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Primo Manifesto: Fama Fraternitas.

 Rivelazione della Confraternita del nobilissimo Ordine della Rosa-Croce

 

 

Poiché l'unico dio saggio e misericordioso in questi ultimi tempi ha riversato sull'umanità la sua misericordia e bontà con tanta dovizia, da permetterci di conseguire una conoscenza sempre maggiore e perfetta di suo figlio Gesù Cristo e della Natura, possiamo vantarci a buon diritto di vivere in un tempo felice, in cui Egli non solo ha rivelato quella metà del mondo fino ad ora a noi sconosciuta e celata e ci ha fatto conoscere molte meravigliose opere e creature della Natura mai viste prima, ma ha anche fatto sorgere uomini di grande sapienza, che potrebbero in parte rinnovare e condurre a perfezione tutte le arti, ora contaminate e imperfette, cosicché l'uomo possa finalmente comprendere la sua nobiltà e il suo valore e perché sia chiamato microcosmus e quanto la sua conoscenza si estenda nella natura.

 Certo questo nostro rozzo mondo ne sarà poco soddisfatto, sorriderà e se ne farà beffe. La superbia e la cupidigia dei dotti, poi, sono così grandi, che non permetteranno loro di accordarsi; se solo essi fossero uniti, potrebbero comporre un Liber naturae, o regula di tutte le arti, raccogliendo nozioni da tutto ciò che Dio ci ha donato così generosamente in questa età; ma invece essi son rivali e nemici tra loro, e restano attaccati alle vecchie dottrine, stimando Porfirio, Aristotele e Galeno - che pure se fossero ancor in vita abbandonerebbero con gioia le loro dottrine errate - e tutto ciò che ha un'apparenza di conoscenza più della chiara e manifesta luce e verità; essi sono troppo deboli per un'opera così impegnativa, e sebbene in teologia, medicina e matematica, la verità confuti tutto ciò, il vecchio nemico mette in opera tutta la sua astuzia e invidia ostacolando questi progressi e rendendoli impopolari con l'aiuto di mestatori e di girovaghi. Per attuare una riforma generale, il piissimo e illuminatissimo Padre, il nostro Fratello C.R. [Christien Rosenkreutz], tedesco, capo e fondatore della nostra Confraternita, ha faticato assai e per lungo tempo. Per la sua povertà (sebbene discendesse da nobile famiglia) all'età di cinque anni fu messo in convento, dove imparò il greco e il latino. Ancora adolescente, venne affidato (dopo molto supplicare) al Fratello P.A.L., che aveva deciso di visitare il Santo Sepolcro.

Fratello P.A.L. morì a Cipro, e così non giunse mai a Gerusalemme, ma Fratello C.R. non prese la via del ritorno; si imbarcò per raggiungere Damasco, con l'intenzione di proseguire di là per Gerusalemme. Ma essendo malato si trattenne per via, ed esercitando la medicina (di cui non era senza nozioni) si conquistò la benevolenza dei Turchi.

Nel frattempo udì parlare dei savi di Damasco (in Arabia), dei grandi prodigi che operavano e di come conoscessero tutti i segreti della natura. Queste parole stimolarono a tal punto l'elevato e nobile spirito di Fratello C.R., che non pensava più a Gerusalemme, bensì a Damasco; non potendo più resistere oltre al desiderio, pattuì con gli Arabi che lo portassero a Damasco per una certa somma di denaro. Quando vi giunse aveva solo sedici anni, ma aveva tutta la robustezza del ceppo tedesco. A Damasco i savi lo accolsero (egli stesso lo testimonia) quasi non fosse uno straniero, ma come se lo avessero atteso da molto tempo, lo chiamarono con il suo nome e mostrarono di conoscere altre cose segrete del suo convento, ed egli non finiva di stupire. Lì perfezionò la sua conoscenza dell'arabo, tanto che l'anno seguente tradusse in buon latino il Liber M, che poi portò via con sé. A Damasco apprese la fisica e la matematica, e di ciò il mondo dovrebbe rallegrarsi, se vi fosse più amore e meno invidia. Dopo tre anni partì con il loro consenso, attraversò il golfo arabico e arrivò in Egitto, dove si trattenne per breve tempo a studiare con grande attenzione piante e creature. Poi attraversò tutto il Mare Mediterraneo e arrivò a Fez, dove gli Arabi gli avevano consigliato di andare. Ed è motivo di grande vergogna per noi che savi tanto lontani gli uni dagli altri non solo siano concordi ed evitino ogni scritto polemico, ma siano così pronti e fiduciosi, sotto il vincolo del segreto, a comunicarsi i loro segreti.

Ogni anno, Arabi e Africani si scambiano messaggeri, chiedendo notizie sulle loro arti, per sapere se altrove si sono fatte scoperte migliori, o se l'esperienza ha confutato le loro rationes. Ogni anno in quei paesi si scopre qualcosa di nuovo, che fa progredire matematica, fisica e magia (nella quale quelli di Fez sono i più esperti di tutti). Certo neppure in Germania mancano dotti, maghi, studiosi di Kabbalah, medici e filosofi, ma essi dovrebbero aiutarsi di più l'un l'altro, mentre ora il gruppo più grosso vuole il pascolo tutto per sé. A Fez fece la conoscenza di quelli che vengono chiamati comunemente «gli Abitanti Elementari», che gli rivelarono molti dei loro segreti. E anche noi Tedeschi potremmo mettere insieme molte nozioni, se tra noi vi fosse la stessa collaborazione e la stessa serietà.

Egli ammise spesso che la magia dei savi di Fez non era del tutto pura e che anche la loro Kabbalah era stata contaminata dalla loro religione; tuttavia sapeva servirsene in modo eccellente, e acquisì fondamenti ancora più saldi per la sua fede, nell'armonia del mondo intero, mirabilmente impressa in tutte le epoche. Come ogni seme contiene l'intera pianta o frutto, così nel piccolo corpo dell'uomo è contenuto l'intero universo; religione, politica, salute, membra, natura, linguaggio, parole e opere dell'uomo, tutto è in armonia e consonanza con Dio, il Cielo e la terra; ciò che non è in consonanza è errore, falsità, opera del demonio, il qual è il primo veicolo e la causa ultima delle dissonanze, della cecità e della tenebra del mondo. Se si esaminassero tutti gli uomini di questa terra, si scoprirebbe che i buoni e i giusti sono sempre in armonia con se stessi, mentre gli altri sono irretiti da false opinioni.

Dopo due anni Fratello C.R. lasciò la città di Fez e si recò in Spagna con molte cose preziose; dal suo viaggio aveva tratto tanto profitto, che sperava che i dotti dell'Europa si rallegrassero con lui e da allora in poi impostassero tutti i loro studi su quei solidi e attendibili fondamenti. Conferendo con i dotti di Spagna, mostrò dove le nostre arti sbagliavano e in che modo correggerle, donde attingere i veri indizi dei secoli futuri, in cosa dovevano concordare con quelli passati, dove sbagliava la Chiesa e come migliorare l'intera philosophia moralis; mostrò loro i nuovi prodotti della terra, i nuovi frutti, animali, che non corrispondevano alle leggi della antica filosofia, ed espose nuovi axiomata, che risolvevano tutti quei nuovi problemi. Ma i dotti trovarono tutto ridicolo; di fronte a quelle novità temevano che, ricominciando ad apprendere e riconoscendo errori ormai annosi, a cui erano del tutto assuefatti e da cui avevano tratto lauti guadagni, avrebbero perso di prestigio. Colui che tanto ama l'irrequietezza, sia lui il riformatore.

Lo stesso ritornello gli fu ripetuto in altre nazioni. Egli ne fu tanto più costernato, in quanto non se lo aspettava, ed era disposto a insegnare generosamente tutte le sue arti e i suoi segreti ai dotti, purché solo volessero prendersi la pena di trascrivere alcuni infallibili axiomata ricavati da tutte le facoltà, scienze, arti e dall'intera natura. Egli sapeva infatti che tali assiomi li avrebbero guidati, come in una sfera o in un cerchio verso l'unico punto centrale, il Centrum, e voleva che, come è consuetudine tra gli Arabi, essi servissero di norma solo ai savi e ai dotti; in modo che sorgesse anche in Europa una società che possedesse oro, argento e pietre preziose in abbondanza, e li distribuisse ai re per soddisfare le loro necessità e i loro scopi legittimi; una società che educasse i governanti ad apprendere tutto ciò che Dio ha concesso all'uomo di conoscere e, in caso di necessità, li soccorresse con i suoi consigli, come gli oracoli pagani. Dobbiamo confessare che il mondo, travagliato già allora da grandi smarrimenti e in lotta per liberarsene, generò eroi gloriosi e infaticabili, che si aprirono un varco a forza attraverso le tenebre e la barbarie e lasciarono a noi, più deboli, solo il compito di seguire le loro tracce. Essi furono l'apice in trigono igneo, la cui fiamma ora brillerà sempre più alta e vivida e indubbiamente darà al mondo l'ultima luce.

Uno che ebbe analoga attitudine e vocazione fu Teofrasto [Paracelso]; pur non appartenendo alla nostra Confraternita, egli lesse diligentemente il Liber M e questo affinò il suo ingegno già acuto; ma una moltitudine di dotti e di finti savi frappose ostacoli sul suo cammino, cosicché egli non poté mai palesare tranquillamente agli altri il suo pensiero sulla natura. Nei suoi scritti quindi derise questi ficcanaso, invece di dire cosa veramente pensava; eppure in lui la sopraccitata harmonia era solidamente radicata, e indubbiamente egli ne avrebbe fatto parte ai dotti, se non li avesse ritenuti più meritevoli di sottile scherno che di istruzione nelle maggiori arti e scienze; così perse il suo tempo in una vita libera e spensierata e lasciò il mondo ai suoi sciocchi piaceri. Ma non dimentichiamo il nostro amato padre, Fratello C.R.; dopo molti faticosi viaggi, in cui impartì molti insegnamenti veraci senza che dessero frutto, ritornò in Germania, che egli amava teneramente (a causa dei mutamenti imminenti e delle straordinarie e pericolose contese). Là, anche se si sarebbe potuto mettere in luce con la sua arte, e con la trasmutazione dei metalli in modo particolare, se ne astenne, attribuendo maggior valore al Cielo e ai cittadini, cioè all'uomo, che non alla gloria effimera e al fasto.

Egli si costruì una dimora adatta e confortevole, dove meditò sui suoi viaggi e sulla filosofia e in un memoriale veridico ne tramandò la storia. Dedicò molto tempo allo studio della matematica e costruì numerosi ed utili strumenti, «ex omnibus huius artis partibus»; ma di essi ci rimane ben poco, come diremo in seguito. Dopo cinque anni tornò a vagheggiare la desiderata riforma e, pur dubitando dell'aiuto e del sostegno di altri, decise - poiché era laborioso, alacre e instancabile - di tentare egli stesso con pochi collaboratori. A questo fine volle prendere con sé tre fratelli del convento in cui era stato educato (per il quale conservava un grande affetto), Fratello G.V., Fratello J.A. e Fratello J.O. poiché avevano una conoscenza delle arti maggiore di quella allora comune. Ad essi fece giurare solennemente di essere fedeli, attivi, di mantenere il segreto e di trascrivere scrupolosamente tutto ciò che egli avesse insegnato, affinché coloro che in futuro - grazie a una particolare rivelazione - fossero accolti nella Confraternita, non fossero ingannati neppure di una sillaba o di una lettera.

In questo modo si formò la Confraternita della Rosa+Croce. All'inizio erano solamente in quattro; furono essi a creare la lingua e la scrittura magica, con un vasto lessico, che impieghiamo ancora oggi, a lode e gloria di Dio, e in cui troviamo grande sapienza. Essi scrissero anche la prima parte del Liber M. Ma poiché questa opera richiedeva un lavoro enorme e l'incredibile affluenza di malati ne ostacolava il compimento, una volta terminata la costruzione della nuova sede, chiamata «Spirito Santo», essi decisero di accogliere nuovi adepti nella Confraternita; a questo scopo furono scelti Fratello R.C., figlio del fratello del suo defunto padre; Fratello B., un abile pittore ed i fratelli G. e P.D., loro segretari. Così furono otto, tutti tedeschi eccetto J.A.; tutti erano celibi e avevano fatto voto di castità. Essi scrissero insieme un libro contenente tutto ciò che l'uomo può desiderare e sperare.

Anche se riconosciamo volentieri che il mondo è molto migliorato negli ultimi cento anni, noi siamo sicuri che i nostri Axiomata rimarranno immutati fino al giorno del Giudizio e che il mondo non vedrà nulla di più certo neppure nel suo stadio finale e più perfetto. Infatti la nostra Rota inizia il giorno in cui Dio disse «Fiat» e finirà quando egli dirà «Pereat»: ma l'orologio di Dio batte ogni minuto, mentre il nostro non riesce a suonare neppure le ore. E siamo fermamente convinti che se i nostri cari fratelli e padri avessero conosciuto questa chiara luce, avrebbero attaccato più duramente il Papa, Maometto, gli scribi, gli artisti ed i sofisti e ci avrebbero aiutato di più, invece di limitarsi a sospirare e a desiderare la loro fine e la loro distruzione. Quando gli otto fratelli ebbero disposte e ordinate tutte le cose in modo che non restava altro da fare, e ciascuno di loro fu perfettamente in grado di dissertare di filosofia segreta e manifesta, essi decisero di non rimanere più insieme, ma, come avevano convenuto all'inizio, si separarono per andare in tutti i paesi, non solo per far esaminare più a fondo i loro Axiomata dai dotti, in tutta segretezza, ma anche per potersi informare l'un l'altro qualora l'esperienza, in questo o quel paese, rivelasse qualche errore.

Convennero di comune accordo su questi punti:

1) non avrebbero esercitato altra professione che quella di curare i malati, e ciò gratuitamente.

2) Non avrebbero indossato alcun abito particolare, imposto dalla Confraternita, ma il costume del paese.

3) Ogni anno, nel giorno C, si sarebbero incontrati nella Casa dello Spirito Santo, o avrebbero comunicato la causa della loro assenza.

4) Ogni fratello avrebbe scelto una persona degna che, dopo la sua morte, potesse succedergli.

5) La parola Rosa+Croce sarebbe stata il loro unico suggello e segno distintivo.

6) La Confraternita sarebbe rimasta segreta per cento anni.

Si giurarono a vicenda di osservare queste sei regole, e cinque fratelli partirono; solo i fratelli B. e D. si trattennero per un anno con il padre, Fratello R.C.; quando anche essi partirono, rimasero con lui suo cugino e Fratello J.O., così che ogni giorno della sua vita egli ebbe accanto a sé due Fratelli. Sebbene la Chiesa non fosse ancora stata riformata, sappiamo che era oggetto dei loro pensieri e conosciamo quali riforme desideravano per essa. Si riunivano ogni anno con gioia, facendo una relazione completa del loro operato: come deve esser stato bello ascoltare la narrazione precisa e veritiera di tutte le meraviglie sparse da Dio qua e là nel mondo! Una cosa è certa: quegli uomini inviati e riuniti da Dio e dai Cieli, scelti tra i più savi che siano mai esistiti in tutti i secoli, vissero nella più grande armonia, segretezza e bontà, sia fra loro che verso gli altri.

Trascorsero la loro vita in questo modo molto lodevole, e sebbene fossero immuni da ogni malattia e dolore, tuttavia non potevano superare il limite stabilito da Dio. Il primo a morire di questa Confraternita fu J.O., che morì in Inghilterra, come Fratello C. gli aveva predetto già molto tempo prima; Fratello J.O. era molto esperto e dotto nella Kabbalah, come testimonia il suo libro, intitolato H. Si è parlato molto di lui in Inghilterra, soprattutto perché guarì dalla lebbra il giovane conte di Norfolk. Essi avevano stabilito di tener segreto, per quanto possibile, il luogo della loro sepoltura e ancor oggi di molti non sappiamo dove siano sepolti. Ognuno di essi fu sostituito da un successore degno. Qui vogliamo dichiarare pubblicamente, a onore e gloria di Dio, che, malgrado tutti i segreti che ci ha rivelato il Liber M (che mettono sotto i nostri occhi l'immagine e il disegno del mondo intero), non ci sono state svelate le nostre sventure, né l'ora della nostra morte: solo Dio la conosce, perché in tal modo vuole mantenerci continuamente pronti. Ma di ciò diremo più diffusamente nella nostra Confessio, dove esporremo trentasette motivi per cui la nostra Confraternita ora si manifesta pubblicamente e svela i suoi elevati misteri, senza essere costretta e senza chiedere ricompensa; essa promette inoltre più oro di quanto ne procurino le Indie al re di Spagna, perché l'Europa è gravida e darà alla luce un figlio robusto, che merita un grande dono dal suo padrino.

Dopo la morte di J.O., Fratello R.. non si riposò, ma appena poté radunò i Fratelli e, come presumiamo, allora soltanto fece innalzare il suo sepolcro. Fino ad ora noi (che siamo gli ultimi) non sapevamo quando fosse morto il nostro amato padre R.C. e conoscevamo soltanto i nomi dei fondatori e di tutti i loro successori fino a noi; ricordiamo bene, però, le segrete allusioni a un periodo di centovent'anni che Fratello A. - il successore di D. e ultimo della seconda linea di successione, vissuto tra molti di noi - rivolse a noi della terza linea di successione.

Dobbiamo confessare che dopo la morte di A. nessuno di noi era riuscito a saper nulla del Fratello R.C. e dei suoi primi confratelli, a parte ciò che era contenuto nei volumi della nostra Biblioteca filosofica, di cui consideravamo gli Axiomata il libro più eccelso, la Rota mundi il più ingegnoso, il Protheus il più utile. Non sappiamo neppure con certezza se i Fratelli della seconda linea abbiano posseduto la stessa sapienza della prima, né se siano stati ammessi alla conoscenza di tutti i segreti. Ricordi ancora una volta il gentile lettore, che ciò che siamo venuti a sapere - e ora rendiamo noto pubblicamente - sulla sepoltura di Fratello R.C. è stato previsto, permesso e ordinato da Dio, al quale noi con tanta fedeltà ubbidiamo che, se saremo interrogati con modestia e in modo cristiano, non avremo timore di dichiarare pubblicamente i nostri nomi e cognomi, il luogo e il tempo delle nostre riunioni e qualsiasi altra cosa si voglia sapere da noi.

Ed ecco ora la veritiera e approfondita relazione della scoperta dell'illuminatissimo uomo di Dio, Fratello C.R.C.

Dopo la beata morte di A. in Gallia Narbonensis, lo sostituì il nostro amato Fratello N.N.. Quando egli venne da noi per prestare il solenne fidei et silentii iuramentum, ci informò fiducioso come A. l'avesse confortato confidandogli che la Confraternita non sarebbe rimasta più a lungo nascosta, ma presto sarebbe diventata utile, necessaria e gloriosa agli occhi di tutta la nazione tedesca e di essa la patria non avrebbe avuto da vergognarsi. L'anno seguente, ricevuta l'adeguata istruzione e ben rifornitosi con la borsa di Fortunato, poiché voleva rimettersi in viaggio, egli pensò di effettuare alcuni lavori nel nostro edificio, per renderlo più idoneo (era infatti un valente architetto). Nel rinnovarlo rinvenne una lapide commemorativa di ottone, su cui erano incisi tutti i nomi dei fratelli e alcune altre iscrizioni, e pensò di collocarla in un luogo più adatto. Dove o quando fosse morto Fratello R.C., e in quale paese fosse sepolto, era stato tenuto segreto dai nostri predecessori e non lo sapevamo. In questa lapide era stato saldamente conficcato un grande chiodo, che quando venne estratto a viva forza, trascinò con sé, staccandola dal muro sottile di stucco, una pietra piuttosto grande; essa celava una porta, che così venne insperatamente alla luce. Subito, pieni di gioia e d'impazienza, abbattemmo il resto del muro e sgombrammo l'accesso alla porta; su di essa era scritto in alto, a grandi lettere: «Post cxx annos patebo», e sotto era segnata l'antica data. Rendemmo grazie a Dio per questo e quella notte non procedemmo oltre, perché prima volevamo consultare la nostra Rota. E richiamandoci per la terza volta alla Confessio, diciamo che quanto sveliamo qui gioverà a coloro che ne son degni, ma servirà ben poco, a Dio piacendo, a quelli che non lo sono. Come la nostra porta fu prodigiosamente scoperta dopo tanti anni, così si schiuderà una porta all'Europa (quando verrà rimosso il muro); essa già comincia a intravedersi e l'avvenimento è ardentemente atteso da molti.

La mattina seguente aprimmo la porta e vedemmo un sepolcro con sette lati e sette angoli; ogni lato era lungo un metro e mezzo e alto due metri e mezzo circa. Sebbene la luce del sole non vi fosse mai penetrata, la cappella era illuminata da un sole artificiale, che pareva aver imparato dall'astro il segreto dell'illuminazione ed era sospeso in alto al centro della volta. Nel mezzo, invece di una pietra tombale, vi era un altare rotondo, ricoperto da una lastra di ottone su cui era inciso:

«A.C.R.C. Hoc universi compendium unius mihi sepulcrum feci» [«Feci questo compendio dell'universo durante la mia vita perché costituisse la mia tomba»].

Intorno al primo cerchio, o bordo, vi era: «Iesus mihi omnia» [«Gesù, tutto per me»].

Al centro vi erano quattro figure, inscritte in cerchi, ciascuna circondata da uno dei seguenti motti:

«Nequaquam vacuum» [«Il vuoto non esiste»].

«Legis iugum» [«Il giogo della legge»].

«Libertas Evangelii» [«La libertà del Vangelo»].

«Dei gloria intacta» [«L'intatta gloria di Dio»].

 Questo era tutto chiaro e luminoso, come i sette lati e i due ottagoni.

Allora tutti ci inginocchiammo e ringraziammo l'unico saggio, l'unico potente e l'unico eterno Dio, che ci ha insegnato più di quanto l'ingegno dell'uomo avrebbe potuto scoprire; sia lodato il suo santo nome.

Questa cappella la dividemmo in tre parti: la volta o soffitto, le pareti o lati, il pavimento o suolo. Della volta per ora saprete soltanto che era divisa in triangoli convergenti dai sette lati verso il centro luminoso; ciò che contengono i triangoli voi che siete desiderosi della nostra società lo vedrete presto, a Dio piacendo, con i vostri occhi. Ogni lato è diviso in dieci spazi rettangolari, ciascuno con le sue figure e sentenze, che sono fedelmente e scrupolosamente riportate, in compendio, in questo nostro libro.

Anche il pavimento è diviso in triangoli, ma poiché ivi sono descritti il potere e la signoria dei governatori inferiori [nota: le stelle], noi non ne paleseremo il contenuto, per timore che il mondo malvagio ed empio ne abusi. Ma chi sarà fornito del divino antidoto calpesterà senza timore e senza danno la testa dell'antico e malvagio serpente, poiché il nostro secolo è maturo per questo. In ogni lato c'era una nicchia, chiusa da una porta, in cui si trovavano varie cose, in particolare tutti i nostri libri, eguali a quelli da noi già posseduti; c'erano anche il Vocabolarium di Theoph. Par. Ho. [nota: Philipp Theophrast von Hohenheim] e tutti i libri che facciamo conoscere ogni giorno senza alterazioni. Vi trovammo pure il suo Itinerarium e la sua Vita, da cui si è attinta la maggior parte di questo racconto. In un'altra nicchia vi erano specchi con diverse virtù, in altre ancora campanelli, lampade che ardevano e canzoni mirabilmente ingegnose. Tutto questo era stato fatto in modo che se l'Ordine o Confraternita, anche dopo molte centinaia di anni, fosse andato in rovina, grazie a questo solo sepolcro avrebbe potuto risorgere.

Non avevamo ancora scorto le spoglie mortali del nostro prudente e saggio padre, perciò rimuovemmo l'altare, alzammo una pesante lastra di ottone e trovammo un corpo bello e nobile, intero e intatto, quale cerchiamo qui di descriverlo fedelmente, con tutti i suoi ornamenti e vestiti. In mano teneva un libro di pergamena, intitolato I, che costituisce dopo la Bibbia il nostro più grande tesoro e che il mondo dovrebbe conoscere e giudicare. Alla fine del libro si trova questo epitaffio

Granum pectori Iesu insitum [Granello insito nel cuore di Gesù].

C. Ros. C., nato da una nobile ed illustre famiglia tedesca, uomo del suo secolo ammesso ai misteri ed ai segreti del cielo e della terra, attraverso rivelazioni divine, visioni acutissime, lavoro instancabile, dopo aver messo in serbo un tesoro (che aveva raccolto durante i suoi viaggi in Arabia e in Africa) superiore a quello che può possedere un re o un imperatore né ancora adatto ai suoi tempi, affinché lo scoprissero i posteri, e dopo aver ammaestrato seguaci fedeli ed assai leali alle sue arti e al suo nome, e avendo concepito un microcosmo in armonia con il macrocosmo in tutti i movimenti ed avendo rivelato un compendio di cose passate, presenti e future, più che centenario, senza la spinta di alcuna infermità (il suo corpo non ne era mai stato affetto, né aveva permesso che le malattie tribolassero altri), ma chiamato dallo spirito divino, rese l'anima sua illuminata (tra gli abbracci e gli ultimi baci dei suoi fratelli) a Dio, suo creatore, Padre amatissimo, fratello dolcissimo, maestro assai veridico, amico integerrimo, fu nascosto qui dai suoi discepoli per centovent'anni.

Sotto vi era la firma di cinque fratelli del primo circolo:Alla fine era scritto questo motto:

«Ex Deo nascimur, in Iesu morimur, per Spiritum Sanctum reviviscimus».

[Siamo generati da Dio, moriamo in Gesù, torniamo a vivere attraverso lo Spirito Santo]

A quel tempo erano già morti il Fratello J.O. e Fratello D.; dove si trova il loro sepolcro? Siamo sicuri che il nostro Fra. Senior è stato sepolto con qualcosa di molto importante, forse nascosto allo stesso modo. Speriamo anche che questo nostro esempio stimoli altri a indagare su di loro con maggior cura (per questo ne abbiamo pubblicato i nomi) ed a cercare il luogo dove sono sepolti; infatti la maggior parte di essi, grazie all'esercizio della medicina, sono ancora conosciuti e lodati tra le persone molto anziane; così forse il nostro tesoro si arricchirà, o almeno il suo significato diverrà più chiaro.

Il Minutum Mundum, poi, l'abbiamo trovato in un altro piccolo altare, davvero più bello di quanto anche l'uomo più intelligente possa immaginare; ma questo non lo descriveremo, finché non otterremo risposte sincere a questa nostra Fama veritiera. Infine rimettemmo a posto le lastre e l'altare, e richiudemmo la porta, assicurandola con tutti i nostri sigilli. Poi, seguendo le istruzioni e i precetti della nostra Rota, divulgammo alcuni libri, tra cui il Liber M (che il lodevole M.P. scrisse tralasciando le cure domestiche). Alla fine ci separammo, secondo il nostro costume, lasciando i nostri gioielli agli eredi naturali. Ora, dunque, attendiamo la risposta e il giudizio dei dotti o degli ignoranti.

Anche se siamo certi che presto vi sarà una riforma generale delle cose divine e umane, secondo il nostro desiderio e le speranze di altri, si conviene che prima del sorgere del sole appaia e irrompa l'aurora o qualche chiarore o divina luce nel cielo: perciò quei pochi che ci diranno i loro nomi, potranno unirsi, accrescere il numero degli adepti e il prestigio della nostra Confraternita, cominciare a tradurre felicemente in pratica il vagheggiato Canone filosofico prescritto dal Fratello R.C. e anche godere con noi i nostri tesori (che mai verranno meno) in umiltà e amore, rendendo più lieve la fatica di questo mondo, invece di continuare a vivere nell'ignoranza delle meravigliose opere di Dio.

Affinché ciascun cristiano sappia di quale religione e credenza siamo, dichiariamo di professare la fede in Gesù Cristo, nella forma chiara e pura venuta recentemente alla luce, particolarmente in Germania e ancora oggi conservata, discussa e propagata in alcuni paesi (escludendo ogni sognatore, eretico e falso profeta). Pratichiamo anche i due sacramenti così come sono istituiti, con tutte le forme e riti prescritti, nella prima Chiesa riformata. In politica noi riconosciamo il Romano Impero e la Quarta monarchia, come guida nostra e di tutti i cristiani.

Anche se conosciamo i mutamenti che incombono e li riveleremo volentieri ed a cuore aperto ad altri uomini dotti e pii, noi teniamo questi scritti in nostro possesso, e nessuno contro il volere dell'unico Dio potrà carpirceli e darli a chi è indegno. Ma aiuteremo segretamente la buona causa, così come Dio lo permetterà o impedirà. Perché il nostro Dio non è cieco, come la Fortuna dei pagani, ma è l'ornamento della Chiesa e l'onore del Tempio. La nostra filosofia non è nuova, ma è quale Adamo la ricevette dopo la Caduta e quale la professarono Mosè e Salomone. Perciò essa non deve dar adito a dubbio, né opporsi ad altre opinioni; poiché la verità è una, breve e sempre uguale a se stessa (ma soprattutto è in armonia con Gesù in omni parte e in tutti i suoi elementi: come Cristo è la vera immagine del Padre, così la Verità è immagine di Cristo), non si dirà che questo è vero secondo la filosofia, ma che lo è secondo la teologia. Dove Platone, Aristotele, Pitagora e altri colsero nel segno, dove anche Enoch, Abramo, Mosè e Salomone eccelsero, dove anche il più grande e straordinario libro, la Bibbia, concorda, in ciò tutti concordano, come in una sfera o globo, dove tutti i punti sono equidistanti dal Centro. Ma di ciò si parlerà più diffusamente nella collatio cristiana. Ma ora soffermiamoci sull'arte empia e maledetta di produrre oro, che è assurta soprattutto ai giorni nostri a tanta importanza, che molti furfanti e bricconi sfruttano per commettere azioni indegne, abusando della fiducia che vien loro accordata, e perfino uomini saggi, considerando la mutatio metallorum il sommo apex e fastigium della filosofia, non hanno altro scopo e desiderio, sono pronti a onorare più di ogni altro quel Dio che producesse oro a profusione, oppure per ottenere ciò infastidiscono Dio onnisciente, che conosce tutti i cuori, con preghiere irriverenti e sconsiderate: di fronte a tutto ciò dichiariamo pubblicamente che ciò è falso e che i veri filosofi attribuiscono poca importanza al produrre oro, che è solo un parergon, oltre al quale essi possono fare mille altre cose migliori.

E diciamo, con il nostro caro padre R.C.C. - aurum nisi quantum aurum. Infatti colui cui è rivelata l'intera natura non si rallegra se può produrre oro e se, come ha detto Cristo, i demoni gli ubbidiscono, ma se vede aprirsi il cielo, salire e discendere gli angeli di Dio e il suo nome scritto nel Libro della Vita. Inoltre testimoniamo che sotto il nome di Chimica sono stati diffusi molti libri e immagini in contumeliam gloriae Dei, di cui a suo tempo faremo il nome e daremo ai puri di cuore un Catalogo o registro. E preghiamo tutti i dotti di prestare attenzione a questi libri, perché il nemico non cessa di seminare le sue erbacce, se uno più forte non glielo impedisce.

Allora, secondo la volontà e l'intento di Fratello C.R.C., noi, suoi Fratelli, chiediamo nuovamente a tutti i dotti in Europa che leggeranno questa nostra Fama (diffusa in cinque lingue), unitamente alla Confessio, di considerare con animo benevolo la nostra offerta, di esaminare con la massima precisione e sagacia le loro arti, di scrutare il tempo presente con la massima attenzione, e poi di farci sapere le loro riflessioni, communicato consilio o singulatim per istampa.

Poiché, anche se per ora non abbiamo rivelato i nostri nomi, né quando c'incontriamo, tuttavia verremo senz'altro a sapere l'opinione di tutti, in qualunque lingua sia espressa; e chiunque ci farà pervenire il suo nome potrà conferire con uno di noi a viva voce o, se vi fosse qualche impedimento, per iscritto. E questo diciamo per certo: chiunque voglia discutere con noi seriamente ed a cuore aperto, ne trarrà giovamento nei beni, nel corpo e nell'anima, ma chi è falso, o avido solamente di ricchezze, non potrà farci alcun danno, ma si precipiterà da se stesso nella più completa rovina. E anche il nostro edificio (se anche centomila persone lo avessero visto da vicino) sarà in eterno intangibile, indistruttibile e nascosto al mondo empio.

Sub umbra alarum tuarum, Iehova.


A.C.R.O. - Gruppo di Studi Rosacrociani di Roma - 
Centro Autorizzato della Rosicrucian Fellowship
Centro promotore della Comunità Rosa+Croce Internazionale
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