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"LA ROSA"

Sacro Simbolo di uno stato Superiore di Coscienza

di Sergio De Ruggiero


"Che le Rose fioriscano sulla Vostra Croce".

Prima di dare inizio al mio intervento, permettetemi di fare una piccola premessa. 

In Astra di luglio, il noto periodico d’Astrologia, il direttore, la giornalista Rudy Stauder, esordiva nella sua rubrica "l’Appeso" con queste frasi:

"Le parole sono l’espressione della propria personalità, non a caso al giorno d’oggi, impera il turpiloquio, indice della volgare realtà imperante. Per questo motivo a mio avviso, il modo sostanzialmente nuovo di pensare, affinché l’Era dell’Acquario si celebri, deve necessariamente passare, anche attraverso l’adozione di un linguaggio e quindi di un nuovo modo di pensare, che sia in armonia con Esso".

Ed è sotto questo nuovo splendore, che lo scopo del nostro annuale incontro si realizza, affinché sì "svelino" a coloro che sono in grado di recepire, le fantastiche allegorie dei magici simboli, divini modelli, che la Saggezza del Mondo Occidentale fece suoi, in modo tale da permettere all’Uomo Nuovo Acquariano, di formare coscientemente i propri futuri veicoli.


La Rosa, antico arbusto della famiglia delle Rosacee, con le sue numerose specie originarie delle zone temperate dell’emisfero Boreale, ha rappresentato per l’Umanità Occidentale il naturale simbolo dello "Sviluppo Animico".

Essa è stata per l’Occidente ciò che il Loto ha rappresentato per il Mondo Orientale.

La Rosa accompagna da sempre le tappe più importanti del cammino umano e ne segna spesso, i capitoli più nobili ed espressivi della sua evoluzione.

Fu sacra ad Iside in Egitto ad Ishtar in Mesopotamia ad Afrodite in Grecia ed infine a Venere in Roma.

Nel Mondo Cristiano la Rosa bianca simboleggiò la purezza di Maria, mentre quella rossa, il sangue innocente dei primi martiri.

Questo fiore rispecchia fedelmente la Ruota del Tempo, quando illumina i "Rosoni" delle alchemiche Cattedrali Medioevali, oppure, quando diventa oggetto di meditazioni trascendentali ed infine, quando si fa costante elemento ornamentale dell’Era Rinascimentale o Barocca.

In letteratura offre lo spunto per grandiosi cicli narrativi come il medioevale "Romanzo della Rosa" ed infine, giunge ai nostri tempi, dove ispira poeti come Blake Emily Dickinson, d’Annunzio, Neruda; ma l’estrema sublimazione, avviene nel "Paradiso" di Dante, in cui la Rosa Mistica, raccoglie la "Pura Luce di Dio", allegoria estatica della "Beatitudine" e della "Perfezione".

Generalmente la Rosa è associata con la generazione, la fecondità e la purezza, essa fu eletta simbolo della "Devozione Mistica" e quindi, dello sviluppo morale del Cuore, per questo, è considerata dai popoli cristiani come l’Emblema dell’Amore Virtuoso e perciò, della Carità Pietistica di Maria.

Per gli antichi Egizi la Rosa era il simbolo della "Conoscenza Segreta", questa era consacrata ad Iside, antica divinità femminile, che da principio, rappresentò il Cielo, ma più tardi, il suo culto fu identificato con Osiride, suo fratello ed amato sposo, al quale generò Horus, il dio falco simbolo del Sole.

Iside era figlia di Ged dio della Terra e di Nut dea del Cielo, progenitrice del Sole delle Stelle e della Luna.

La potente casta sacerdotale ne fece l’emblema della dominante società Egizia, la dea nutriva i semi della terra, perpetuava il genere umano, custodiva i segreti della magia, arte conosciuta solo dai suoi sacerdoti, guariva le malattie, proteggeva i vivi ed i morti.

Quando Seth, altro suo fratello, simbolo delle tenebre, dei tifoni e di tutto ciò che è distruttivo, uccide Osiride, dilaniando e disperdendo le sue membra, Iside disperata ne ricerca i miseri resti e con la forza del suo immenso amore per il suo sposo, riunendo le povere spoglia, lo restituì alla vita; intanto le sue divine "lacrime" colmarono il Sacro Nilo.

Il culto di Iside è da considerarsi come un culto misterico di salvezza, diffusosi nel Mondo Antico su vasta scala, le dottrine connesse con la dea, promettevano il riscatto, in un altro Mondo, delle sofferenze sopportate in questo Mondo e quindi la certezza, di una nuova vita dopo la morte.

Pertanto la scelta della Rosa come uno dei suoi Simboli più Sacri non fu casuale, ma il risultato irreprensibile dell’emozionante magnificenza, che la visione e l’inebriante profumo di questo splendido fiore, donò agli antichi Gerofanti Egizi.

Nel Mondo Antico il "Symbolon", termine greco proveniente dalla parola "Symballein" (congiungere, accostare) era un oggetto d’argilla o di legno, un anello, un dado, l’impronta di un sigillo, che amici o soci in affari, oppure degli amanti o dei pellegrini, rompevano al momento della separazione, in seguito essi o dei loro incaricati, si sarebbero riconosciuti grazie alla perfetta coincidenza dei due bordi spezzati del Symbolon, in tal modo quest’oggetto, diveniva il testimone inconfutabile, del loro ritrovarsi.

Allo stesso modo la Rosa per i popoli Occidentali è il testimone dello stato Trascendentale che l’uomo deve raggiungere, quando, avendo purificato il proprio sangue da ogni "egoistico" desiderio, diverrà puro e immacolato come questo fiore e quindi idoneo ad offrirsi volontariamente, quale "dono Sacrificale" sull’altare della Vita, divenendo così, l’Agnello espiatorio da immolare al "Padre", così come lo fu precedentemente, il Signore nostro Gesù Cristo.

Questo è colui, che tramite il soggiogamento dell’uomo animale, arriva alla diretta cognizione dell’Uomo Divino dimorante in Sé, in altre parole al riconoscimento del proprio ego Superiore, vera Scintilla Divina, eredità filiale del "Dio Padre Creatore".

In quest’uomo è fiorita la Rosa Mistica della Rivelazione Divina, egli riconosce se stesso, come il Figlio di Dio, "auto - crocifissosi" nell’iniqua materia fisica, per propria libera scelta.

Costui riconosce il Padre non solo nel proprio interno, ma in tutti gli esseri del creato nel quale il Dio è manifesto, di più o di meno, a secondo del grado d’evoluzione raggiunto dalle creature stesse.

La Rosa è stata poeticamente apprezzata in ogni sua epoca, essa ha rivestito un ruolo espressivo di carattere mistico - religioso, nella tradizione letteraria - esoterica d’ogni filosofia ermetica.

A partire dal XII° secolo è declamata dai "Trovatori" di mezza Europa.

Questi erano dei veri e propri Filosofi erranti, che possedevano quel particolare talento artistico, che poneva colui che aveva il privilegio d’ascoltare, in sublime contatto con i piani più sottili della coscienza umana, i quali, non sono facilmente percettibili dalle comuni menti.

Per questo motivo, molti di loro, furono dei veri e propri maestri di vita, oppure dei fratelli laici d’occulte confraternite spirituali.

Le loro liriche poetiche sono state dei piccoli tesori di saggezza e pertanto, erano considerati dall’umile volgo come degli istruttori o in ogni modo, degli uomini saggi ricevendo stima e protezione dall’alta aristocrazia politico-religiosa e letteraria del tempo.

La poesia dei"Chierici Vaganti"o "Minnesanger", che ritroviamo nei "Carmine Burana", raccolta di canti o "Carmi" goliardici medioevali, denominati "Burana" da "Burnus", nome dell’abbazia benedettina in cui vennero ritrovati in terra tedesca, rispecchia la vita dei "Goliardi" o "Cantori d’amore", che declamavano le doti della giovinezza e gli avvenimenti dell’amore più nobile e puro; scritti da un gran numero di poeti operanti in Francia, in Germania ed in Inghilterra nell’XII° e XIII° secolo, orbene tali componimenti ebbero profonde radici religiose, ma nello stesso tempo si distinsero per il loro spensierato spirito dissacratore e per il loro senso ironico, nei confronti del clero contemporaneo (la celebra opera di Carl Orff, 1895-1986, si basa su testi e musiche originali dell’epoca).

Una celebre canzone del Carmine Burana esalta Venere, dea della bellezza e dell’amore, all’epoca del suo componimento il mondo concettuale cristiano, aveva già assimilato gli antichi attributi della dea, riferendoli per intero alla Vergine Maria tanto che, se togliamo il nome dell’antica dea pagana, la stessa canzone può essere tranquillamente interpretata come un normalissimo inno mariano:

" Ave bellissima gemma preziosa, ave onore delle vergini, vergine gloriosa,

Ave astro del mondo, ave rosa del mondo, bianco fiore ed Elena, nobile Venere.

Stella del mattino, colei che le terrestri cose guida e le celesti.

Tu dai nell’erba le viole e rose nelle spine, salute e gloria a Te sia o guaritrice...".

Il culto di Maria ha recepito molte delle tradizioni popolari, improntate e ricavate dall’antico culto degli dei e dall’Islam.

Maria riceve tutti gli appellativi che, nell’antichità, ornavano Venere, Iside, Cibale.

"Vergine Santa, Vergine Celeste, Madre di Dio, Genitrice di Dio, Regina del Cielo".

Diana le presta la falce di Luna, Iside la Rosa, Cerere le spighe di grano, mentre il colore delle "Madonne nere", ricalca quello delle dee dell’antico Egitto.

In particolare la raffigurazione della Madonna col bambino, ricorda perfettamente quell’analoga di Venere col figlio Cupido, oppure quella di Iside, con in grembo il figlio Horus.

Furono trasferiti a Maria gli attributi centrali di Venere, come la Colomba, la Conchiglia, la Stella del Mattino e della Sera.

Anche la "Rosa Mistica"o Rosa misterica, fu prelevata dalle antiche "Teotochie", ovvero la capacità d’alcuni esseri umani, gli Eletti, di procreare esseri divini, dietro l’intervento autorevole di una divinità superiore.

Nel XIII° secolo è pubblicato a Parigi "Le Roman de la Rose" (il Romanzo della Rosa) poema allegorico, costituito da un componimento di Guillame de Lorris (1200 circa), autore del quale non conosciamo che il nome, rivisitato ed ampliato nel 1240 da Jean de Meung, personaggio letterario di grande rilievo, che realizzò nella ricomposizione dello scritto una monumentale congiunzione tra cultura, allegoria satirica e poesia didattica.

Nella prima parte del romanzo, l’autore Guillame de Lorris, sogna che nel mese di Maggio, mese in cui fioriscono le Rose, viaggiando in un fantastico paese, si trova d’incanto in un meraviglioso giardino magico, posto in uno splendido maniero; qui Egli incontra le personificazioni buone e negative degli accadimenti amorosi.

La ricerca dell’amore, nel modo in cui si rappresenta nella prima parte dell’opera non si discosta molto dalla tipologia dell’epoca, quando poi Jean de Meung riprenderà il romanzo, all’incirca quaranta anni più tardi, muterà profondamente il suo assieme arricchendo sostanzialmente la tematica, oltre ché, ampliando enormemente la vastità degli avvenimenti.

Dopo il successo riportato dall’opera della Rosa, tale simbologia invase l’Europa erudita del tempo.

Troviamo questo simbolo nella chiesa "Catara" del 1245, come naturale espressione della "Perfezione".

Il "Catarismo" fu una grande corrente religiosa del medioevo cristiano, smembrato dalle armate Cattoliche e dai roghi istituiti dalla Chiesa di Roma, scomparve dalla storia alla fine del XV° secolo, lasciando un messaggio etico religioso intramontabile.

Cristianesimo senza dannazione, i Catari, rifiutavano il male e la violenza, credendo nella fondamentale bontà della natura umana.

I fedeli della chiesa Catara si autodefinivano i "Perfetti", da qui l’adozione della Rosa quale emblema del loro "Stato Morale" a tutt’oggi, la riproposta del loro messaggio spirituale è ancora profondamente coinvolgente.

Ma come accennato all’inizio, la massima figurazione simbolica della Rosa Mistica, è tuttora la visione fantastica di Dante al termine e culmine della"Commedia", definita "Divina" dai suoi contemporanei e forma artistica più pura del medioevo, dai suoi estimatori moderni.

Dante Alighieri (1265-1321) compose il suo capolavoro fra il 1304 ed il 1321, esso è composto di 100 canti, di cui 14.230 versi raggruppati in terzine.

Attraverso i passaggi dell’Inferno e del Purgatorio, il poeta giunge infine alle altezze del Paradiso, sotto la guida attenta di diversi personaggi, conversando nel suo lungo fantastico cammino, con illustri defunti.

L’opera in origine portava il titolo di "Commedia", non perché avesse carattere leggero, bensì per distinguerla dalla tragedia classica ed inoltre, per il contenuto di speranza che conteneva il suo"Cammino", che iniziando sotto un segno sinistro saliva, attraverso la fede, fino a giungere alla meta della redenzione.

Fu la generazione successiva ad aggiungere la parola "Divina", per indicarne la tematica sacra, sopraumana, per l’appunto "Divina".

Per lungo tempo i commentatori danteschi, basandosi sulla Cosmogonia Medioevale, decifrarono l’opera del poeta, studiandone nei modi più esatti, tutti i significati e le allusioni storiche del suo tempo, oggi però appare essenziale studiare la Commedia nella sua prospettiva totale d’opera "Metafisica" e dicendo metafisica, non penso soltanto ad una speculazione filosofica sull’Assoluto, ma ad un’apertura sui riferimenti esistenziali della trascendenza, che sopravanzano in assoluto le possibilità espressive della "Filologia".

Quando un’impresa del genere è intrapresa da un autentico genio, allora da tal esperienza esistenziale, descritta minuziosamente dall’autore, può nascere non soltanto un gran capolavoro letterario, ma anche e soprattutto, un’opera mistica d’immenso valore spirituale, ove l’itinerario che conduce a Dio, in pratica l’ascesa della Mente al Supremo, passa attraverso i tre Regni dell’opera dantesca.

Nell’ultimo canto della "Commedia", uno dei vertici dell’avventura spirituale dell’uomo in assoluto, compare il simbolismo della Rosa, che è divenuto nello specifico, l’apoteosi della "Rosa Mistica".

Guidato da Beatrice, Dante raggiunge l’Empireo, il Cielo Supremo di Luce, qui Ella gli dice:

" Noi siamo usciti fore, del maggior corpo al ciel ch’è pura Luce,

Luce intellettual, piena d’amore, amor di vere bene, pien di letizia;

letizia che trascende ogni dolor. " (Paradiso XXX 38,42)

" Al di sopra del Mare Circolare di Luce, appare il Paradiso, dal greco Paradeiros, ovvero Giardino,
che prende forma di una grandiosa, candida Rosa.

In forma dunque di candida Rosa mi si mostrava la Milizia Santa, che nel suo sangue, Cristo fece sposa. " (Paradiso XXXI 1,24)

 

A questo punto Beatrice scompare.

La sostituisce Bernardo di Chiaravalle, il gran mistico del XII° secolo, garante e protettore dei primi cavalieri Templari.

Bernardo spiega nei particolari, la disposizione della Rosa Celeste.

Essa è divisa in quattro zone da una linea verticale ed un’orizzontale.

Al di sopra della linea orizzontale, si trovano in una zona i Santi, mentre nell’altra le Sante; al di sotto di questa linea, ci sono le anime dei bambini salvati.

Tutti siedono sui petali della candida Rosa, come spettatori, come se fossero in un anfiteatro circolare.

Dall’esatta descrizione dell’autore, apprendiamo che la Rosa Celeste è il Grande Cerchio a forma di coppa degli Spiriti Celesti e dei Salvati, rappresentati, dai petali esterni.

Possiamo quindi renderci conto che secondo Dante, la Rosa Celeste è l’essere umano integrato, come futura visione della "Perfettibilità" umana.

Romano Guardini, noto dantista contemporaneo, nel suo "Studi su Dante" del 1986, afferma:

"La Rosa contiene l’esistenza degli uomini, con le loro personalità ed azioni, entrata nella sua forma eterna.

Essa è la creazione accolta in Dio e che si realizza pienamente, nella comunione con Dio".

Possiamo perciò affermare con certezza, che l’antico simbolo mistico della Rosa, assunse con Dante, la forma grandiosa di un meraviglioso "Rosone" vivente.

In questa mirabile Rosa Celeste è riunita l’intera "Comunione dei Santi", la famiglia di Dio al completo, quindi la Rosa è anche "Comunione", è l’insieme di persone che pur nella fusione ed intreccio di rapporti, rimangono se stesse.

San Tommaso d’Aquino, che con una certa semplificazione potremmo definire il "Garante Teologico" di Dante, all’inizio della sua "Summa Teologica", fissa quattro aspetti con cui vanno decifrati i testi biblici:

1°- nella loro forma Letterale,

2°- nella loro forma Allegorica, ovvero quello per cui l’operato del Cristo e la missione della sua Chiesa, sono espressi in maniera figurata, nel complesso delle scritture bibliche,

3°- nella loro forma Morale, riguardante il comportamento dei singoli fedeli,

4°- nella loro forma Anagogica, in altre parole, Mistica, intesa a far conoscere i misteri Metafisici ed Escatologici della Gloria Eterna di Dio.

Da questo principio della patristica "d’Aquiniana", Helen Flanders Dumbar, nel suo libro "Simbolismo del Pensiero Medioevale", pubblicato a Yale nel 1926 e Philiph Mandernnett, nel suo "Teologia di Dante", Parigi 1937, dimostrano che il metodo espositivo dell’intera opera, è basato su concetti dell’Ermeneutica.

Tale metodo è sicuramente utile allorché si voglia interpretare seriamente, i testi sulla Rosa Mistica che chiudono la "Divina" commedia.

Così abbiamo che nel 1° principio, prendendo il testo alla Lettera, la Rosa, è la figura del Paradiso; questo è raffigurato come una grandiosa Rosa, illuminata dal Sole di Dio, gli Angeli fanno da corona alla sua Gloria.

Nel 2° principio, prendendo il testo nella sua forma allegorica, la Rosa, è l’operato del Cristo per la redenzione dell’umanità, l’unione mistica dell’intero genere umano nel Corpo del Salvatore, la definitiva traslazione dei fedeli nel Regno di Dio, la mitica edificazione della "Gerusalemme Celeste".

Nel 3° principio, prendendo l’opera sul piano Morale, il soggetto è l’individuo, redento in virtù dell’Amore Spirituale da lui ritrovato, verso l’Altissimo.

Ed infine, nel 4° principio, prendendo l’opera nel senso Anagogico, l’ascesa ormai, non può condurre che a Dio, l’immagine più gentile del mistero del Moto Perenne del Dio in Tre Persone.

Dante intraprese il tentativo di concentrare in un unico e determinato simbolo, la sua risposta occulta, all’enigma dell’universo e dell’uomo, impegnandosi magistralmente, in tutte quelle capacità immaginifiche che una lingua scritta può dare, elevandola, fino al vertice dell’inesprimibile.

Da tale vertice, nasce la riconciliazione definitiva fra l’amore di Dio e l’amore dell’uomo; per il "Sommo poeta" la Rosa Mistica è la Rosa dell’Amore, tanto quello terreno quanto quello Celeste.

Molte opere letterarie nascosero dietro il simbolismo della Rosa, una dura critica ai facili costumi sociali tenuti dagli ecclesiastici del tempo.

La Chiesa di Roma, oppose al culto della Rosa, il culto salvifico della Vergine Maria, ponendo come simbolo per i suoi fedeli un Giglio Bianco, immagine del candore immacolato di Maria.

Come abbiamo precedentemente affermato, questo culto è una reminescenza dell’antico culto Isiaco, importato dall’Egitto, al tempo della sua conquista, per opera delle Legioni di Caio Giulio Cesare, nel 36 a.C.

Tale fede ebbe periodi alterni di luce e d’ombre; nel 29 a.C. vi erano altari dedicati ad Iside fin sopra il Campidoglio, un anno dopo, nel 28 a.C. l’Imperatore Ottaviano proibiva ogni forma di devozione alla dea all’interno del Pomerio.

E’ da notare che in Egitto, nello stesso periodo, Antonio e Cleopadra s’identificarono con Osiride ed Iside, da qui il provvedimento d’Ottaviano.

Ma tale iniziativa non ebbe grandi risultati, poiché il nuovo culto, con l’affascinante rappresentazione dei suoi riti orientali e l’intenso misticismo che da lui fluiva, attirava grandi masse di fedeli alla sua causa.

Il culto d’Iside insegnava ad avere rispetto e considerazione per i vari culti locali, esso aveva un universale valore di salvezza e perciò in tal senso, resistette ancora diversi secoli alla penetrazione del Cristianesimo, fino a che Costantino, tetrarca d’Occidente con Licinio Augusto, non promulgò nel 313 d.C. il famoso "Editto di Milano" con cui ordinava libertà di culto su tutto il territorio dello Stato, mettendo così fine a secoli di barbare persecuzioni contro i cristiani, che i vari Imperatori di Roma precedentemente, avevano perpetuato e tutto ciò, al fine di accattivarsi le simpatie politiche, delle ricche famiglie patrizie che nel frattempo si erano convertiti alla fede di Cristo.

Ma fu Teodosio nel 380 d.C. che col suo "Editto di Tessalonica", riconoscerà quale unica religione dello Stato la religione Cristiana e quale vicario di Cristo in Terra, il Vescovo di Roma, ammettendo così di fatto, la supremazia Teologica e Temporale della Chiesa di Roma su tutte le altre Chiese sparse per l’Impero, donandogli terreni e proprietà di senatori romani, suoi acerrimi nemici, rimasti pagani.

Iniziava così il potere temporale del Papa e con esso, quel periodo buio della storia della Chiesa che sfocerà nell’Inquisizione e nello sterminio di migliaia d’Eretici, colpevoli solamente d’interpretare il messaggio del Cristo, diversamente dal Vescovo di Roma.

Tutto ciò condannò ad una misera e quanto mai inesorabile fine, tutti quei culti misterici, che lo splendore dell’Impero Romano aveva fatto suoi.

A Maria Vergine, il clero cattolico attribuirà il massimo della devozione, mentre la Rosa, intesa come simbolo occulto, resterà l’emblema del movimento di ribellione all’assoluto potere Teologico e Politico della Chiesa di Roma.

In tale ottica, comprendiamo bene perché Martin Lutero, padre della riforma religiosa Anglosassone, volle ornare il proprio sigillo con una Croce e quattro Rose, su cui appose il seguente distico:

"Il cuore dei Cristiani riposa sulle Rose quando è sotto la Croce".

Lutero stesso, fornisce un’ampia interpretazione del suo stemma, in una lettera dell’8 luglio 1530 al segretario comunale di Norimberga; scrive il monaco Agostiniano:

"Esso vuole essere il distintivo della mia Teologia, in primo luogo la Croce deve figurare entro un Cuore col suo colore naturale, affinché io stesso, possa ricordare che la fede nel Crocifisso ci rende beati".

"Infatti, chi crede col cuore è giustificato" (Romani 10,10).

E la Croce, pur essendo nera e segno di morte e pur provocando dolore, non toglie al Cuore il suo colore, non uccide la sua natura, cioè: non fa morire, ma mantiene la vita.

"Il giusto vive per la fede (Romani 1,17) che è fede nel Crocifisso".

Il Cuore però, deve stare nel centro di una Rosa, per indicare che la fede procura gioia, consolazione, e non si tratta della gioia e della pace che da il Mondo, e perciò, la Rosa deve essere Bianca e non Rossa, la Rosa sta in campo Celeste, perché la gioia dello Spirito e della fede è un principio della futura gioia del Cielo, che adesso pur se presente nell’intimo, e anticipata nella speranza, tuttavia non è ancora manifesta.

E di tale campo fa parte un cerchio dorato, ad indicare che la beatitudine del Cielo dura in Eterno, non ha fine ed è anche preziosa più d’ogni altra gioia e bene, così come l’oro è il massimo e più prezioso dei metalli.

"Cristo nostro amato Signore, sia col Vostro Spirito fino a quella vita, Amen".

E’ stato affermato, che: "Unire la Rosa alla Croce" significa ottenere il massimo simbolo della "Iniziazione" più elevata.

Ecco dunque la spiegazione del come e del perché, associare la Rosa all’emblema dei Mistici, della purezza Verginea o dell’Amore Divino.

La Rosa+Croce di Lutero fu anche il simbolo da cui presero nome i "Rosacroce" (Fraternitas Rosae+Cruci), associazione segreta nata nel XVII° secolo e che, richiamandosi alla figura leggendaria di un valoroso cavaliere, "Christian Rosenkreuz", vissuto dal 1378 al 1484, propugnava l’idea di una riforma generale, nello spirito di un Luteranesimo Cosmopolita interiorizzato.

La nascita della Fraternità, avvenne in concomitanza, con la pubblicazione d’alcuni scritti anonimi, dei quali, almeno quello che porta il titolo "Le nozze alchemiche di Christian Rosenkreuz", pubblicato nel 1616, fu opera del Teologo Evangelico Johann Valentin Andreae (1586-1654).

La famiglia Andreae, aveva nello stemma una Croce di Sant’Andrea con quattro Rose ai lati, chiara allusione simbolica alle ferite della Passione di Cristo.

La somiglianza dello stemma di Lutero e di quello di J.V.Andreae è perciò casuale, tuttavia tanto il riformatore quanto l’autore dei manifesti Rosacrociani, attribuirono il medesimo significato al duplice simbolo.

Se la Croce fa riferimento alla passione e morte del Cristo, la Rosa rappresenta la nuova vita, che deve essere strappata alla morte.

Alle parole di Lutero:"Il cuore dei cristiani riposa sulle Rose quando è sotto la Croce", corrispondono, con chiara affinità elettiva, quelle della "Fama Fraternitas", 1614, l’altro manifesto dei Rosa+Croce, che afferma:

"Ex Deo nascimur, in Jesus morimur, per Spiritum reviviscimus", ovvero, " In Dio nasciamo, in Gesù moriamo e tramite lo Spirito, risorgeremo".

E per finire un’ultima, ma quanto mai efficace considerazione, si può oltremodo pensare che la Rosa, oltre ad essere il simbolo della bellezza, della grazia e della freschezza divina, possa anche rappresentare il mitico "Atanor", il leggendario ed emblematico crogiuolo alchemico degli antichi sapienti, Sacro simbolo del Segreto più Sublime, alchemica manifestazione dei misteri della vita, poiché la Rosa, affine alla Scienza Sacra, può rappresentare per coloro che sanno interpretarla, la chiara rivelazione della "Vera Conoscenza".

E’ dunque semplice a questo punto, rendersi conto di come questo splendido fiore, proprio per le sue peculiari qualità, possa aver ispirato la mente umana nelle più nobili allegorie e di come, possa essere stata e tuttora è, nei Circoli Iniziatici Occidentali, il simbolo per eccellenza della Naturale Evoluzione Spirituale Umana.

Max Heindel, nella sua "Cosmogonia", afferma:

"La Rosa, come ogni altro fiore, è l’organo generativo della pianta, il suo verde stelo, porta il sangue vegetale incolore e privo di passione.

La Rosa di color rosso sangue, rappresenta il corpo umano ricolmo di passione; ma nella Rosa, il fluido vitale non è sensuale: è casto e puro.

Essa è perciò un eccellente simbolo dell’organo generativo nella condizione di purezza e santità, alla quale l’uomo giungerà, dopo che avrà lavorato e purificato il proprio sangue dal desiderio, quando sarà diventato casto e puro, partecipando della natura del Cristo. (La "Cosmogonia dei Rosacroce", pag. 379)

Tanto era enunciato dal grande Mistico Americano, al fine di spronare l’uomo a divenire oltre che casto e puro come una Rosa, anche Virtuoso come lo fu Gesù nostro Signore e Maestro, e ciò per sua libera scelta, affinché si possa finalmente far ritorno alla "Casa del Padre" e con "Esso" gioire della "Sua Gloria", in modo tale da realizzare le parole dell’Apostolo Paolo, che dice:

"Affinché tutto sia in Lui e Lui sia in tutto". Amen

 

Sergio De Ruggiero

Ostia Lido 20 Giugno 1996

 

 

 

 

 

 


 

 
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