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L’amicizia

di Anna Maria Piantanida

 

"L'amicizia è una virtù o s'accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necesarissima per la vita. Infatti, nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (infatti, sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri, abbiano soprattutto bisogno di amici; di fatto quale utilità vi è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficare, la quale sorge ed è lodata soprattutto verso gli amici? O come essa potrebbe esser salvaguardata e conservata senza amici? In realtà quanto più essa è grande, tanto più è malsicura). E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie; ed ai giovani, l'amicizia è d'aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni. [...]

(Aristotele, Etica Nicomachea, trad. it. in Opere, vol. VII, Bari, Laterza, 1983, libro VIII, cap. 1, pp. 193-194)

 

Noi cerchiamo d’amare e possiamo sperimentare molti tipi d’amore, possiamo amare in un modo o nell’altro per tutta la vita, ci proviamo anche attraverso l’amicizia perché non si può sopportare una vita di solitudine.

Erich Fromm scrive:

"L’uomo ha il dono della ragione; egli è vita consapevole di se stessa... Questa consapevolezza di sé come entità a parte, la consapevolezza della brevità della sua vita, del fatto che egli nasce e muore al di là della propria volontà, che morirà prima di quelli che ama, oppure dopo di loro, la consapevolezza della sua solitudine e separatezza, della sua vulnerabilità di fronte alle forze della natura e della società, tutto ciò rende la sua esistenza separata una prigione insopportabile. Egli impazzirebbe se non potesse liberarsi da questa prigione e protendersi, unirsi… " (Fromm – L’arte di amare p. 8).

Georg Santayana, afferma che:

"L’amicizia è quasi sempre l’unione parziale di due menti; la gente è amica "a pelle di leopardo".

Un tempo credevamo che gli amici fossero amici solo quando l’affetto e la fiducia erano assoluti, quando dividevamo gusti, passioni e obiettivi identici, quando sentivamo di poter rivelare i segreti più reconditi delle nostre anime con totale impunità, quando saremmo, corsi senza far domande, in aiuto l’uno dell’altro, in caso di problemi.; ma crescendo abbandoniamo questi schemi perché ci accorgiamo che si tratta sempre di rapporti imperfetti. L’amicizia, come tutti i nostri rapporti, è segnata dalla nostra ambivalenza, amiamo e invidiamo; amiamo e siamo concorrenti, perché persino i migliori amici sono "amici a tratti". Si dice che un’amicizia si giudica dal saper stare vicino agli amici durante le avversità. Questo è relativamente facile, ma la prova più dura cui sottoporre un’amicizia è di essere pienamente capaci di partecipare della gioia degli amici. Perché i sentimenti di orgoglio ed i desideri di supporto nei confronti dei nostri amici sono mescolati all’invidia e alla competitività.

Desideriamo il bene dei nostri amici; siamo consci solo del nostro benvolere, ma a volte filtra attraverso la nostra coscienza, la consapevolezza che una parte di noi desidera per loro anche del male, e noi sebbene non faremmo mai loro del male, con azioni o con parole, potremmo non essere così dispiaciuti, come sosteniamo di essere, per quei fatti negativi che capitano , ai nostri amici, nella loro vita. Affetto e competitività, affetto e invidia e come ci fa sentire a disagio il solo immaginare di avere sentimenti del genere verso i nostri amici. Noi ci riveliamo non solo con le parole, ma anch’emettendo in mostra quel che siamo, esibendo i nostri lati spiacevoli oltre a quelli attraenti. L’intimità significa aver fiducia che gli amici , sebbene non pensino o non debbano pensare che siamo perfetti , vedano le nostre virtù in primo piano, e i nostri vizi sullo sfondo.

Gli amici contribuiscono alla nostra crescita personale, le amicizie intime ci proteggono dalla solitudine, perché sebbene ci insegnino a dar valore all’autosufficienza ed a lottare per conseguirla e sebbene ci sia in noi una parte profonda che potremmo non rivelare mai, è molto importante per noi occuparci degli altri e non essere soli. La capacità di stabilire amicizie intime varia enormemente. Alcuni l’hanno come dono naturale, altri invece si sentono inquieti per la paura che l’intimità possa sfociare nel rifiuto o nell’ invadenza. Le amicizie intime richiedono un senso del Sé, un interesse verso le altre persone, empatia, fedeltà e impegno e richiedono anche l’abbandono di alcune concetti sull’amicizia ideale. Cicerone nel suo saggio "Sull’ amicizia" chiede: "come può la vita valer la pena di essere vissuta… se manca di quella quiete che si ritrova nel mutuo benvolere di un amico?" prosegue poi con un rigore che nessun’amicizia potrebbe sopportare, definendola un rapporto tra due persone che "sono in totale accordo su tutto ciò che c’è di umano e di divino.." ci deve essere, quindi, totale armonia, ma se questo poteva essere vero ai tempi di Cicerone, ai nostri giorni due persone non saranno mai perfettamente d’accordo perché siamo troppo individualisti. Vogliamo avere amici che dividano con noi passioni e valori, amori e odi, ma potremmo avere amici coi quali dovremmo essere indulgenti che dovremmo perdonare se hanno gusti incomprensibili per noi in fatto di cibo, di politica ecc.. che hanno la coscienza troppo indulgente, se sono indolenti ecc.. e, a volte, se ci tradiscono. Nonostante Cicerone le amicizie intime richiederanno il perdono e l’indulgenza e David Grayson dice che "noi tutti ci chiamiamo da un capo all’altro dell’incommensurabile golfo che ci separa".

Ma il concetto d’amicizia deve andare ben oltre per chi, come noi che seguiamo gli insegnamenti rosacrociani del cristianesimo mistico ed abbiamo quindi, una visione spirituale dei rapporti, dei sentimenti e della stessa vita; allora noi dobbiamo pensare che in ciascuno dei miei amici c’è qualcosa che solo un altro amico sa mettere pienamente in luce... Da ciò consegue che l’amicizia dovrebbe essere il meno geloso degli affetti. Due amici dovrebbero essere ben lieti che a loro se ne unisca un terzo, e tre, che a loro se ne unisca un quarto, a patto che il nuovo venuto abbia le carte in regola per essere un vero amico. Essi potranno dire, allora, come le anime beate di Dante: "Ecco che crescerà li nostri amori", poiché in questo amore "condividere non significa perdere"... In questo senso, l’amicizia rivela una piacevole "vicinanza per somiglianza" con lo stesso Paradiso, dove proprio la moltitudine dei beati (il cui numero sfugge a qualunque calcolo umano) accresce il godimento che ciascuno ha di Dio. Ogni anima, infatti, Lo vede in maniera personale, e comunica poi questa visione unica a tutte le altre.

Questo è il motivo per cui, come dice un autore antico, i Serafini, nella visione di Isaia, cantano vicendevolmente: "Santo, Santo, Santo" (Is 6,3). Più divideremo tra noi il pane celeste, più ne avremo per cibarcene...
L’amicizia deve nascere dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro (fardello). La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa del genere: "Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico...".

Il marchio della perfetta amicizia non è il fatto di essere pronti a prestare aiuto nel momento del bisogno (anche se questo si verificherà puntualmente), ma il fatto che, una volta dato questo aiuto, nulla cambia. Si è trattato di una deviazione, di un’anomalia, di una fastidiosa perdita di tempo, rispetto a quei pochi momenti – sempre troppo fugaci – in cui si può stare insieme... L’amicizia, come l’eros, non è mai inquisitrice. Si diventa amici di una persona senza sapere, né preoccuparsi, se egli sia sposato o meno, o di come si guadagni da vivere. Tali "questioni pratiche", "affari di secondaria importanza" non hanno nulla a che vedere con la domanda fondamentale: "Vedi la stessa verità?"... Questa è la regalità dell’amicizia: in essa ci incontriamo come sovrani di stati indipendenti, fuori del nostro paese, sul terreno neutrale, svincolati dal nostro contesto... Da ciò deriva il carattere squisitamente arbitrario e l’irresponsabilità di questo affetto. Non ho il dovere di essere amico verso nessuno, e nessuno ha il dovere di esserlo nei miei confronti... L’amicizia è superflua, come la filosofia, l’arte, l’universo (Dio infatti non aveva bisogno di creare).

Nel caso dell'amicizia, poiché siamo liberi da questi vincoli, pensiamo di aver scelto autonomamente i nostri pari. In realtà, qualche anno di differenza nelle date di nascita, qualche chilometro di distanza tra due case, la scelta di un'università piuttosto che un'altra, la destinazione a un reggimento invece che a un altro, il caso che ci ha fatto parlare di un argomento, la prima volta che ci siamo incontrati, invece di tacere - una qualsiasi di queste circostanze avrebbe potuto farci restare separati. Ma per un cristiano, non si può parlare, a rigor di termine, di fatalità. Un segreto maestro delle cerimonie ha lavorato per noi. Cristo, che disse ai suoi discepoli: "Non siete voi che vi siete scelti, ma sono Io che ho scelto voi", può veramente dire a ogni gruppo di amici cristiani: "Non siete voi che vi siete scelti, ma sono Io che ho scelto voi, gli uni per gli altri". L'amicizia non è una ricompensa per il discernimento e il buon gusto che abbiamo dimostrato di possedere trovandoci vicendevolmente. Essa è lo strumento attraverso il quale Dio rivela a ciascuno le bellezze degli altri, che non sono, certamente superiori alle bellezze di un altro migliaio di persone; con l'amicizia Dio ci apre gli occhi su di loro.

 

AMICO

Amico, che hai fatto della presunzione di sapere tutto la tua "spada" e del detto: "Nemmeno se lo vedo ci credo" il tuo scudo, ascolta il messaggio di chi sta percorrendo la strada della convinzione di non sapere nulla. Magari solo per sorridere, ma, per un momento, considera queste possibilità: "Infinite sono le strade della conoscenza e mai definitive. La realtà è per ciascuno quella che ciascuno crede. Quello che adesso crediamo di scoprire, è già stato scoperto da sempre. Quello che adesso pensiamo di sapere, dopo un istante è già superato dall'evolversi della tua stessa realtà. Amico, accetta di vivere nella tua dimensione, con umiltà ed amore. E, forse, in questa tua accettazione, troverai un pezzetto di felicità. Allora, infatti, sarà superata, questa nostra dimensione, quando  noi cesseremo di meravigliarci delle sue straordinarie possibilità.

LA VITA NON E' UN PROBLEMA CHE DEVE ESSERE RISOLTO, MA UNA REALTA' CHE DEVE ESSERE SPERIMENTATA".

 

Liberamente tratto da: Distacchi di Judith Viorst ed. Frassinelli.

Da "I quattro amori" di C.S. Lewis

 

 

 

 


 

 

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