, perché lui ha pensato bene e sii felice quindi. Come potrei io, un verme della terra, pensare di giudicare insieme a Dio? Che io, in questa tempesta del cielo, continuo a lottare contro tutto. Nessuno può contendere con Dio. E chi non è pronto per questo, che corra pure via. O Uomo, sii soddisfatto che non ti ha fatto Re e non pensare a questo come ad un rimpianto, per cui tu abbia a disprezzare il suo Nome, che questa è una materia infelice: Perché Dio ha occhi chiari più di questo, e non può essere ingannato da alcuno".
"Così cantai dal profondo del mio cuore nella foresta, in modo tale che la mia voce risuonò da tutte le parti e le colline ripetevano ancora le mie ultime parole; fino a che alla distanza vidi una curiosa brughiera verde, attraverso la quale mi portai fuori dalla foresta. Su questa brughiera stavano tre cedri alti e belli, che in ragione delle loro chiome, diffondevano un’eccellente e desiderata ombra, sotto la quale mi riposai e gioii grandemente; il cammino mi aveva stancato oltremodo, anche se non mi ero ancora allontanato tanto, e decisi di sdraiarmi sotto gli alberi per riposare un po’, ma non appena mi avvicinai, vidi una targa inchiodata ad uno di essi, sulla quale (come lessi poco dopo) erano scritte le seguenti parole in lettere curiose:
“Dio ti protegga, straniero! Se hai sentito qualsiasi cosa relativo alle nozze del Re, tieni a mente queste parole. Tramite noi, la Sposa ti ha offerto la possibilità di scegliere tra quattro strade, e tutte e quattro, se non deciderai di arrenderti lungo la strada, ti porteranno parimenti alla corte reale".
"La prima è corta ma pericolosa, e ti porterà attraverso delle gole rocciose, dove è molto difficile passare. La seconda è più lunga, e ti porterà a girare in circolo; è piana e facile, se con l’aiuto del Magnete riuscirai a non girare né a destra né a sinistra. La terza è una strada veramente regale attraverso la quale incontrerai vari piaceri e rappresentazioni del nostro Re, che ti garantiranno un viaggio pieno di gioia; ma questa è stata concessa ad appena uno su mille. Per mezzo della quarta, nessun uomo è mai riuscito a raggiungere la meta desiderata, perché è una strada che consuma, praticabile solo da corpi incorruttibili. Se ci fosse data scelta, noi tutti eviteremmo la prima via".
"Scegli adesso quale vorrai percorrere delle tre, e prosegui con costanza lungo la strada, perché è quella che ti è stata destinata dal Fato immutabile, e non potrai tornare indietro e salvarti anche in grande pericolo di vita. Queste sono le cose che abbiamo voluto che tu sapessi, ma, attenzione! Tu non sai con quanto pericolo ti affiderai ad una di queste, perché se credi di essere meritevole di biasimo anche per la più piccola colpa nei confronti delle leggi del nostro Re, ti avviso, finché sei ancora in tempo, torna lentamente alla tua casa per la via da cui sei venuto”.
"Non appena lessi questo scritto, tutta la mia gioia di poco prima svanì quasi, ed io che prima cantavo felicemente, cominciavo adesso a lamentarmi. Per quello che avevo visto, avevo tre vie innanzi a me, e capivo che avrei dovuto sceglierne una, ed era una cosa che mi preoccupava, perché se avessi percorso la strada pietrosa e rocciosa, avrei potuto finire male e uccidermi cadendo. Se avessi preso quella lunga, avrei potuto vagare senza meta, o essere altrimenti a lungo trattenuto nel grande viaggio. Né avrei potuto sperare di essere proprio io quell’uno in mezzo a mille che aveva il dono di scegliere la strada reale. Vidi anche la quarta innanzi a me, ma era così circondata da fuoco ed esalazioni, che non avrei potuto osare (per molto) di passarvi attraverso, e ancora e ancora mi interrogavo sull’opportunità di tornare indietro, o prendere una delle vie davanti a me. Consideravo bene la mia indegnità, ma il sogno mi confortava ancora perché ero stato portato fuori dalla torre; ma ancora non osavo fare affidamento con leggerezza di un sogno; per cui ero perplesso in molti modi, e grande stanchezza, fame e sete mi afferravano".
"La fame e la sete mi torturavano e presi il mio pane, ne tagliai una fetta; e una colomba bianca come la neve, che non avevo visto prima, da sopra l’albero, la vide e (forse secondo il suo solito modo di comportarsi) discese. Si avvicinò a me con grande familiarità, ed io divisi volentieri il mio cibo con lei, e lei lo prese, e la sua bellezza mi rinfrescò per un poco. Ma non appena il suo nemico, un corvo nero, se ne accorse, rapidamente volo giù sulla colomba, e non accorgendosi di me, tentò di portarle via il cibo, e lei non poté difendersi altrimenti che volando. Dopo di che entrambe volarono insieme verso sud, ed io ero così profondamente esasperato e afflitto che, senza pensare a quello che facevo, mi affrettai dietro al corvo, e così, contro la mia volontà, corsi dentro una delle summenzionate vie per una buona lunghezza; e non appena il corvo fu scappato via e la colomba ormai lontana, pensai a cosa avevo così sconsideratamente fatto, e che ero già entrato in una delle strade, dai cui pericoli e dalle cui gravi punizioni ormai non mi sarei più potuto sottrarre".
"E nonostante avessi ancora in qualche misura una ragione per confortarmi, quello che mi sembrò peggio era avere lasciato la mia borsa ed il pane sotto l’albero, e non poter tornare indietro a recuperarli. Perché non appena feci per voltarmi indietro, un forte vento contrario mi soffiò addosso, da farmi quasi cadere. Mentre se proseguivo avanti lungo la via, non sentivo impedimenti di nessun tipo. Di qui potei agevolmente concludere che mi sarebbe costato la vita cercare di tornare indietro contro il vento, per cui pazientemente presi la mia croce, proseguii sui miei piedi e mi convinsi che, se così doveva essere, avrei usato le mie forze residue per concludere il viaggio prima della notte".
"Ora mi si mostravano molti apparenti bivi, e ancora io procedevo con la mia bussola, e non avrei mosso un passo in direzione diversa dalla linea Meridiana; per quanto la strada fosse spesso accidentata e difficile da percorrere, non avevo il minimo dubbio al riguardo. Lungo la strada ripensavo continuamente alla colomba ed al corvo, e ancora non riuscivo a trovare un significato, fino a che alla fine, sopra una grande collina poco lontano, vidi un imponente portone, verso il quale, non badando quanto lontano fosse sia da me, che dalla strada su cui ero, mi affrettai, perché il sole si era già nascosto dietro le colline, e non riuscivo a vedere alcun altro posto introno; e questa visione la ascrissi a Dio, perché Lui solo poteva avere permesso che io arrivassi su questa via, e che aveva illuminato i miei occhi affinché potessi vedere oltre questo cancello".
"Mi affrettai grandemente verso esso, e lo raggiunsi con una luce sufficiente da averne una visione molto buona. Sembrava un portale esageratamente bello e regale. Su di esso erano intagliate una moltitudine di nobili figure ed immagini, ognuna delle quali (come dopo scoprii) aveva il suo preciso significato. Sopra di esso era fissata una tavola piuttosto ampia, con incise queste parole “Procul hinc, procul ite profani” ( Alla larga! Alla larga, voi che non siete stati chiamati), e ancora altre cose, che mi era seriamente impossibile capire".
"Non appena fui sotto il portone, venne avanti un uomo con una veste colore del cielo. Lo salutai in modo amichevole, e nonostante ricambiò con gratitudine il mio saluto, mi chiese immediatamente la lettera d’invito. Quanto fui felice di averla portata con me! Perché avrei potuto facilmente dimenticarla (come era anche capitato ad altri) e come lui stesso mi aveva detto! La presentai celermente, e lui fu non solo soddisfatto, ma ( e ciò mi meravigliò non poco) mi mostrò grande rispetto dicendomi : “Vieni dentro, fratello, sei un ospite molto gradito”; e mi invitò a non nascondergli il mio nome. Ora, avendo io risposto dicendo che ero un Fratello della Rosa Croce, si mostrò stupito e felice allo stesso tempo, e quindi aggiunse : “Fratello mio, non hai niente con te con cui acquistare un sigillo?” Risposi dicendo che non avevo particolari doti, ma che mi sarei posto al suo servizio, se riteneva potessi rendermi utile in qualche modo".
"Ora, lui mi domandò la bottiglia d’ acqua, e io prontamente gliela diedi. In ragione di ciò, mi diede un sigillo d’oro su cui stavano non più che queste due lettere S.C. (Sanitate Constantia, Fermezza nella Pietà), e mi disse che quando mi sarei trovato in una buona condizione, lo avrei ricordato. Dopo di che gli chiesi quante altre persone erano venute prima di me, e lui mi rispose, e in ultimo mi diede una lettera sigillata per il secondo Portiere".
"Avendo trascorso molto tempo in sua compagnia, la notte crebbe. E un grande faro fu immediatamente acceso sopra il cancello, cosicché chiunque si fosse trovato sulla strada avrebbe avuto la via illuminata. Ma la via, dove finiva al castello, era cinta su entrambe i lati da alte mura, e aveva alberi dai frutti eccellenti, e su un albero ogni tre alberi erano appese delle lanterne, e tutte le candele accese dal tocco glorioso di una bellissima Vergine, vestita del colore del cielo, ed era uno spettacolo così nobile e meraviglioso che io ancora indugiai più del necessario".
"Ma dopo avere ricevuto sufficienti informazioni e vantaggiose istruzioni, mi allontanai amichevolmente dal primo Portiere. Mentre camminavo, avrei voluto ardentemente sapere cosa era scritto sulla mia lettera, ma non avendo ragione di non fidarmi del Portiere, desistetti dal mio proposito, e proseguii lungo la via al fine di raggiungere il secondo cancello, che era molto simile all’altro, adornato con immagini di significato mistico. Sul cartello affisso si leggevano le parole “Date et dabitur vobis” (date e vi sarà dato)".
"Sotto questo cancello stava sdraiato un terribile leone incatenato. Non appena mi vide, si alzò e mi si rivolse con grandi ruggiti; e il secondo Portiere che stava seduto su una pietra di marmo si svegliò, e mi chiese di non essere preoccupato o spaventato, e portò indietro il leone; e avendo ricevuto la lettera che gli avevo porto, tremante, mi si rivolse con grande rispetto e mi disse così : “Do il benvenuto, nel nome di Dio, all’uomo che per lungo tempo avevo sperato di vedere”. Nel contempo mi diede un sigillo e mi chiese se potevo comperarlo. Ma non avendo niente se non il mio sale, glielo presentai, e lui accettò con ringraziamenti. Sopra questo gettone stavano ancora solo due lettere, S.M. (Studio Merentis, Meritevole nello studio)".
"Stavo per iniziare a discorrere con lui, quando una campana cominciò a suonare nel castello, e il Portiere mi suggerì di correre, o tutto il dolore ed il lavoro che avevo fatto fino ad ora sarebbe stato vano, perché le luci sopra già cominciavano ad estinguersi. Mi venne una tale fretta che non prestai attenzione al Portiere, ero in una tale ansia! perché se non fossi corso via non avrei più avuto luce, e la Vergine non avrebbe potuto mostrarmi più il cammino con le sue torce. Dovevo riuscire ad entrare dal cancello proprio accanto a lei, ed il cancello si chiuse tanto rapidamente, che una parte del mio cappotto rimase imprigionata e fui costretto a lasciarlo lì. Né io, né chiunque altro stesse pronto vicino al cancello e chiedesse di entrare, avrebbe potuto convincere il Portiere a riaprirlo, ma lui consegnò le chiavi alla Vergine, che le portò con sé nella corte".
"Nel frattempo osservavo con grande attenzione il cancello, che appariva adesso così ricco, ma così ricco che l’intero mondo non avrebbe potuto eguagliarlo. Presso la porta stavano due colonne. Su di una stava una piacevole figura con l’ iscrizione “Congratulator”. L’altra avendo il suo volto velato, era triste e sotto era scritto “Condoleo”. In breve, le iscrizioni e le figure erano così oscure e misteriose, che neanche il più furbo e intelligente uomo sulla terra avrebbe potuto spiegarle. Ma tutto queste cose (se Dio permette) riuscirò un giorno a rendere pubbliche e spiegare. Sotto questo cancello mi fu chiesto nuovamente di dare il mio nome, che questa ultima volta fu scritto su un piccolo libro di pelle, ed immediatamente, con il resto, rimesso al Signor Sposo. Fu proprio qui che io ricevetti per la prima volta il vero sigillo dell’ospite, che era in qualche modo più piccolo dei precedenti, ma ancora molto più pesante. Sopra questo stavano tre lettere S.P.N. (Salus per Naturam, Salvezza attraverso la Natura)".
"Oltre a questo mi furono date un nuovo paio di scarpe per il pavimento del castello,che era di puro marmo scintillante; le mie vecchie scarpe le diedi ad un povero che stava seduto in un angolo, anche se in buon ordine, sotto il cancello. Mi misi d’accordo su di esse con un vecchio uomo, dopo di che due paggi con molte torce mi condussero in una piccola stanza. Nella stanza, mi chiesero di sedermi su una forma, cosa che feci, ma loro, infilando le torce in due buchi, fatti nel pavimento, se ne andarono e mi lasciarono solo. Poco dopo sentii un rumore, ma non vidi niente, e si scoprì essere un certo uomo che inciampò su di me; ma dal momento che non riuscivo a vedere niente, soffrivo, e aspettavo di scoprire cosa mi avrebbero fatto mai. Tosto mi accorsi che si trattava di barbieri e li pregai di non maltrattarmi, perché sarei stato felice di fare tutto quello che desideravano se mi avessero lasciato andare via, e uno di loro (che non potevo ancora vedere) finemente e gentilmente tagliò via i capelli tutto intorno, fino alla corona della mia testa, ma su fronte, orecchie ed occhi, lasciò ancora pendere le mie ciocche grigio ghiaccio".
"In questo primo incontro (devo confessare) ero sul punto di disperare, per come alcuni di loro mi spingevano con forza, e ancora non potevo vedere niente, non potevo pensare ad altro che Dio mi stava punendo per la mia curiosità. Adesso questi invisibili barbieri raccolsero diligentemente i capelli che mi avevano tagliato, e li portarono via con loro. E poco dopo, i due paggi entrarono di nuovo, e risero di cuore per quanto mi videro terrorizzato. Avevano appena scambiato poche parole con me, che ancora una piccola campana cominciò a suonare, e dava notizia di un’assemblea, (come i paggi mi dissero). Poco dopo mi chiesero di alzarmi, e attraverso molte porte, passaggi e scale, mi aprii la strada verso una spaziosa sala. In questa sala c’era una grande moltitudine di ospiti, imperatori e re, principi e signori, nobili e ignobili, ricchi e poveri, e tutto i tipi di gente, al che io mi meravigliai grandemente, e pensai fra me e me “quanto sciocco sei stato ad affrontare questo viaggio con tanta paura e amarezza, quando raccolte qui ci sono persone che tu conosci bene, e non avresti avuto ragione di stimare. Sono tutti qui adesso, e tu con tutte le tue preghiere e suppliche sei faticosamente arrivato, alla fine”. Questo e ancora di più il Diavolo in questo momento mi suggeriva, mentre ( nel modo in cui potevo) mi dirigevo al centro della sala".
"Nel frattempo una o più delle mie conoscenze si avvicinarono per parlarmi; “Oh fratello Rosencreutz! Sei qui anche tu?” “Si, (fratello mio)” replicai, “la grazia di Dio ha aiutato anche me”; al che si alzarono potenti risate, per quanto ridicola appariva loro la necessità dell’intervento di Dio in una così leggera circostanza. Avendo domandato ad ognuno di loro riguardo alla strada percorsa, e trovando che la maggior parte erano stati costretti a scalare le rocce, alcune trombe (nessuna delle quali ancora vedemmo) iniziarono a suonare, ci avvicinammo alla tavola, dove tutti sedemmo, ognuno come se giudicasse se stesso superiore agli altri, così che per me e per molti altri tristi compagni c’era a malapena un piccolo cantuccio per sederci al lato del tavolo. Subito entrarono i due paggi, ed uno di loro rese grazie in una così bella ed eccellente maniera, che fece gioire il mio cuore all’interno del mio corpo".
"Comunque, un certo Sr Giovanni, riconobbe alcuni di loro, ma sorrisero e ammiccarono l’uno l’altro, morsicando le loro labbra, dentro i loro cappelli, e usando altri simili gesti. Dopo questo, la carne fu portata e anche se nessuno poteva vedere, ancora ogni cosa era così ordinatamente disposta, che sembrava come se ogni ospite avesse il suo proprio attendente. Adesso che i miei compagni avevano in qualche modo rigenerato se stessi, e che il vino aveva rimosso la vergogna dal loro cuore, cominciarono a dare sfoggio delle loro abilità. Uno raccontava questo, un altro quest’altro, e tutti insieme questi sciocchi producevano il più forte baccano. Ah, quando ricordo quante innaturali ed impossibili imprese avevo sentito, mi viene ancora da vomitare. Non prendevano mai la parola secondo il loro ordine, ma un mascalzone qui, un altro là, riuscivano ad insinuarsi in mezzo ai nobili, e raccontavano di avere vissuto tali avventure che nemmeno Sansone o Ercole con tutta la loro forza, sarebbero stati in grado di compiere. Uno aveva sollevato Atlante dal suo fardello; un altro aveva cacciato il cane a tre teste Cerbero fuori dall’Inferno. In breve, ognuno di loro aveva la sua storia; i grandi signori erano tanto ingenui da credere alle loro sciocchezze, e i furfanti tanto audaci, che uno o l’altro di loro era qui e là che colpivano con un coltello in mezzo alle dita, e neppure per questo indietreggiavano, ma di quando in quando qualcuno rubacchiava una catena d’oro, allora avrebbero corso tutti i rischi. Vidi uno che aveva sentito il mormorio del cielo. Il secondo era riuscito a vedere l’Idea di Platone. Un terzo poteva numerare gli atomi di Democrito. C’erano anche non pochi millantatori del moto perpetuo. Molti (secondo la mia opinione) avevano un buon modo di capire, ma fingevano troppo e in questo modo si rendevano ridicoli".
"In ultimo c’era uno che voleva riuscire a convincerci, fatto del tutto fuori luogo, di vedere i servitori che ci assistevano. E ci avrebbe perfino persuasi, se non fosse che uno di questi invisibili camerieri lo raggiunse con un sonoro schiaffone sulla sua bocca bugiarda, che non solo lui, ma molti di quelli che erano con lui divennero muti come topi. Ma quello che mi fece piacere più di tutto, fu notare che tutti coloro che avevo stimato erano molto tranquilli nei loro affari, e non si disperavano o piangevano per questo, ma avevano piena consapevolezza di essere uomini pieni di fraintendimenti, per i quali i misteri della natura sembravano ancora troppo alti, e loro stessi ancora troppo bassi. In questo grande tumulto, avevo quasi maledetto il giorno in cui ero arrivato qui; perché non riuscivo a tollerare tutta la gente falsa e laida che si era seduta alla tavola, mentre io dovevo rimanere seduto in un angolino così triste. Mi era anche impossibile riposare in pace, quando uno di questi farabutti continuava sdegnosamente a rimproverarmi come fossi uno sciocco. Ora io non riuscivo a capire che questo era ancora un passaggio che dovevo riuscire a superare, ma immaginavo che durante l’intero matrimonio, avrei dovuto continuare ad assistere a questa tristezza e indegnità, che ancora non erano in alcun modo meritate, né dal Signor Sposo né dalla Sposa. E in più, secondo la mia opinione, lui avrebbe fatto meglio a far sì che alcuni di questi sciocchi non venissero al matrimonio. Guarda, a quale impazienza l’iniquità di questo mondo riduce i cuori semplici! Ma questa era realmente una parte della mia debolezza, di cui (come ho già detto) sognavo. E veramente questo clamore più durava e più aumentava di intensità. Per cui continuavano ad esserci coloro che raccontavano delle loro immaginarie e false visioni, e cercavano di persuaderci di sogni palesemente bugiardi".
"Ora si era seduto vicino a me un uomo molto fine, che discuteva spesso di materie eccellenti. Mi si rivolse con queste parole: “Dimmi, fratello, se qualcuno dovesse adesso tentare di istruire questa gentaglia nel modo giusto, sarebbe ascoltato?” “No, veramente” risposi. “Questo mondo” lui disse “è fatto apposta (qualsiasi cosa derivi da ciò) per essere truffato, e non presterà attenzione a coloro che cercano di parlare per il suo bene. Tu stesso vedi qui quanti impostori, con quali stravaganti figure e con quali stupidi concetti tentino di attirare l’attenzione degli altri. Qui uno tenta di incantare la gente con parole di mistero mai sentite. Ti dico, amico mio, credimi, sta per giungere il tempo in cui questi stregoni pieni di vergogna saranno smascherati, e allora il mondo intero saprà che razza di vagabondi imbroglioni si nascondevano dietro le apparenze. Allora forse si riuscirà ad apprezzare quello che al momento presente non è neppure preso in considerazione”.
"Mentre mi parlava in questo modo, il clamore continuava a cresceva peggio di prima, ma tutto d’improvviso là nella sala cominciò una musica così eccellente e soave come non avevo mai sentito in vita mia; e ognuno stette in pace e aspettò di vedere cosa sarebbe accaduto. Ora, c’era in questa musica ogni sorta di strumento musicale immaginabile, e suonavano insieme in tale armonia che mi dimenticai di me stesso, e sedetti così, immobile; e tutti quelli che erano seduti con me erano meravigliati e sorpresi; e questo durò per circa mezz’ora durante la quale nessuno di noi disse una parola. Non appena eravamo sul punto di aprire la bocca, arrivava un soffio inaspettato che non si capiva da dove provenisse. Pensai che se non ci fosse stato permesso di vedere i musicisti, sarei stato felice di vedere almeno gli strumenti che usavano. Dopo mezz’ora circa la musica cessò inaspettatamente e noi non potemmo vedere né sentire nient’altro. Immediatamente dopo, crebbe un grande rumore al di fuori delle porte della sala, con suoni e battere di tamburi, e trombe, come stesse entrando la maestà dell’imperatore di Roma. E dopo la porta si aprì da sola e il rumore delle trombe fu così forte che non avremmo potuto resistervi a lungo. Nel frattempo (nel mio pensiero) migliaia di piccole candele entrarono nella sala, tutte marciavano in un ordine preciso insieme e ci stupivano, fino a che i due summenzionati paggi con grandi torce fiammeggianti entrarono nella sala anch’essi, illuminando la via alla più bella delle Vergini, tutta splendente nel suo gloriosamente trionfante trono semovente".
"Mi sembrava fosse la stessa che prima, lungo la strada, accendeva gentilmente le luci, e che quelle che reggevano i suoi attendenti fossero esattamente le stesse che aveva piazzato sotto gli alberi. Adesso non era vestita come prima nei colori del cielo, ma in abiti bianchi come la neve, che si tingevano di puro oro, e così scintillanti che non riuscivamo a reggere lo sguardo. Entrambe i paggi erano vestiti nello stesso modo (anche se più modestamente). Non appena giunta al centro della sala, e scesa dal trono, tutte le piccole candele la riverirono. Noi stavamo tutti ai nostri banchi, ognuno al suo posto. Adesso, avendoci lei mostrato, e noi di rimando a lei, grande rispetto e riverenza, cominciò a parlarci in tono piacevolissimo:
"Il re, il mio grazioso Signore, non è lontano né la sua amata sposa, fidanzata a lui nell’onore. Loro adesso hanno una grande gioia, avendoci visto arrivare qui, per cui in special modo, vorrebbero offrire il loro favore ad ognuno di noi; e desiderano dal profondo del loro cuore, che tutti i giorni ci trovino bene e che noi condividiamo la gioia del loro matrimonio, non unita ad altri dolori".
"Quindi con tutte le sue piccole candele si chinò cortesemente di nuovo, e ricominciò così: "Voi sapete cosa si trova nell’invito: nessun uomo è stato chiamato qui se non era già stato chiamato da Dio e tutti i doni più belli non abbia già ricevuto in passato e abbia adornato se stesso nel modo giusto, per come si conviene in queste circostanze. E anche se loro potrebbero non credere, che qualche uomo possa essere tanto azzardato o in condizioni così disperate, inserirsi qui senza riguardo, senza essersi adeguatamente preparato a questo matrimonio, tanto tempo fa; e stare così nella speranza di essere qui come fanno gli altri (i degni). Eppure gli uomini sono diventati così rudi e vanagloriosi, e non considerano la loro stessa inettitudine, e ancora insistono a presentarsi dove non sono stati invitati. Nessun impostore ha diritto di stare qui, né farabutti insieme agli altri; loro dichiarino apertamente di essere puri per il matrimonio, cosicché al mattino di domani le scale degli artisti saranno preparate ed ognuno sarà pesato e così ognuno potrà facilmente ritrovare quello che aveva lasciato a casa dietro sé. Se c’è qualcuno qui tra voi Che abbia una buona ragione per dubitare di se stesso, che si allontani in fretta perché se dovesse aspettare ancora perderà tutta la grazia ed il favore, verrà scalciato sotto i piedi E colui la cui coscienza punge sarà lasciato oggi in questa stanza, e per domani sarà libero ma non tornerà qui mai più lui che sa cosa c’è dentro di lui; lo lascino andare con i suoi servitori che lo cureranno nella sua stanza e staranno a riposare lì per il resto del giorno con preghiere, in attesa delle scale ed il suo sonno sarà difficilissimo. Gli altri invece troveranno conforto qui. Ma perchè ha osato oltre il possibile, sarebbe stato meglio si fosse già allontanato, ma di tutti voi noi speriamo per il meglio".
"Non appena ebbe finito di parlare, fece ancora una riverenza, e si sedette felicemente sul trono, e le trombe ripresero a suonare, ma ancora non potevano coprire i gemiti di molti. Così la condussero invisibilmente via ancora, ma la maggior parte delle piccole candele rimasero nella stanza, ed ognuna di esse accompagnò ognuno di noi".
"I questo turbamento non era veramente possibile esprimere quali considerazioni e sensazioni si agitassero in noi, e ancora, la maggior parte dei presenti si era risolta ad attendere la prova della scala, e solo nel caso le cose non dovessero andare bene, andare via (come loro speravano) in pace. Avevo cercato di raccogliere i miei pensieri, e nonostante la mia incertezza e inadeguatezza, decisi di rimanere con gli altri nella sala, e mi accontentai di mangiare la carne che avevo già preso, piuttosto che correre il rischio di una futura ripulsa. Adesso dopo che ognuno era stato condotto in una camera dalla sua piccola candela, (ognuno, come avevo capito, in una camera particolare) rimasero 9 di noi, e, tra gli altri, colui che aveva parlato con me a tavola".
"Ma anche le nostre piccole candele non ci lasciavano, e ben presto uno dei paggi venne portando un grande fascio di corde con sé. Prima ci domandò se avessimo deciso di restare; e quando rispondemmo affermativamente con un sospiro, lui condusse ognuno di noi in un luogo particolare, e le piccole candele andarono via, e ci lasciarono ancora una volta nell’oscurità. Quindi alcuni cominciarono a sentire dapprima l’imminente pericolo, e io stesso non riuscii a frenare le lacrime. E anche se non ci era proibito parlare, l’ansia e l’afflizione non permettevano a nessuno di noi di proferire parola. E le corde erano così meravigliosamente intrecciate che nessuno poteva pensare di tagliarle, specialmente dai piedi. Questo mi confortava, perché, dato ciò che attendeva quelli che erano andati a riposare, avrebbero avuto pochi motivi per essere soddisfatti. Ma noi per una notte di pena avremmo potuto espiare tutta la nostra presunzione. Per la lunghezza dei miei pensieri infelici, fui sopraffatto dal sonno, ed ebbi un sogno".
"Ora nonostante non vi fosse un grande contenuto in esso, credo che raccontarlo possa essere importante. Ero sopra una montagna, e vedevo di fronte a me una grande valle. In questa valle era raccolta insieme un’incredibile moltitudine di persone, ed ognuna di loro aveva un filo sulla testa, per mezzo del quale era appesa al cielo; ora uno era appeso in alto, un altro in basso, e alcuni stavano quasi sulla terra. Ma attraverso l’aria volava in alto e in basso un vecchio uomo che teneva tra le mani un paio di forbici, con le quali recideva il filo ora dell’uno ora dell’altro. Chi si trovava già vicino a terra, era molto più pronto e cadeva senza rumore; ma quando cadeva qualcuno che si trovava appeso più in alto, produceva un tale fragore che la terra si scuoteva. Per alcuni invece i fili erano così lunghi e tesi che precipitavano a terra ancora prima che fossero tagliati. Io provavo piacere in questi tonfi, e mi davano gioia al cuore, quando chi aveva voluto elevare oltremodo se stesso nell’aria per questo matrimonio, cadeva così vergognosamente e trascinava con sé anche alcuni dei suoi vicini. In un modo simile gioivo nel vedere che chi si era mantenuto per tutto questo tempo in prossimità del suolo, poteva adesso scendere giù così finemente e gentilmente che neppure l’uomo che gli stava accanto se ne sarebbe accorto. Ma essendo ora nella mia più piena forma di gioia, fui ridestato da uno dei miei compagni di prigionia, sul quale stavo sveglio, e mi adirai molto con lui. Comunque, considerai il mio sogno e lo raccontai al mio fratello che giaceva con me sull’altro lato, che non fu insoddisfatto di questo, ma sperava che potesse significare che avremmo ricevuto conforto. In questo discorso trascorremmo il resto della notte nell’attesa dell’indomani".
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A.C.R.O.
- Gruppo di Studi Rosacrociani di Roma -
Centro Autorizzato della Rosicrucian Fellowship Centro promotore della Comunità Rosa+Croce Internazionale. |