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" IO, CRISTIANO ? "

di LUIGI RAUCCI

 

Con queste parole il Cristo, abolì la Legge, che fu imposta all’umanità dallo Spirito Santo. Era arrivata l’ora di cambiare scuola, l’umanità doveva fare qualcosa di straordinariamente grande, qualcosa che per quei tempi era impensabile, se pensiamo che da quando il Signore e reggente della Luna, aveva ricevuto e preso l’incarico della loro evoluzione, li aveva sottoposti alla "Sua" Legge, " la Legge del dente per dente ". Ora, gli era chiesto di porgere l’altra guancia; impensabile!

Così sono passati oltre duemila anni, l’uomo non ha ancora appreso la totale lezione.

Molti pretendono di abolire il "Vecchio" testamento, altri, si affidano solo a questo, altri ancora sono indecisi se riconoscere il "Nuovo" al vecchio.

Dice Max Heindel:

"La religione è uno fra i più grandi aiuti e vi sono eccellenti ragioni, perché la Bibbia, contenente non solo una ma entrambe le religioni: ebraica e cristiana, sia stata data ai popoli dell’Occidente.

Se veramente cerchiamo la Luce, comprenderemo quale Suprema Sapienza ci ha fatto dono di questa duplice Religione e capiremo come nessun’altra religione d’oggi si adatti ai nostri bisogni particolari". Cosmogonia: Ritorno alla Bibbia.

Che cosa è un cristiano? Cosa si propone un cristiano? Che cosa deve credere un cristiano? Queste domande sono tornate d’attualità, molti se le pongono, molti forse si chiedono, anche se, con quello che è il loro approccio alla religione, possono ancora definirsi cristiani? Possono ancora aderire ad una Chiesa? E se è si, a quale? Le Chiese cristiane si distinguono, nella loro risposta alla nostra domanda, molto più di quanto generalmente si pensi. Gli uni mettono l’accento su questioni di dottrina, gli altri invece, sull’aderenza ad un gruppo d’eletti, qualcuno ne fa una questione di nazionalità o di razza, altri ancora si riferiscono al fondatore del loro movimento; e poi ci sono molti che pensano che oggi, le Chiese siano una struttura superflua, che si possa credere senza aderire ad una "Comunità"….

Non è, in ogni modo, una questione nuova!

Al tempo, immediatamente dopo la morte di Gesù ed ai fatti allora accaduti. Quando Gesù morì, le cose andarono in modo diverso da quello che comunemente si conosce. Si formarono due Chiese, una retta da Pietro, discepolo di Gesù ma inviso a molti, tanto che fu costretto dai saggi del sinedrio ad allontanarsi da Gerusalemme. La seconda, più forte, retta da Giacomo, ormai riconosciuto fratello di Gesù (il fatto che Gesù abbia avuto dei fratelli è oramai ammesso anche dalla Chiesa, visto che, oltretutto, moltissimi testi e studi storici n’attestano l’inequivocabile presenza; per chi non crede, fa lo stesso). Giacomo fu posto a capo della Chiesa di Gerusalemme, con il compito di portare avanti la parola di Gesù ma nello stesso tempo, di non urtare troppo la suscettibilità degli altri rappresentanti ebraici e non, nel Tempio di Gerusalemme. Alla fine anche Giacomo, come Gesù, non fu ascoltato e un giorno fu prima lapidato (com’era in uso fare fra gli ebrei) e poi gettato giù dalle mura del Tempio, nel luogo dove ancora oggi si può ancora vedere la sua tomba. I seguaci di Giacomo si diedero alla macchia, mentre i cosiddetti "vincenti" si acquartierarono proprio nel Tempio di Salomone e lo elessero a proprio domicilio religioso. I sacerdoti, avevano fatto i conti senza i Romani che nel 70 d.c. sotto il regno dell’imperatore Tito, assaltarono il Tempio e lo saccheggiarono, uccidendo tutti quelli che si trovavano all’interno.

Già l’apostolo Paolo, nella comunità di Corinto, deve confrontarsi con alcuni nuclei cristiani di questa città, una compagine di persone che si pongono in competizione a vicenda, che nega l’una all’altra, d’essere la "vera" comunità del Cristo.

Scrive, infatti, Paolo, nella prima lettera ai corinzi:

"Fratelli miei, mi è stato riferito da quelli di casa Cloe, che tra voi ci sono delle contese. Voglio affermare che ciascuno di voi, dichiara: Io sono di Paolo, io d’Apollo, io di Cefa, io di Cristo; ma Cristo è forse diviso? Paolo è stato crocifisso per voi? O siete voi stati battezzati nel nome di Paolo?"

Le lettere dell’apostolo Paolo, sono tra i più antichi testi biblici del Nuovo Testamento, scritti dopo la vita e morte di Gesù, più antichi ancora dei Vangeli e cosa vediamo? Non, come pensiamo un’idilliaca immagine dei primi cristiani, uniti contro i nemici, no, vediamo delle piccole realtà di "Chiese" che reclamano, ognuna per se, il privilegio d’essere quella vera, proprio come accadde duemila anni fa, e d’allora, come purtroppo è sempre accaduto, nella storia del cristianesimo (anche tra noi, del resto).

Che cosa fare allora?

Molti non biasimano, chi rassegnatosi, si ritira del tutto dal cristianesimo e continua la sua ricerca altrove, convinto di trovare una realtà religiosa puramente divina. Io non ne sono convinto, credo che questa sia una speranza vana. Per me, personalmente, anche il passaggio dalla religiosità all’agnosticismo, non è una giusta soluzione.

GNOSI

E qua ci perdiamo!

Noi che seguiamo la "Cosmogonia dei Rosa+Croce", asseriamo d’essere, dei mistici, mentre altre Associazioni Rosacrociane, affermano d’essere, gnostiche. Cosa intendiamo veramente, con la parola "Mistico" e "Gnostico"?

Il termine "GNOSI" deriva dal greco e significa "cognizione" o "conoscenza", prevale negli ambienti religiosi e filosofici, ma non è utilizzato come "identificazione di una persona come individuo.

Il Misticismo, pressappoco, nella sua eccezione più profonda, ci appare come un atteggiamento d’alta spiritualità a determinate religioni, anche se, vi è indubbiamente una differenza importante tra l’individuo dalla forte personalità ed un gruppo religioso, il quale, anche se non è all’altezza del primo, gioca un ruolo importante. Così il misticismo è raro, ma non inesistente, presso certi individui e certi popoli. A mio avviso, il mistico non avverte all’improvviso lo stato di grazia divina, egli si sente turbato, preso dalla grandezza di certi aspetti dell’universo; considera le cose con stupore, s’interroga, scruta, vuole arrivare lontano, penetrare in tutto ciò che lo circonda. Vuole conoscere l’esistenza degli esseri, si pone domande nel suo intimo di come si è costituito il tutto. Così, a poco a poco, interrogandosi, andando continuamente a tastoni, lo spirito turbato del mistico cerca di afferrare i segreti della creazione, di scoprire l’inimitabile vasaio originale, unico nel suo genere. Egli giunge alla visione, la tappa grandiosa, solo attraverso un processo di concentrazione dello spirito a volte lungo e deprimente. Questa intuizione mistica, attraversata da un lampo improvviso, lo conduce all’oggetto essenziale di tutte le sue ricerche, al sommo e all’essenza del tutto, voglio dire "DIO". In altre parole il mistico, deve fare "tabula rasa" della materialità e di tutto ciò che implica misura, calcolo, ragione.

Seguiamo, noi Rosacrociani questa prassi?

La Gnosi, sembra essere sempre d’attualità e in ogni modo, non conosciamo quello che intende precisamente e moltissime teste savie, possiedono vari concetti di essa, nessun pensiero è simile all’altro e ognuno, pretende di asserire la verità. Qualcuno ridimensiona radicalmente, il suo significato originale, riconducendo la specifica origine ad un piccolo gruppo d’antichi giudei o a dei cristiani o ad alcuni pagani; altri interpretano la gnosi, come se fosse una religione mondiale, oppure il comune denominatore, di tutte le religioni e comunità spirituali. Per molti è l’affermazione che nulla è sicuro, niente può essere conosciuto, tutto è relativo e perciò, non esiste niente su cui riporre speranza o fiducia.

Non vi sembra che questa posizione significhi privarsi di tutto? Rimanere abbandonati a se stessi? Per quante limitate e povere, le realtà ecclesiastiche sono da buttare via, insieme ai Vangeli?

Il Vangelo, non è altro che, letteralmente tradotto, il buon messaggio, che il "Signore", continua a rivolgere all’essere umano. Noi, seguaci della filosofia Rosa+Croce ( i Rosacroce, pensatori profondi, tenacissimi investigatori delle più nascoste verità, studiosi delle Leggi e delle forze arcane della natura) quale significato diamo a questa parola? Io sono certo, che ognuno darà un diverso significato a questo vocabolo, secondo il proprio grado di spiritualità, istruzione e cultura. Io nel mio piccolo, desidero soffermarmi alla semplice parola "cognizione", scienza delle Leggi della natura, rivelazione ultima dei segreti dell’essere o "conoscenza", non inerente al conoscere un individuo o qualche cosa ma, conoscenza del Dio, Padre Supremo, creatore di tutte le cose visibili ed invisibili, colui che ha donato in sacrificio al Mondo, il suo unico Figlio, nostro "Fratello Maggiore".

Resta, però, un fatto lodevole della gnosi, tramite lei, l’uomo fu posto direttamente a contatto con le forze della natura, affinché, l’essere umano confidando solo con se stesso, le dominasse, camminando verso la sua emancipazione intellettuale e morale, vale a dire, il proprio perfezionamento.

Ma allora, cosa fare per essere cristiano?

L’apostolo Paolo, nella sua lettera alle comunità di Corinto, da una risposta sorprendente, riassume con tre piccoli vocaboli in lingua greca, tutto ciò che per Lui è l’essenza del cristianesimo: "PÌSTIS", "ELPÌS", "AGAPÈ", tradotti tradizionalmente con "FEDE", "SPERANZA", "CARITA’". Già questa traduzione, come vedremo, rischia di allontanarci da quello che Paolo intendeva dire. Ma c’è di più; il gran teologo Paolo di Tarso, contrappone queste tre semplici parole alla conoscenza, perciò alla teologia, alle verità!

Ascoltiamolo tutto, questo brano molto importante, che si trova per l’appunto, nella prima lettera di San Paolo ai Corinzi, capitolo 13, versetti da 9 a 11:

"Noi conosciamo in parte ed in parte profetizziamo; ma quando la perfezione sarà venuta, quello che è solo in parte sarà abolito. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Poiché ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto. Ora dunque queste tre cose durano, fiducia, speranza, amore; ma la più grande è l’amor".

Fiducia, speranza, amore: così le tre parole greche pìstis, elpìs, agapè, si rispecchiano molto meglio nella nostra lingua. Perché nel corso dei secoli, e non per caso, l’uso della parola FEDE si è sempre più allontanato dal senso originario ed ha assunto i connotati, di "riconoscere la verità", "credere".

Originariamente per fede, e non può essere altro quello che a noi interessa, non manifestava per nulla questo significato, ma voleva semplicemente dire FIDUCIA ed anche l’uso della parola carità è cambiato ed anche qui, non a caso.

Ma leggiamo cosa intende la Bibbia per FEDE.

Epistola di San Paolo agli Ebrei, capitolo XI versetti 1- 3:

"La fede è garanzia delle cose sperate, prova per le realtà che non si vedono. In questa, infatti, gli antichi hanno ricevuto una testimonianza. Per la fede, noi comprendiamo che i mondi furono formati per una parola di Dio, di modo che da cose non visibili è derivato ciò che si vede".

Oggi per CARITÀ, intendiamo piuttosto un atto, un’opera benevola legata alla misericordia. Anticamente la parola AGAPÈ, significava AMORE, e si distingueva dall’altra parola greca EROS, dal fatto che quest’amore, di cui aveva scritto l’apostolo Paolo, non era l’amore fisico, carnale, non conteneva il desiderio sessuale, bensì, definiva l’amore come sentimento puro, l’amore com’aveva spesso narrato Gesù, quando paragonava Dio ad un padre che ama i suoi figli e non desidera altro che il loro bene. Cosa dice allora Paolo a proposito di cosa dobbiamo credere? Ci parla di verità rivelate? NO!

"Noi conosciamo in parte", afferma Paolo, paragonando le nostre conoscenze al modo in cui un bambino vede il mondo, oppure, come a quello, che nel mondo antico, era considerato ciò che si poteva vedere riflesso in uno specchio, utensile realizzato con del vetro ondulato, pieno di bolle ed imperfezioni, che era in grado di dare, al massimo, un’idea di ciò che rispecchiava, ma sicuramente, non riusciva a riflettere la realtà.

"Ora conosco in parte, ma allora conoscerò pienamente". Sono parole che non si possono trascurare se prendiamo in seria considerazione ciò che è riportato nella Bibbia; parole, che, se non le rifiutiamo, non ci permettono più di definire con certezza, le verità divine, non ci consentono più di dichiarare con assoluta tranquillità ciò che deve essere creduto dal vero cristiano. Sono parole che ci lasciano sicuramente, ancora più perplessi.

Leggiamo cosa dice la Bibbia sulla verità. Salmo 119, versetto 160:

"L’essenza della Tua parola è fedeltà; dura in eterno ogni Tuo giusto Giudizio".

Se l’apostolo Paolo, il teologo per eccellenza del Nuovo testamento, relativizza, in modo così radicale ogni conoscenza della verità divina, allora dobbiamo accettare il fatto, che esistono cose che, semplicemente, superano le nostre umane capacità mentali, cose che non possono né essere fissate in dogmi né essere insegnate e con ciò pretese, da una confessione obbediente ed a-critica.

NO, per il momento, per noi, durante questa vita, Dio rimane sempre più grande di quanto è percepibile direttamente dagli esseri umani. Lo potremo conoscere pienamente, ci promette Paolo, in quel futuro che il cristiano attende; ma anche la piena venuta del regno di Dio si sottrae alle nostre conoscenze. Arriverà qui? Sarà nell’aldilà? Non possiamo saperlo in modo definitivo, ma dovremo avere fiducia ci dice Paolo, l’apostolo, nelle sue lettere, ripete nient’altro che il principale messaggio di Gesù: dobbiamo avere fiducia, perché Dio è fonte d’amore è amore verso di noi e ci permette di vivere, in fiduciosa speranza.

La domanda quindi, non è in "cosa devo credere per divenire un buon cristiano", bensì "in cosa potrò riporre la mia fiducia"; non in "cosa dovrò compiere", ma "cosa posso ricevere". Il fare ed il dare naturalmente, non sono da escludere, ma queste due azioni non sono il fondamento della fede cristiana, si presentano da sole, come una conseguenza, perché partendo dall’essere nuovo, dovuto a quella fiducia e a quell’amore che ci fanno vivere serenamente, ci offrono la speranza.

Non rimane allora nessuna cosa che può distinguere la fede cristiana dalle altre religioni? Nulla che distingua le varie confessioni cristiane tra loro? Niente che giustifica l’appartenenza ad una comunità piuttosto che ad un'altra?

Una buona domanda questa!

Infatti, in termini di contenuti, dogmi e di verità assolute e definitive, al primo sguardo, non rimane davvero molto ma già soltanto i tre principi sopra esposti, fiducia, speranza e amore, rimangono dei criteri validi per le personali scelte di fede. Personalmente, sono del tutto convinto, che vivere, secondo questi tre linee di comportamento, non è assolutamente facile, al di fuori di qualsiasi comunità, in quanto ognuno di noi ha continuamente bisogno di essere confortato, di arricchirsi delle esperienze altrui, di ricevere ma soprattutto, di dare.

La debole natura umana c’insegna che, un certo ritmo, una sicura ritualità e continuità nel fare è sempre di grande aiuto, perché ci ricorda di dedicare il nostro pensare e modo di agire, verso Dio, ci fa operare in modo, da non poterci perdere nel nulla della nostra disordinata vita quotidiana; in modo particolare se applichiamo il perdono, che a mio avviso è il fulcro dell’amore divino.

Il perdono senza giustificazione ed evidenzio, senza giustificazione!

Perché quando veniamo attaccati, siamo portati a difenderci, con la stessa aggressività, rispondiamo alle offese con le offese, portando rancore ed odio, allontanandoci sempre di più dai nostri fratelli.

Quando decidiamo di perdonare il torto subito, la nostra debole natura umana ci porta a dire " ecco, ora io ti perdono, ma tu…", abbiamo subito pronta la giustificazione, il "ma tu…", ciò significa che non abbiamo perdonato completamente che è rimasto qualcosa ( di veramente maligno) in noi; con l’espressione "MA", desideriamo (anche se inconsciamente) giustificare il nostro peccato, il peccato di aver reagito, nella stessa deprecabile maniera, di chi ci ha offeso.

Anche Adamo, cercò di giustificarsi, quando commise il peccato di disobbedienza a Dio, poteva assumersi le sue responsabilità, dicendo: "Signore perdonami, perché ho peccato", invece rispose, " è stata lei a darmela…", cercando il qualche modo di giustificare il suo comportamento, dimenticando però che la mela lui, l’aveva in ogni caso mangiata, disobbedendo all’ordine ricevuto e con questo, commettendo peccato di superbia nei confronti del suo Creatore.

Il vero cristiano non ostenta superiorità, non reagisce con superbia alla superbia, non risponde con l’orgoglio all’orgoglio, non fugge da chi lo attacca, ma cerca con questi un pacifico dialogo, non porta rancore, ma chiede e cerca amore nel proprio fratello.

L’amore non può essere posseduto e vissuto in privato, esso richiede di essere condiviso, l’amore è compartecipe delle relazioni con gli altri esseri viventi, muore, se è catturato e reso schiavo. E anche se, personalmente, non escludo affatto che Dio abbia altre possibilità di rivelare il suo immenso amore, di offrire fiducia a tutta l’umanità, non comprendo perché dovrei cercarlo altrove, visto che il Vangelo, la "buona novella" rivelataci dal Maestro Gesù il "Cristo", mi è sto donato e tramandato dagli "Angeli del Destino".

Questi sono i tre "buoni motivi", per cui continuare ad essere partecipe di questa "Comunità Rosacrociana" di mistici cristiani, il che non è poco, ma a mio avviso, non è niente di più di questo; perché certamente, non mi permetto di giudicare la religiosità altrui, se non, per l’appunto, attraverso i criteri della fiducia, della speranza e dell’amore, principi che, in fin dei conti, farei bene a mettere in pratica, prima di tutto ed ogni giorno di nuovo, al mio modo di rapportarmi a Dio.

Non è facile e confesso che, tante volte, non riesco. Spesso non mi rimane altro che pregare, insieme a quel padre del bambino epilettico, di cui ci testimonia il nono capitolo del Vangelo di San Marco, che afferma: "Io ho fiducia, io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità".

Luigi Raucci

Convegno A.R.C.O.

Senigallia, 18/21 settembre 2003

 

 

 


 

 
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A.C.R.O. - Gruppo di Studi Rosacrociani di Roma - 
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