I festeggiamenti del periodo natalizio ci accompagnano da quando siamo nati.
Il Natale costituisce, per ognuno di noi, ogni anno, un momento importante: alla
sua atmosfera gioiosa, magica, ma anche densa di libagioni -spesso esagerate- e
di consumismo fine a sé stesso, si associano molteplici aspetti emotivi e
affettivi, per cui non è raro che proprio a Natale emergano od esplodano
contraddizioni precedentemente sopite. In tal caso per molti il Natale diventa
sinonimo di sofferenza anziché di gioia, un momento addirittura temuto od
inviso. Forse le cose sarebbero un po' diverse se si avesse una maggiore
consapevolezza del significato di questa festa: anch'io in passato mi sono
chiesto ricorrentemente quale ne fosse la vera essenza ma, ghermito com'ero
dalla rincorsa affannosa a viverne l'apparenza (doni, banchetti, feste, amici)
ho sempre tralasciato la comprensione della sua vera sostanza.
Penso sia importante, soprattutto per chi si avvicina alla Via della
Spiritualità, non accontentarsi delle apparenze e ricercare la Verità, il
significato profondo che accomuna tutte le religioni e tutti i miti, e che -
data l'universalità della ricorrenza - non può che riguardare anche il Natale.
Necessariamente, in quest'ottica di ricerca della sua profonda essenza, è
innanzi tutto necessario ripercorrerne le radici storiche e un po' del
connaturato simbolismo.
Il Natale, che nella tradizione cristiana ricorda la nascita di Gesù, ha in
realtà origini molto più antiche.
I Celti festeggiavano il solstizio d'inverno, il giorno più corto dell'anno,
come il passaggio da un ciclo stagionale ad un altro.
Il 25 dicembre nel mondo germanico veniva celebrata la festa solstiziale di
Yule; durante la notte del 24 si pensava che i morti visitassero le proprie
famiglie "terrene" e per questo si faceva trovare loro una tavola
imbandita.
I Romani dal 17 al 23 dicembre, celebravano i Saturnali, un periodo di pace
in cui s'abbandonavano lotte e tensioni sociali per feste e banchetti: in questi
sette giorni, celebrando il dio Saturno, dio dell'agricoltura, la popolazione si
dava alla pazza gioia, ci si scambiavano dei doni e le divisioni sociali
venivano azzerate (i ruoli venivano ribaltati: gli schiavi venivano serviti dai
padroni e potevano addirittura canzonarli).
Si festeggiava il mito dell'Età dell'Oro, periodo in cui aveva regnato
Saturno, e dove la gente viveva felice, senza povertà né malattie, senza
guerre e nella piena abbondanza dei frutti della terra.
Nel 274 d.c. l'imperatore Aureliano proclamò il 25 dicembre festa del Sole,
o meglio, festa della Vittoria del Sole (Dies Natalis
Solis Invicti), già festa di antichissime origini egiziane, legata
al culto di Mithra, divinità connessa alla luce e al sole. Si accendevano
ovunque fuochi e ci si scambiavano -come tuttora- doni di ogni tipo. Il motivo
per cui la festa del Sole si celebrava in inverno anziché in estate, come
sembrerebbe più logico, è semplice: il 25 dicembre cade pochi giorni dopo il
solstizio d'inverno, cioè quando le giornate già cominciano ad allungarsi. Per
i romani erano le divinità della Luce che debellavano quelle delle Tenebre.
Più profondamente, l'evento rappresentava la vittoria della luce sulle
tenebre, del bianco sul nero, l'inizio della purificazione che l'essenza divina
opera sulla materia.
Perché il Natale acquisti significato odierno bisogna aspettare il IV secolo
d. c. (e per l'Impero d'Oriente anche oltre) quando il cristianesimo da
religione perseguitata, ormai trasformatosi in culto ufficiale al quale gli
stessi imperatori si convertivano, si appropriò, con opportune modifiche, di
tutte le tradizioni e i riti delle religioni precedenti.
La data del Natale fu stabilita nel 337 d.C. da papa Giulio in Occidente dove
si festeggiava il 25 dicembre, mentre i cristiani d'oriente lo festeggiavano il
6 gennaio (Teofania o festa dei lumi).
L'Enciclopedia Italiana Treccani (edizione 1949, Sansoni, vol. XXIV, pag 299)
cita: "I Padri dei primi secoli non sembrano aver conosciuto una festa
della natività di Gesù Cristo ... La festa del 25 dicembre sarebbe stata
istituita per contrapporre una celebrazione cristiana a quella mitraica del dies
natalis Solis Invicti [giorno natalizio dell'invincibile Sole], nel solstizio
invernale".
Alcune fonti ci tramandano che ciò avvenne principalmente per contrastare e
limitare i culti precedenti considerati troppo "licenziosi" e
dissoluti, nell'intento di soppiantare col tempo la precedente festa
"pagana", ma, come vedremo, vi sono ragioni ben più profonde.
Per amore di verità bisogna anche dire che è ormai accertato, confermato da
studiosi che hanno rifatto i calcoli astronomici del calendario per mezzo di
computer, che Gesù il Nazareno non sarebbe nato 2004 anni or sono, bensì circa
sette anni "prima dell'anno zero"; tale anomalia si deve al conteggio
errato di un monaco del sesto secolo, tale Dionigi il Piccolo, che decise nel
suo fanatismo religioso di dividere la storia umana in due periodi: prima e dopo
"Gesù Cristo".
Anche sul periodo di fine dicembre vi sono parecchi dubbi che non starò ad
approfondire: si suppone che il periodo giusto possa essere quello primaverile.
Una data precisa non è comunque stata tramandata (in nessun testo, sia
biblico, sia musulmano che riconosce il Cristo come profeta, se ne fa menzione),
ma tutto ciò non toglie nulla al significato del Natale.
Piuttosto, al contrario, ci fa capire meglio l'universalità della
ricorrenza, sottolineando -in una sorta di ecumenismo che travalica il
cristianesimo e abbraccia tutti i culti religiosi, anche i più antichi-
l'importanza che questo periodo dell'anno ha avuto da sempre per l'umanità.
Un'importanza tale, che gli sono stati associati -per le ragioni profonde e
condivisibili che vedremo- anche eventi successivi fondamentali per l'evoluzione
del genere umano, come l'anniversario della nascita del Cristo.
Per approfondire tale importanza è necessario fare ancora qualche
preliminare riflessione sui simboli che connotano il Natale. Una lettura non
superficiale di tali simboli ci può certamente introdurre ai significati più
profondi della celebrazione.
Il vocabolario cita: Natale, sostantivo maschile, giorno della nascita, dal
latino Natalis "nascita".
La parola italiana nascere proviene da una antica parola, noscere, che
significa "cominciare a conoscere" parola che ha le sue radici e
derivati in altre lingue, legati ai termini notizia, nobile, celebre, konig,
king.
Si associano -quindi- nel significato etimologico di Natale, sia la nascita
di un sovrano, sia la conoscenza, e, se ipotizziamo che tale sovranità possa
attenere ad ambiti non materiali, vediamo come s'introducano temi assai
profondi. Ma andiamo per ordine.
Per i Paesi del sud Europa, ed in particolare l'Italia, il Presepe è il
simbolo più forte del Natale. Com'è noto, fu San Francesco ad inventare questa
rappresentazione allegorica della Natività e, da allora, essa è rimasta la più
amata rievocazione della nascita di Cristo, spesso arricchita da manifestazioni
artistiche, pittoriche e scultoree.
Andando oltre l'apparente significato delle forme esteriori notiamo semplici
ma profondi simboli che probabilmente nulla hanno a che vedere con la vera
descrizione storica della nascita di Gesù il Nazareno:
la stella del cielo che si ferma di notte sopra il luogo e nella mangiatoia;
il Neonato posto fra l'asino ed il bue che lo riscaldano; l'essere figlio di
Giuseppe e Maria; l'essere onorato, subito dopo la nascita, dai pastori e dai re
Magi che gli portano dei doni.
Osserviamo l'allegoria: la "nascita" dell'illuminazione (la stella
nel cielo) avviene nella parte più protetta, ove si mangia (la mangiatoia),
equivalente al capo, l'abitazione umana che ospita l'Ego e l'Anima, e nella
notte, ovvero nelle tenebre dell'ignoranza, del non sapere (l'asino ed il bue ).
L'illuminazione si fa strada e nasce fra l'animalità e l'umanità ed essendo
il prodotto dell'unione dei "contrari" maschio e femmina (riproduzione
al livello umano dell'Energia positiva e negativa) è generata e convive con
essi, ma manifesta il divino, il Giusto, l'Illuminato, il Cristo, il Re; ad
essa, all'Illuminazione, vengono anche resi gli onori e vengono offerti i doni
(oro, incenso e mirra, i cui significati approfondiremo parlando dell'Epifania).
La stalla rappresenta la povertà, la difficoltà delle condizioni esteriori.
Per l'uomo nel quale alberga lo spirito sarà sempre così.
Giuseppe può simboleggiare l'intelletto: anziché essere geloso e ripudiare
Maria si inchina a Dio accettandone la volontà.
Il Bue rappresenta il principio generativo (era simbolo della fertilità e
fecondità in Egitto).
Infine l'asino raffigura la personalità, la natura inferiore dell'uomo.
Il significato della presenza nella stalla del bue e dell'asinello è quindi
in realtà molto profondo: quando l'uomo comincia a compiere su di sé un lavoro
per la sua evoluzione, entra in conflitto con la sua personalità e con la sua
materialità.
L'Iniziato è difatti colui che riesce a dominare queste due energie e a
metterle al suo servizio senza reprimerle. Infatti non è stato detto che quei
due animali siano stati cacciati o soppressi; erano là, presenti, ma che cosa
facevano? Soffiando sul Bambino Gesù lo scaldavano con il loro fiato.
Il parallelismo è evidente: quando l'Iniziato è riuscito a trasformare in
lui l'asino e il bue e a metterli al suo servizio, essi riscaldano e alimentano
lo Spirito del Cristo con il loro soffio vitale. Queste energie non sono più
presenti per tormentarlo e per farlo soffrire, ma diventano energie vivificanti,
energie straordinariamente utili se messe all'opera sotto il giusto controllo.
Quella luce, quella stella che brillava sopra la stalla, la Stella Cometa, può
significare che ogni Iniziato che possiede in sé il Cristo vivente, è
confortato e guidato da una luce, una luce che rasserena, una luce che nutre,
conforta, guarisce, purifica e vivifica...
Un giorno quella luce verrà notata da lontano da coloro che percepiscono che
qualcosa si manifesta tramite quell'essere. Ciò che si manifesta è, appunto,
il Cristo e i potenti in tutti i campi verranno a Lui.
Anche i capi religiosi che credevano di essere giunti al vertice, sentiranno
che manca loro qualcosa, che non sono ancora giunti a quel grado di spiritualità
che credevano, per cui andranno ad apprendere, a inchinarsi e a portare dei
doni...
Una tradizione diffusa in tutti i Paesi che celebrano il Natale, ed è quella
della preparazione del cosiddetto "Albero di Natale". Si tratta di
un'usanza le cui radici dobbiamo rintracciare presso le popolazioni del Nord
Europa, laddove antiche tradizioni ci trasportano ai mitici tempi in cui si
adorava Odino ed in cui si credeva che questa divinità fosse rimasta appesa ad
un albero speciale, un albero di conoscenza, per apprendere il segreto delle
Rune. Non si tratta quindi di una tradizione pagana (se per pagana di intende
atea).
La specie umana, a qualunque latitudine, ha sempre condiviso la sua esistenza
con gli alberi; quasi dappertutto essi hanno rappresentato il naturale scenario
entro cui si svolgevano le vicende della vita quotidiana
Lucano, nel "Bellum civile" (III, 400) ci descrive come gli alberi
assumessero un ruolo fondamentale nel culto delle popolazioni celtiche che i
Romani si trovarono a fronteggiare, un culto in cui simbolismo e ritualità si
fondevano in modo straordinariamente armonico.
Vi è probabilità che originariamente l'albero sacro fosse una conifera o
una betulla, proprio in virtù della relazione esistente tra questi due tipi di
alberi che nell'ecologia della successione forestale nordica hanno un rapporto
molto equilibrato, poiché conifere e betulle variano la propria popolazione in
armonia tra loro, creando così un rapporto numerico di sorprendente costanza
durante i cambiamenti climatici e idrogeologici del territorio nei millenni!
In particolare i Teutoni, nei giorni più bui dell'anno, piantavano davanti
alle case un abete ornato di ghirlande e bruciavano un enorme ceppo nel camino.
Il ceppo doveva essere preferibilmente di quercia, il cui legno era
considerato propiziatorio simboleggiando forza e solidità, e doveva bruciare
per dodici giorni consecutivi. Da come bruciava si poteva leggere il futuro
dell'anno a venire.
Simbolicamente si bruciava il passato e si coglievano i segni del prossimo
futuro: le scintille che salivano nella cappa simboleggiavano il ritorno dei
giorni lunghi, la cenere veniva raccolta e sparsa nei campi per sperare in
abbondanti raccolti.
Ritroviamo oggi questi simboli nel nostro albero di natale e nelle nostre
vie: l 'albero che usiamo per Natale è un albero che rimane verde tutto l'anno,
non perde le foglie durante l'inverno come fanno gli altri. Anche il
Cristianesimo vissuto è speranza di rinascita e porta nell'anima della gente la
vita eterna.
Le luci e le luminarie, poi, sono le scintille del falò, rappresentano la
Luce del Cristo sull'umanità; gli oggetti per le decorazioni, i frutti e i doni
sono speranze di prosperità, simboleggiano la Sua generosità verso di noi.
L'albero è anche il simbolo del corpo umano e più precisamente il suo
Sistema Nervoso compreso il cervello, nel quale deve brillare la Luce,
(l'Informazione, che viene dal cielo del Pensiero e dalla Coscienza Universale),
simboleggiata dalla stella di Natale (simbolo che indica di dare i natali
all'Illuminazione, la Conoscenza e la Consapevolezza dell'Amore che mantiene
vivente il Creato).
Nei paesi dell'Europa settentrionale il Natale è la festa dei bambini perché
il Bambin Gesù si è fatto Salvatore del mondo. L'usanza dell'albero di Natale,
un abete o un pino, addobbato con stelle lucenti, palle, omini di cioccolato,
frutti e confetti è proprio di questi paesi.
La relativa leggenda racconta di un uomo che, rientrando a casa la notte di
Natale, vide il meraviglioso spettacolo delle stelle che brillavano attraverso i
rami di un abete. Per spiegare alla moglie ciò che aveva visto, tagliò un
piccolo abete e lo ornò di candeline accese. Nacque cosi il primo albero di
Natale.
Utilizziamo quindi l'albero di Natale ogni anno nelle nostre case, ma non ne
abbiamo mai compreso i sacri significati e tanto meno applicato nel vivere
quotidiano e nella nostra società i suoi princìpi.
Come già accennato, nelle case dei nostri antichi avi, un ceppo di quercia
dai poteri propiziatori doveva bruciare per 12 giorni consecutivi, per ricavare
dal modo in cui bruciava presagi sull'anno in arrivo.
Quest'usanza si è oggi trasformata nelle luci che addobbano gli alberi, le
case e le strade nel periodo natalizio
A tale tradizione la celebrazione del Natale ha voluto collegarsi per
indicare l'avvento della Luce del Mondo, che giunge a squarciare le pericolosità
del Buio. È il Bambino, che venendo al mondo, inaugura una nuova vita, e porta
la Luce a tutti gli uomini.
A tutto questo si può far risalire l'impiego delle luci sfavillanti con cui
la civiltà dei consumi orna attualmente tutte le vetrine.
Inoltre le case, le abitazioni, sono il simbolo della personalità,
personalità che deve illuminarsi: ecco perché in quel periodo le case e le
città si riempiono di luci, esse devono illuminarsi delle Giuste Informazioni,
quelle che portano la Conoscenza di sé stessi, l'Amore e la Giustizia tra gli
uomini.
Circa 250 anni dalla morte di Gesù Cristo, tra il 243 e il 366, una notte in
pieno inverno, si diffuse nell'antica Roma degli imperatori, l'usanza di
scambiarsi le Strenae per festeggiare il dies natalis: gli auguri di buona
salute per festeggiare il Santo Natale.
Ben presto agli auguri si aggiunsero in dono cesti riccamente adornati di
frutta e dolci prima, e doni di ogni tipo poi, per unificare i buoni auspici di
prosperità nella nascita di Cristo e nell'ascesa al trono dell'imperatore.
Il dono simboleggia il profondo significato della pace dell'amore verso gli
altri che in questo periodo viene festeggiato. "Donare", dare di sé
senza aspettarsi nulla in cambio, amare impersonalmente, lieti se si trova
rispondenza ma senza averla cercata, questo dovrebbe essere lo spirito che anima
lo scambio di doni natalizio.
Purtroppo la tradizione di scambiarsi doni ha giustificato e incentivato una
crescita esasperante dei consumi, portando ad uno squilibrio oggi sempre più
preoccupante tra l'aspetto commerciale ed il significato spirituale dell'evento.
Quello che -come abbiamo visto- era un semplice scambio di doni, si trasformò
e, nel 1800, nella figura di un vecchio con la barba bianca, che la notte di
natale portava in dono ai bambini i giocattoli costruiti nel suo laboratorio in
Lapponia, al polo nord, da elfi laboriosi. Viaggiava su una slitta trainata da
renne volanti e depositava i doni nelle case passando per il caminetto.
In molti si domandano come un insulso, inconsistente, ipernutrito
personaggio, abbia potuto prendere il posto del Bambino Gesù, della Luce del
Mondo, del Figlio dell'Amore? Ma Babbo Natale ci è forse più vicino di quanto
pensiamo.
La figura di Santa Claus (da cui il nostro Babbo Natale trae origine), è la
contaminazione "pagana" tra la figura di San Nicola e quella dello
julebok, personaggio leggendario che portava doni e dolci ai bambini buoni e
carbone a quelli cattivi (che ha contagiato anche il personaggio della Befana).
San Nicola (Hagios Nikolaos, in greco) nacque a Patara, città portuale della
Lycia, nella penisola meridionale dell'Asia Minore (oggi Turchia), nel IV secolo
d.C.. Orfano di una famiglia ricca (i suoi genitori morirono di peste molto
presto), dopo essere stato educato da prete in un monastero, divenne vescovo di
Myra (o Mira), in Lycia (Licia). Uscito dal monastero, donò tutte le sue
ricchezze ai poveri e dedicò la sua vita ad aiutare il prossimo.
Di lui non ci è pervenuto alcuno scritto e tutto ciò che si narra della sua
vita è tramandato tramite leggende e scritti di altri autori. Si narra che
fosse in grado di fare miracoli e che portasse sempre in salvo le imbarcazioni
che si trovavano in balia delle tempeste.
Gli olandesi, fedeli alla tradizione, quando partirono in direzione
dell'America per fondare la città di New Amsterdam (l'attuale New York),
portarono con sé in America il proprio Sinter Klaas che in inglese divenne
Santa Claus , ovvero il vescovo San Nicola. Infatti, a proteggere i marinai che
salparono verso il Nuovo Continente, sulla prua di una nave c'era proprio
l'immagine del Santo con in bocca una lunga pipa olandese...
La sua popolarità si allargò a macchia d'olio e gli scrittori e gli artisti
trasformarono il suo manto e la mitra nella barba bianca, un mantello verde e un
cappuccio.
Quegli emigranti forse non si aspettavano che in meno di due secoli il buon
vecchio Sankt Nikolaus sarebbe diventato, all'inizio degli anni '30, complice il
grafico pubblicitario Haddon H.Sundbolm, uno dei testimonial più famosi della
Coca Cola.
Venne da lui inventato il primo disegno del moderno Babbo Natale, vestito con
un mantello rosso bordato di bianco (la scelta dei colori non è casuale),
stivaloni e cintura di cuoio nero, e facendone il grasso e gioioso vecchietto
che noi tutti conosciamo.
Non si sa invece, come il cavallo bianco di S. Nicola si sia trasformato in
una slitta trainata da renne volanti (in Svezia sono caprioli).
Questo Sundbolm però, non fece altro che terminare, nel 1931, un processo di
snaturazione progressiva che era già stato iniziato nell'Ottocento attraverso
riletture della leggenda iniziale effettuate da:
-
Washington Irving e Diedrich Knickerboker, con il libro "Una storia
di New York", del 1809, in cui si narra di " Sancte Claus ",
un vescovo in miniatura che la notte di Natale cavalcava nei cieli, su un
cavallo bianco, per portare i suoi doni ai bambini.
-
J.K.Paulding con "Il libro di St. Nicholas" del 1836.
-
Clement Moore con "Una visita di San Nicola" del 1848.
-
William Gilley che nel 1921 pubblicò un poemetto in cui " Santeclaus
", vestito di pellicce, guidava una slitta trainata da una renna
-
Clement Clarke Moore, nel 1923, scrisse un componimento in cui, "la
notte prima di Natale...", un piccolo, vecchio uomo sfrecciava per i
cieli su una minuscola slitta trainata da otto renne (alle quali diede un
nome ciascuna) ed entrava nelle case attraverso il camino per colmare le
calze di giocattoli...
Qualcuno però, negli Stati Uniti, crede che Babbo Natale esista e, difatti,
è nata la Institute of Scientific Santaclausism, un'Associazione che sostiene
l'esistenza di Babbo Natale e ne ricerca le prove.
Questa in breve, la storia del babbo natale americano. In Europa invece?
In Inghilterra un vecchio allegro personaggio molto gradito ai bambini, noto
come Father Christmas (Babbo Natale), prese il posto di San Nicola. Anche la
Francia aveva il suo Babbo Natale (Pere Noel ), mentre la Germania affidava i
doni per i bambini al buon Gesù (Gesù Bambino). Gli Stati Uniti avevano pure
il loro Kris Kringle ed anche in Russia Nonno Gelo portava i doni ai bambini
vestito di blu. Nonostante i colori diversi di cui questo signore si vestiva
nelle diverse tradizioni popolari, rimaneva in comune la sua lunga barba bianca
e il suo portare i doni ai bambini.
Perfino in Mongolia è riconoscibile una figura di Babbo Natale: Tsagan
Ebughen tngr (dio vecchio uomo bianco), patrono del bestiame e della fertilità,
che poi entrerà anche a far parte delle classiche divinità buddiste presenti
nelle danze rituali Tzam (cham in Tibetano).
Con il tempo il Babbo Natale inglese cominciò ad assomigliare sempre di più
al Santa Claus americano ed ora sono praticamente lo stesso personaggio.
Questa figura di vecchio saggio, data la sua diffusione praticamente
planetaria, può essere letta in chiave junghiana quale "archetipo".
E, come sappiamo, dietro ai miti, agli archetipi, c'è sempre qualcosa di
molto più profondo che aspetta di essere afferrato.
Pensiamoci, questo mitologico personaggio non è non solo buono, ma è
l'incarnazione della buona volontà, di chi si preoccupa che ogni bimbo riceva
il suo dono.
Egli si ripresenta ogni anno tra gli uomini per ricordare loro i propri
doveri nei confronti di se stessi e del prossimo, portando a tutti un dono per
alleviare i dolori provocati dalla fatica dell'anno che si va concludendo. E poi
rappresenta l'atmosfera di dolce attesa, la volontà di abbandonarsi con fede ad
una entità più alta, la bontà degli animi e nei cuori che dovrebbe permeare
ognuno di noi non solo quando si avvicina il suo tempo; è il simbolo della
necessità di ritrovare il bambino che è in noi, del divenire quindi più buoni
verso noi stessi e verso gli altri.
È questo il regalo che il Padre Natalizio che ognuno di noi dovrebbe trovare
fa ogni anno, depositare nei nostri cuori un'emozione di gioia e di pace. Egli
sa che ognuno ha dentro di sé possiede una base solida di bontà, e il fatto
che magari non riesca ad esprimerla non è un deterrente per il regalo, anzi, il
regalo può essere visto come incitamento a provare ancora.
È alla stregua di un padre che non viene per giudicare, ma la cui sola
presenza è tale da farci innescare dentro un meccanismo di autoanalisi che ci
fa promettere di essere più buoni. E, per queste sue qualità intrinseche, ci
dona anche un grande Insegnamento: la condizione necessaria per accedere al
Regno dei Cieli o, se vogliamo, alla nostra realizzazione... è accoglierlo con
lo spirito proprio dei bambini.
La figura della Befana viene strettamente legata dalla tradizione ai Re Magi
che, guidati da una stella, arrivarono dall'oriente per rendere omaggio a Gesù
appena nato a Betlemme, donandogli oro, incenso e mirra. Nella leggenda i Re
Magi erano tre: Melchiorre, Gaspare e Baldassarre.
L'Epifania, l'ultimo dei dodici giorni santi dell'anno, dal greco assume il
significato di "manifestazione di Dio".
È interessante notare che dal punto di vista storico l'Epifania era
celebrata come facente parte del periodo natalizio, infatti non la si considerò
una festa a parte fino all'anno 813.
Dal punto di vista esoterico indica il momento in cui possiamo estrarre
l'essenza spirituale delle lezioni apprese durante i dodici giorni precedenti,
ed è il momento propizio per amalgamare i doni spirituali ricevuti.
Il nome magi deriva da maga che significa dono: colui che partecipa del maga
acquisisce un potere magico e una conoscenza fuori del comune.
Lo stato di maga veniva inteso come un livello di coscienza superiore in cui
diventava possibile contattare gli esseri superiori che presiedono il fuoco,
l'acqua, la terra, la vita animale, minerale e vegetale.
Dal VI secolo a.C. fino al VII secolo d.C., ed anche dopo tale data, il peso
dei Magi sulla vita politica, sociale e religiosa dell'area iranica e su alcune
regioni adiacenti, fu certamente notevole.
I Magi erano dei profondi conoscitori dell'astrologia e dell'astronomia di
origine caldea. Conoscevano la scienza dello Spirito ed erano in grado di
entrare in sintonia con le vibrazioni dell'universo, cogliendo così i segreti
celati della natura.
Andando alla ricerca dei tre Re Magi del Vangelo, e frugando in alcuni
scritti di origine greca, riscopriamo il profondo significato religioso dei loro
nomi:
-
Balthasar significa "il Protetto dal
Signore"
-
Melchior è "il Re della Luce"
-
Gaspar è "Colui che ha conquistato il
Farr"
Il dio Farr, considerato come principio igneo, il fuoco primordiale che
sottende tutto l'universo dandogli forza, vita e forma era adorato a quei tempi.
Una delle sue rappresentazioni simboliche era di una divinità che sorregge il
fuoco in una mano e ha le spalle che sprigionano fiamme.
La leggenda dice che il primo dei tre Magi avesse la pelle di colore giallo,
il secondo di colore nero ed il terzo bianca, rappresentando così le tre razze
che abbiamo sulla Terra: i Mongoli, i Neri e gli uomini Bianchi. Questo indica
che, nel tempo, tutte le razze arriveranno a seguire la benefica religione di
Cristo, ma non di quel Cristo morto più di 2000 anni fa, ma di quella figura
che alberga dentro di noi... in altre parole, il nostro Maestro interiore.
La storia dei tre Re Magi è simbolica, del tutto esoterica, e così anche
dei doni che ciascuno di essi depose davanti al bambino Gesù va ricercato il
vero significato: Gaspar la mirra, Melchior l'incenso e Balthasar l'oro.
L'oro simboleggia lo spirito, l'incenso il corpo e la mirra l'anima; l'uomo
si dona al Cristo completamente: corpo, anima e spirito.
L'oro, nelle varie simbologie, ha sempre rappresentato lo spirito. Gli stessi
alchimisti, quando affermano di voler "cambiare il vil metallo in
oro", indicano semplicemente come intendano purificare il corpo fisico,
raffinarlo ed estrarne l'essenza spirituale. Il colore giallo dell'oro, infatti,
rappresenta la saggezza.
Il secondo dono, la mirra, è l'estratto puro di una rara pianta aromatica
che cresce in Arabia. Essa simboleggia l'anima, ovvero ciò che l'uomo
"estrae" dalle sue esperienze, giorno dopo giorno. Donando la mirra si
dona simbolicamente la propria anima purificata dai desideri e dalle passioni.
Quando nell'uomo non vi sono più desideri egoistici né passioni, l'anima
"profuma", infatti, come un'essenza aromatica. È cosa nota che vi
sono stati dei Santi, che emanavano un aroma, appunto chiamato "profumo di
castità".
Il terzo dono, l'incenso, è una sostanza fisica molto leggera. Nei servizi
religiosi in cui viene usato, si dice che le Entità Angeliche presenti se ne
servano per crearsi un leggero abito per intervenire meglio nella cerimonia.
In altre forme, seguendo altri significati, la mirra rappresenta il corpo
fisico, significa: immortalità. E difatti veniva usata per imbalsamare i corpi
e preservarli dalla decomposizione. L'incenso rappresenta invece il cuore e
l'amore. A conclusione permane comunque il fatto che a Dio ci si dona
completamente, corpo, mente e spirito.
Simbolicamente e sinteticamente, possiamo dire che nel giorno di Natale si è
festeggiato dalla notte dei tempi il sole che muore per poi rinascere.
Si festeggiava nell'attesa che il dio sole tornasse per restare per sempre e
cominciare una nuova età dell'oro.
Ma perché la nascita di Cristo, la celebrazione del Natale, è stata
associata alle feste pagane celebranti il Sole?
Il Sole (Datore di vita dell'universo fisico) è il simbolo del Logos, la
deità manifestata (la Causa originaria e sempre nascosta), così come il
discorso è "logos" del pensiero: quindi "Logos", nel suo
senso metafisico, è giustamente tradotto coi termini VERBO e PAROLA .
Questo dunque, è il significato primario del Sole quale simbolo del Logos
(la Deità manifestata, il Verbo, la Parola), quindi il suo corso annuale nella
Natura è il riflesso dello stesso, così come l'ombra riflette l'attività
dell'oggetto che la riproduce.
Dunque il Logos che si manifesta (o "discende") nella materia, ha
come ombra il corso annuale del Sole, ed il Mito Solare dice appunto questo:
anche un'incarnazione del Logos sulla Terra (un "Figlio di Dio")
rappresenterà nel suo Corpo -come Uomo- quell'attività solare che è simile
all'ombra del Logos.
E allora, così come il sole, la sua parte di corso solare vissuta nella vita
umana, è quella che cade fra il solstizio d'inverno e il momento in cui il sole
raggiunge il suo zenit, in primavera, e, vincendo la morte, "sorge"
("risorge") allo zenit...
Le linee generali della storia del "Dio Sole" sono molto chiare,
essendo la vita più piena del sole distribuita entro i primi sei mesi dell'anno
solare, mentre gli altri sei mesi sono impiegati nella protezione e
preservazione generali.
Ma se il Sole sta a significare e rappresentare un'incarnazione del Logos, lo
è anche dei suoi Grandi Messaggeri che lo rappresentano di tempo in tempo;
questi Messaggeri s'incarnano volontariamente fra gli uomini e vivono fra loro
per un certo tempo come Maestri.
Tutti coloro che sono rappresentati da questo simbolo, hanno certe
particolari caratteristiche, passano per certe situazioni, compiono certe
particolari attività durante la loro vita sulla terra: e ricordano che anche
questa vita -la loro vita storica- riproduce il Mito che rappresentano: il Mito
Solare.
Gli Eroi di un Mito Solare (il Krishna indiano, l'Oro-Osiride egiziano, il
Tammuz babilonese, il Mitra persiano, per nominare solo alcuni), nascono sempre
al solstizio d'inverno, dopo il giorno più corto dell'anno, quando il segno
della Vergine sorge all'orizzonte: nati mentre questo Segno zodiacale si levava,
essi nascono sempre da una vergine ( Krishna da Devaki , Oro - Osiride da Iside
, Tammuz da Ishtar , Gesù da Maria ) e sempre queste "Vergini-Madri"
rimangono vergini dopo avere miracolosamente concepito e dato alla luce il loro
"Figlio-Sole": proprio come la "Vergine Celeste" (
Mulaprakriti , la materia primordiale), rimane immutata e immacolata quando un
Sistema Solare emerge da Lei nello Spazio!
Un "Eroe Solare", alla sua nascita, è sempre indifeso e debole
come un piccolo bambino, come il sole quando sorge mentre i giorni sono più
brevi e le notti più lunghe, anche lui è sempre circondato da ostacoli per
fare rifulgere la sua luce spirituale nel periodo dell'anno in cui le tenebre e
le brume vincono il calore e la luce solare.
Ma Egli passa sano e salvo attraverso tutti i pericoli che lo minacciano,
mentre i giorni si vanno allungando verso l'equinozio di primavera, allora
sopraggiunge la data della crocifissione con il tempo del passaggio stagionale
(dall'inverno alla primavera) che varia ogni anno.
La stabilità della data della nascita e la variabilità della data della
morte sono pieni di significato se rammentiamo che l'una (il Natale) è una
posizione solare fissa e l'altra (la Pasqua) una posizione solare variabile.
Difatti la Pasqua è un avvenimento solare mobile calcolato dalle posizioni
relative del sole e della luna: metodo assurdo, forse, di fissare anno per anno
l'anniversario di un fatto "storico", ma modo naturale ed inevitabile
per calcolare... una festa solare !
Questa data mutevole sta ad indicare che si tratta non solo della storia di
un uomo, ma anche quella dell'Eroe di un Mito Solare il quale, nella sua vita
umana, riproduce il Mito che personifica.
Ed è straordinario vedere anche come dei più grandi iniziati si narri
"la stessa storia": "...La volontà dei Deva fu compiuta; tu
concepisti nella purezza del cuore e dell'amore divino. Vergine e madre, salve!
Nascerà da te un figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re
Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I nostri
fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del monte Meru... ivi
darai al mondo il figlio divino..." (dalla tradizione Indù sulla nascita
di Krishna).
Non è certamente un caso che gli stessi egiziani chiamassero il sole del
solstizio: "Sole bambino".
Quindi quale data migliore per celebrare la nascita del Figlio di Dio se non
quando il sole (simbolo divino per eccellenza) ricomincia a nascere ?
La luce, in senso fisico e spirituale, appare nuovamente sul pianeta portando
con sé la speranza di una nuova vita, di un nuovo ciclo, di una nuova
opportunità. Ciò che si realizzerà praticamente una settimana dopo, quando un
nuovo anno avrà effettivamente inizio (anno nuovo, vita nuova).
Dunque il Natale, per gli iniziati, rappresenta una ricorrenza dai
significati veramente profondi:
-
Simboleggia il morire e rinascere in vita, necessario, come diceva
S.Paolo, a raggiungere la conoscenza.
-
Simboleggia la fine del vecchio e l'inizio di un nuovo ciclo, la rinascita
spirituale cui ci si candida con l'Iniziazione (potremmo dire che è quasi
il vero compleanno dell'iniziato).
-
Ci ricorda il Maestro, il Sole che ci fa brillare, manifestazione fisica
del potere divino onnipervadente.
-
Mostra la necessità della Luce, dell'Illuminazione, quale strumento per
giungere a vivificare l'oscurità della mente e della personalità.
-
Indica come nel dono di sé, nel servizio disinteressato, nel dare senza
attendersi nulla in cambio, stia il segreto di una vita piena e dignitosa.
-
Esprime come sia importante la pace dei popoli, sintesi derivante
dall'utilizzo della buona volontà e dal perseguimento dei giusti rapporti
umani, irraggiungibile se non è il frutto della pace che alberga nei
singoli individui, e come sia illusorio ricercarla con l'uso della violenza
che - per la legge di causa ed effetto - può generare solo altra violenza.
Avendo approfondito i significati spirituali del Natale, ci è però
impossibile non vedere come nel mondo - mondo a cui l'iniziato non deve
sottrarsi, e in cui è chiamato a trovare il suo equilibrio e a dare il suo
fondamentale contributo - le cose vadano un po' diversamente. Cosa rimane nei
cuori degli uomini di tutto ciò che abbiamo citato? Cosa sanno gli individui
dei significati profondi di questi festeggiamenti? O forse la domanda potrebbe
essere "cosa vogliono sapere?".
È innegabile che ai nostri giorni le feste natalizie sono quasi
esclusivamente una corsa forsennata al regalo, al cenone, alla vacanza, al
"che cosa fare la notte dell'ultimo dell'anno".
Senza fare polemica, anche perché anch'io sono stato vittima per decenni di
questa sindrome edonistica, voglio attirare l'attenzione sul fatto che le
tradizioni millenarie stanno soccombendo sempre più, travolte dall'imposizione
del modello culturale occidentale predominante del consumo e dalla
massificazione che tutto livella.
Il mondialismo sta minacciando le usanze dei nostri popoli che ancora si
conservano con difficoltà nella nostra memoria collettiva, purtroppo ogni
giorno messa alla prova da chi, complici i mass-media e la pubblicità, vuole
trasformarci tutti in automi senza radici e per questo "terra vergine"
da sfruttare a scopi commerciali.
Non è per fare del facile moralismo, ma oggi è evidente che, nel 25
dicembre, la maggioranza di noi occidentali, celebra solamente il dio denaro,
con somma gioia dei poteri forti e delle grandi multinazionali che li
rappresentano. Sono loro gli unici a festeggiare davvero.
Avete però presente quei film sul tema del cambiamento repentino di un
individuo? Quelli dove il cinico di turno, chirurgo, manager o magnate del caso,
subisce un trauma di qualche tipo, e diventa improvvisamente buono e incapace
delle meschinità passate, ripudia incredulo la sua vita precedente cercando di
rimediare al male commesso e finalmente si rende conto della fortuna che ha nel
poter godere dell'esistenza? Sono moltissimi! È una speranza. Significa che il
tema è sempre sentitissimo, ma che non si è disposti a pagare il prezzo di
questo cambiamento (si veda l'autoillusoria botta in testa che induce per magia
la trasformazione!). Il cambiamento può avvenire, ma può essere indotto solo
da precise scelte etiche di vita, da impegno strenuo e quotidiano, da nuove
coerenza e consapevolezza frutto di sforzi continui per sottrarsi al meccanismo
imperante intorno a noi.
Un piccolo esempio sarebbe quello d'iniziare a domandarci come mai noi,
ognuno di noi, abbia avuto la fortuna di nascere in questo mondo occidentale,
per fare parte di quel venti per cento dell'umanità che gode dell'ottanta per
cento delle risorse del pianeta? Chi pensa sia un caso si trova in una
situazione di grave errore, di grande malinteso.
C'è un profondo significato che dobbiamo cogliere: ci è stata data una
grande opportunità, quella di avere il tempo e il modo di interrogarci sui
perché dell'esistenza e di approfondire la conoscenza di ciò che siamo
veramente.
È questo il solo significato del benessere!
È uno strumento nelle nostre mani, un dono, un talento che non possiamo
esimerci dallo sfruttare. Pena la nostra rinascita interiore, la nostra
evoluzione spirituale, di cui il Natale -come abbiamo visto- è simbolo.
Dobbiamo riscoprire il profondo significato di questo momento, farne un emblema
del nostro intento di trasformazione e miglioramento.
Forse ognuno di noi può fare qualcosa per sgombrare il campo natalizio dalle
esaltazioni consumistiche, dalle perversioni alimentari e dalle animosità
pseudo altruistiche, per cercare di ritrovare questo vero spirito che deve
animare il Natale, un Natale simbolo di cambiamento, di rinascita, in pace,
serenità, benessere e vera prosperità.
Ce lo auguriamo di cuore.