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LE FAVOLE ED IL LORO SIGNIFICATO

di Anna Maria Piantanida

 

La favola, dal latino "fabula", è una breve narrazione in versi o in prosa di intento morale, didascalico e simbolico, avente per oggetto un fatto immaginario, i cui protagonisti sono per lo più cose o animali; la favola espressione di poesia popolare assunta poi a dignità letteraria è anche frutto di "creazione collettiva" o "creazione personale". Non esiste altro genere letterario, che ritorni con uguale vivacità, presso le più diverse tradizioni culturali, e che riaffiori variamente interpretato secondo i luoghi, presso tutte le genti.

Anche nella Bibbia compaiono esempi moraleggianti che ricordano la favola: nel libro dei Giudici (XI vv. 8-15) è ricordata la vicenda degli alberi che eleggono loro sovrano il Rovo; e questo avido di potere, si serve del Fuoco per distruggere gli alberi, presunti insidiatori del suo potere. Qui l’allusione è evidente: il Rovo è assunto a simbolo dell’infinito strapotere dello stato assolutista.

L’Egitto faraonico conobbe una vivace fioritura di favole, i papiri ce ne hanno tramandato molti esempi.

Le favole che compaiono nel mondo Greco e nel mondo Romano e che hanno come protagonisti coccodrilli, gatti e scarabei, difficilmente si possono separare dalla tradizione egizia, dove, i predetti animali rientrano nell’ambito sacrale.

Nella tradizione letteraria Greca, alcune testimonianze che c’illustrano la vitalità del genere favolistica se ne trovano echi già in Omero, in due passi paralleli dell’Odissea (IV 335-340; XVII, 126-131) là dove Menelao predice la futura strage dei Proci li paragona alla cerva che, imprudente si reca a porre i suoi cerbiatti appena nati nella selva ove dimora il leone e ne decreta così la morte. Gli animali sono eletti a simbolo dei diversi atteggiamenti dell’uomo, animali vili o coraggiosi, sciocchi o saggi che sono fonte di consigli in merito al vivere quotidiano.

Esopo è stato un  favolista greco del VII o VI sec, a. C., che ne ha canonizzato il genere, della cui vita pochissimo ci è noto. Probabilmente frigio di nascita, fu dapprima schiavo: poi, liberato da Xanto, compì numerosi viaggi. Una leggenda narra che, incaricato da Creso, re di Lidia, di portare offerte ad Apollo Delfìco, fu profondamente sdegnato dalla corruzione dei sacerdoti del tempio. Essi per vendicarsi nascosero tra i suoi abiti una coppa d’oro accusandolo poi di averla rubata: gli abitanti di Delfo lo condannarono per questo ad essere gettato dalla rocca Jampea. Un’altra leggenda lo dice gobbo e balbuziente. Esopo, dallo spirito argutissimo e geniale, compose numerose favole, spesso riferite agli animali, ma con trasparenti allusioni al mondo degli uomini. Le redazioni a noi giunte delle favole di Esopo sono dell’età ellenistica: si tratta di 400 favole brevi e di stile sobrio, concluse da una breve morale. I personaggi sono per lo più animali, ma anche uomini e dèi, o piante. Fra i maggiori imitatori delle favole esopiche furono Fedro e La Fontaine. La grande fama di Esopo e dei suoi protagonisti è dovuta alla semplicità e freschezza di efficacia educativa, dai temi perennemente vivi delle favole che riflettono la sapienza morale del popolo ma anche dalla forma allegorica. Meditiamo quindi, sul profondo significato morale delle seguenti favole di Esopo.


L’UOMO E LA VOLPE

Un tale era pieno di rancore contro una volpe che gli recava danni, e il giorno dopo che la catturò volle prendersi una bella vendetta: le legò alla coda della stoppa inzuppata d’olio e le diede fuoco. Ma un Dio guidò la volpe proprio nei campi di colui che aveva appiccato il fuoco. Era tempo della messe, e quello le andava dietro piangendo, perché non aveva mietuto nulla.

Bisogna essere tolleranti e non abbandonarsi senza ritegno al’ira, perché l’ira procura spesso gravi danni agli uomini collerici.


LE RANE VICINE DI CASA

  Due ranocchie erano vicine di casa: una abitava in stagno profondo e discosto dalla strada, l’altra in una pozzanghera sulla strada stessa. Quella dello stagno consigliava l’altra a trasferirsi da lei, per godere una vita più comoda e più sicura, ma questa non le dava retta e diceva che non poteva staccarsi dalla sua dimora abituale; così andò a finire che passò di là un carro e la schiacciò.

Così, anche tra gli uomini, ci sono di quelli che, attaccati loro sciocche abitudini, piuttosto che cambiare in meglio, son disposti a morire.


IL CERVO ALLA FONTE E IL LEONE

Spinto dalla sete, un cervo se ne andò ad una fonte; bevve, e poi rimase ad osservare la sua immagine riflessa nell’acqua. Delle corna, di cui ammirava la grandezza e il ricco disegno, si sentiva tutto orgoglioso, ma delle gambe non era soddisfatto, perché gli parevano scarne e fragili. Mentre ancora stava riflettendo, ecco un leone che si mette ad inseguirlo. Il cervo si dà alla fuga e riesce per un bel pezzo a tenerlo a distanza, perché la forza dei cervi risiede nelle gambe, come quella dei leoni nel cuore. Finché il piano gli si stese dinanzi spoglio di alberi, egli trovò dunque scampo nella sua maggiore quando giunse in una plaga boscosa, accadde che gli si impigliarono le corna nei rami, non poté più correre e fu preso. Allora, mentre stava per morire, disse a se stesso: "Me disgraziato! quelle gambe che dovevano tradirmi mi offrivano la salvezza, e mi tocca invece morire proprio per colpa di quello in cui riponevo tutta la mia fiducia!".

Così molte volte, tra i pericoli, la salvezza ci viene da amici che parevano sospetti, mentre altri in cui avevamo piena fiducia ci tradiscono.


L’USIGNOLO E LA RONDINE

La rondine consigliava l’usignolo a nidificare come lei, sotto il tetto degli uomini e a condividere la loro dimora. M quello rispose :" Non desidero ravvivare la memoria delle mie antiche sventure; per questo vivo nei luoghi solitari".

Chi è stato colpito da una sventura, cerca di sfuggire persino il luogo dove questa gli accadde.


LA VOLPE E LA PANTERA

Una volpe e una pantera discutevano chi delle due fosse più bella. Poiché la pantera vantava ad ogni piè sospinto il suo corpo flessuoso e variegato, la volpe la interruppe, dicendo :" Quanto sono più bella io, che queste doti le ho, non nel corpo, ma nella mente!".

La favola mostra che gli ornamenti dello spirito valgono più della bellezza fisica.

 

 

 


 

 

 
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